“L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.

Noi, di origine italiana residenti a Montréal, che lingua parliamo quando, convintissimi di parlare la lingua della penisola, usiamo quel nostro italiano particolare? Mi riferisco alla nostra lingua locale, farcita di parole come: “montante” (al posto di ammontare, somma, importo), basamento (invece di seminterrato, scantinato), camera (al posto di macchina fotografica), colletta (in luogo di raccolta), fermare (invece di chiudere), benevolo (in luogo di volontario); o ancora a termini come plombiere (idraulico), baschetta (cesto, paniere), corno (angolo), fattoria (fabbrica), licenza (patente), pippa (tubo), iarda (orto, giardino, cortile), begga (sacchetto), giobba (lavoro), sciabola (badile, pala), sciomaggio (disoccupazione), fensa (siepe, recinto), moppa (spazzolone, strofinaccio), marchetta (mercato), pusciare (spingere), norza (infermiera), bosso (capo) sanduiccio (panino) e così via…

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Si tratta dell’ “italianese”, ci spiega il docente universitario (Concordia University) Bruno Villata nel suo saggio “L’italianese – L’italiano comune parlato a Montréal (Montréal: Lòsna & Tron, 2010, 49 p.).

Il professor Villata da anni si interessa, attraverso studi teorici rigorosi e verifiche “sul campo”, all’ “italiano comune parlato a Montréal”. Idioma ch’egli differenzia dall’ “italiese” degli italiani di Toronto e delle altre località nordamericane, dove la lingua italiana ha subito l’influenza soltanto dell’inglese, e non dell’inglese e del francese come qui a Montréal. E trovo che il neologismo “italianese” è utile per differenziarlo dall’“italiese”, con cui appunto si designa il “linguaggio consistente nella mescolanza di vocaboli e costrutti italiani e inglesi (…)” [lo Zingarelli, 2011].

Questa “favella singolare, che sembra un miscuglio di parole dialettali, italiane, inglesi e francesi quasi sempre uscenti in vocale” è da considerarsi un gergo ridicolo, sprovvisto di logica, di cui non ci resta che vergognarci? Assolutamente no, poiché tale lingua risponde ad un bisogno concreto di comunicazione, di comprensione; inoltre sottintende tutta una serie di regole e principi, che Bruno Villata nel suo saggio ci presenta in maniera chiara e coerente.

La parlata italiana di Montréal è “una parlata adatta alla comunicazione” nel nostro contesto linguistico particolare contraddistinto da due lingue forti: il francese e l’inglese.

L’ “italianese” è pertanto una lingua “ricca di voci prese dalle lingue forti”, “assimilate al sistema morfologico italiano mediante l’aggiunta di una vocale finale” (che si pensi a “giobba” / job in inglese).

I vari aspetti dell’interagire tra l’italiano e le due lingue forti sono analizzati, a nostro beneficio, dall’autore. E presentandoci (p. 16-25) le “caratteristiche più salienti dell’italianese” e le sue particolarità grammaticali (p. 25-32), Bruno Villata fa sempre ricorso ad esempi chiarificatori.

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Molte parole italiane sono scomparse dal nostro vocabolario di trapiantati. Che si pensi ad idraulico o ad assegno.

Qualche volta sono scomparse, direi io, “per decenza” o, come Villata più diplomaticamente spiega, per “influenza indiretta”: ad esempio, il nostro “sciare” è stato sostituito da “schiare”, visto che chier in francese vuol dire tutt’altra cosa…

Un’altra influenza del francese sull’italianese: l’uso ridondante da parte nostra, italiani trapiantati, dell’aggettivo possessivo. I francesi specificano sempre il possessivo. Essi diranno, infatti, “Je tenais mes mains dans les poches de mon pantalon.” Noi, in italiano, non sentiamo il bisogno di specificare che le mani sono nostre e che il pantalone anche è nostro, e diciamo semplicemente: “Tenevo le mani nelle tasche dei pantaloni”. Ma in Québec, l’influenza della lingua francese ci spinge, anche in italiano, a specificare che le mani e le tasche sono proprio nostre e non quelle di un altro.

Ma le contaminazioni delle due lingue forti sull’italiano non si fermano qui, e Bruno Villata, attraverso la sua scrittura agile e chiara, ce ne propone un’intera serie.

L’interessante studio si conclude con un glossario, le note, un’appendice, e un indice.

Claudio Antonelli, da Montréal

5 Commentaires

  1. “L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.
    Scrivo da Toronto (Canada). L’intervento di Claudio Antonelli sull’”italianese” – misto di italiano e francese con un po’ d’inglese – mi spinge – anzi: mi “puscia” – ad intervenire. Per me è una questione vecchia, perché ha gli anni della mia permanenza – molto lunga – in Canada… E addirittura precede la data del mio arrivo in questa terra. Negli anni 1950 ero alla Home Lines – società di navigazione – e il reparto «passaggi prepagati» era tenuto dalla sig.ina Marilli Pacchione di Genova. Costei aveva da fare con italiani che prepagavano il passaggio per famigliari che dovevano raggiungerli in Canada. Beh, Marilli era in prima linea per l’italianese (o italiese che dir si voglia) e si divertiva un mondo a raccontarci le ultime novità linguistiche da lei udite, tanto che compose un vocabolarietto italiano/italianese. Talvolta doveva farsi spiegare il significato, quando si trovava di fronte a una nuova parola, un neologismo di questa strana parlata. Ad esempio, quando udì dalla bocca dell’italo-canadese, responsabile dei pagamenti, la frase: “Domani le porto il ‘buco’” che voleva significare il libretto di banca, da “book”. Ma penso che una tale metamorfosi del linguaggio avvenga in ogni dove. A Québec gli operai che lavoravano in porto avevano una serie di parole inglesi francesizzate. E anche noi da ragazzi non dicevamo nel gioco del calcio: opsaid, per off-side, ends per hands, goal per punto fatto etc.? È una legge linguistica alla Darwin, dove il soggetto tende a conformarsi all’ambiente. Niente di speciale, ma interessante da morire, almeno per me. Da noi a Fiume – la nostra indimenticabile Fiume divenuta ormai sempre e solo “Rijeka” – anche noialtri italiani dicevamo per salutarci “vighez”… Non so ancora cosa esattamente significhi o come si scriva, ma saluto tutti voi “altri italiani” con un caloroso “vighez!”

    • “L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.
      Sono cresciuta in Svizzera tedesca, circondata da italiani di seconda o terza generazione che parlavano uno strano mix tra calabrese o pugliese e un italiano televisivo intercalato da lessico elvetico. Mi hanno sempre affascinato queste forme di darwinismo linguistico come scrive l’altro commentatore. Ma non avevo mai considerato l’italiano in Canada. Grazie per questo interessante articolo.

    • “L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.
      Questo saluto deriva dal tedesco « Wie geht’s ? » che corresponde al « Come stai? » italiano.

    • “L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.
      a Fiume si diceva vighez, che in tedesco vuol dire  »come va ?  » ( Wie geht’s ? ) .. bell’articolo , la linguistica mi piace tutta !

      • “L’italianese” – L’italiano comune parlato a Montréal, Québec. Un saggio di Bruno Villata.
        A Brunico (BZ) ho sentito spesso zolare per pagare (dal tedesco zahlen/bezahlen), e tancaio per distributore di benzina (Tankstelle). Inoltre quasi ogni altoatesino di madrelingua italiana è portato a chiamare tastatura la tastiera del computer; in tedesco Tastatur.

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