Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita

Nella povera economia dell’Italia rurale, soprattutto quella meridionale, il rito dell’uccisione del maiale, come garanzia di sopravvivenza e di nutrimento, ha sempre avuto una parte fondamentale, nelle vicende quotidiane delle famiglie contadine, più del compleanno del figlio più piccolo o di quello del padre.


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Agli inizi dell’Ottocento (1808), Gioacchino Murat, nominato Re di Napoli dal cognato Napoleone, trovò di fronte a lui un regno di miseria e di fame. E, poiché il suo sogno era quello di avere un vero regno florido e indipendente dal potere centrale di Parigi, dove lui potesse essere un vero re e non solo un emissario dell’Imperatore, organizzò un’inchiesta davvero moderna e rivoluzionaria per quei tempi, allo scopo di accertare quali fossero le reali condizioni economiche dell’Italia Meridionale e individuare, così, le iniziative da intraprendere per fare del suo reame un paese nuovo e prospero. Da quella inchiesta venne fuori un quadro davvero sconcertante. Ecco, ad esempio, cosa rispondevano i redattori statistici alle missive degli Intendenti:

“I campagnoli e gli indigenti si cibano in quasi tutte le stagioni di minestre verdi, di legumi verdi e secchi e di frutti similmente verdi e secchi… Nell’inverno fanno uso di frumentone, ossia di grano d’india macinato e ridotto a focaccia condito con poco sale. In tutto il restante dell’anno si mangia pane di frumento. Le carni vaccine si vendono per qualche accidente, cioè quando siffatti animali fossero addentati dai lupi o per causa di frattura di ossa…”

“Le abitazioni del basso popolo sono basse, anguste di forma quadrata… quasi tutte mantenute con poca nettezza e decenza per il domicilio che si fa con i polli ed altri animali… non apparisce palmo di strada che non sia lezzoso, immondo e mal lastricato. Non mancano letamai vicino e dentro l’abitato, né acque stagnanti, né cadaveri mal sepolti di bestie.”

“Di rado, in tempo di primavera e d’estate consumano carni di agnelli e montoni, nell’ autunno quelle di capra e nell’inverno di porco.”

“La plebe ha la male usanza di mantenere animali negli stessi abituri per cui non si trova la conveniente decenza.”

Ed è in questo contesto sociale di fame e miseria che nasce il rito del porco.

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Il porco, con il lento crescere del benessere sociale, diviene un essere integrato nella famiglia, quella esistenza che respira, grugnisce, si muove, insieme ai bambini, alle donne, agli uomini in ogni momento del giorno e che, ugualmente alle braccia stressate del padre, che scavano annaspando nella dura terra per raccogliere un po’ di cibo, è sicurezza di vita. È sopravvivenza, è garanzia per il sostentamento invernale.

Il porco, per secoli, ha vissuto insieme a tutta la famiglia anche sotto il tavolo della cucina dove era più facile gettargli in pasto i rimasugli.

E ancora oggi il porco per tutto l’anno è amato ed è curato. Ma, all’arrivo del freddo invernale, viene sacrificato in nome del bene. E quel giorno, proprio in onore del suo sacrificio, è gran festa.

La festa con cui ringraziare le famiglie vicine accorse per aiutare a compiere quel durissimo rito di sangue, di morte e di vita. La festa per l’augurio che le carni dell’amato porco ammazzato secchino bene, non si guastino e diano vita.

Flavio Brunetti

PORTFOLIO : LA VENDETTA DEL PORCO

Foto del reportage ©Flavio Brunetti

« Il mio reportage sul sacrificio del porco ha oramai oltre trent’anni. Quasi tutte le persone che parteciparono a quel sacrificio sono oramai scomparse. Potremmo chiamarlo “La vendetta del porco” !

Ma nel rito fotografato si legge il rapporto umano con l’animale da sacrificare:

Dall’uscita dalla piccola stalla (il maiale sente, sa, che deve andare a morire e si rifiuta), alla pesata a braccia, dalla raccolta del sangue nel bacile per il « sanguinaccio » (una crema di sangue e cioccolata), alla stretta collettiva sul tavolaccio del sacrificando perché non fugga via, dalla depilazione con l’acqua bollente allo squartamento della povera bestia tradita, tutto, in questo servizio, sa di famiglia e di cura.

Oggi i maiali si sollevano appesi ad una ruspa braccati con una fune che li lega ad un piede di una gamba di dietro e si scannano. Può bastare anche una sola persona per finire l’operazione, che di sacrificio e di amore per la bestia della famiglia ha perso il sapore. »

F.B.

6 Commentaires

  1. Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
    Tout d’abord un très grand merci pour le reportage de Flavio Brunetti. J’en ai savouré chaque parole, chaque photo. Savez-vous que je me revois enfant accourir en chemise de nuit aux premiers cris du cochon qui va être égorgé pour suivre « le rite du sacrifice » comme le font les enfants sur la balcon de la photo N°2?

    Tout est très semblable à ce que j’ai vécu (à ceci près qu’on allumait un feu de paille pour griller les soies et nettoyer la peau): le sang recueilli précieusement, la même échelle de bois pour transporter et hisser le cochon, la savante découpe de la bête recouverte de cette dentelle de graisse blanche qu’on appelait la toilette (photo N°11), les boyaux nettoyés pour faire les saucisses… C’était le travail en groupe et la fête, pouvoir manger de la viande, en partager avec les voisins qui nous en redonneraient quand ce serait leur tour…

    C’est vraiment émouvant de constater que quelqu’un a mis des mots et des photos aussi intimes sur mon passé et aussi de savoir que ce rite soit encore pratiqué dans la Basilicata. Merci encore.

  2. Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
    PORCUS DAY
    In seguito all’articolo molto interessante , e per i francofoni che fossero interessati, Io francese immigrata in Italia, insegnante di Francese a Roma, ho scritto un breve racconto sulla  » tuerie du cochon » chiamato scherzosamente PORCUS DAY in Umbria, regione dove vivo felice dal 1989.
    La tradizione, soprattutto in questi giorni è ancora molto tenace, è il pretesto per un grande radunno familiare, una specie di rituale . Lo descrivo con umorismo, da parte del cane di casa, in una raccolta collettiva di racconti sul tema dei pranzi di famiglia. Il libro si chiama : REPAS de FAMILLE
    éditeur : Edit’o (Ile d’Oléron) 7 €. http://editoleron.unblog.fr/ Buona lettura e buon appettito!!

  3. Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
    Flavio, a seguito del tuo articolo sul porco mi corre il piacere di ricordare questo proverbio calabrese, la morale datrarre spetta a te!!!!!!!!!! “Cu si marita esti cuntentu ‘nghiornu, cu mmazza u porcu esti contentu n’annu “ ( Chi si sposa è contento un solo giorno, chi ammazza il maiale, invece, per un anno intero). Flavio sei grande!!!!!!!

  4. Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
    Come al solito il prof. non si smentisce mai!
    Articolo ricco di tradizione, quella stessa tradizione che man mano sta scomparendo lasciando spazio a culture e cibi precotti e (tra poco) predigeriti!
    Queste si che sono le tradizioni da rinnovare!

  5. Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
    Flavio Brunetti nel suo pezzo reportage « il sacrificio del porco », fa rivivere a molti sprazzi di vita ormai relegati nel fondo della memoria. Da bambino mi svegliavo nelle secche e fredde giornate d’inverno, con gli strepiti dei maiali « sacrificati ». Era davvero una bella festa campagnola, familiare, allargata a amici e compari. Aggiungo qualche particolare.

    Con il sangue schizzato dopo la coltellata, soltre al sanguinaccio si preparava un piatto pronto, la scannatura, un soffritto cucinato con il companatico di peperoni e mangiato facendo parecchia puccia. La gerarchia rurale prevedeva inoltre che le donne avessero un tavolo separato dagli uomini. La discriminazione sessista in realtà favoriva il cenacolo femminile, consentendo a tutte le donne di chiacchierare liberamente durante la cucina nell’ambito di un « cenacolo » rurale al femminile. L’impostazione patriarcale della società contadina e la povertà imponevano a quanti mangiavano nella « spasa », ovvero il grande piatto comune messo in tavola, di rispettare na regola fondamentale per una distribuzion equa del cibo.

    Ci si poteva fermare per bere solo quando lo faceva il capotavola, cioé il capofamiglia. Abitudine poi persa con il progresso ma in certi nuclei tradizionalisti, resisteva una particolare forma di « rispetto » per il capo famiglia. Il quale poteva mescere a tutti ma nessuno poteva farlo a lui. A scalare, il figlio poteva mescere a quelli gerarchicamente più in basso ma era vietato il cammino opposto, così a seguire. Il sacrifico dle porco era un vero rituale.

    Per il mondo ebraico il sacrificio degli agnelli, che di fatto segnò l’inizio della pastorizie grazie alla disponibilità di latte per i formaggi e di carne, identificò spiritualmente il rito dell’agnello sacrificale, vittima per la salvezza del mondo. Il sacrifico del porco di religioso ha solo l’aspetto del rispetto di una tradizione più che millenaria. Attualmente è diventato raro. Ancora lo vedo eseguire con i modi d’antan (l’ultima volta pochi giorni fa) in qualche fattoria nelle zone montane, ad esempio in una posta lungo la discesa/ scorciatoia che da Limosano scende a valle.

    Antonio Campa

    • Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita
      Bravo Flavio!!
      Buon Anno.
      Grazie dei bei servizi fotografici e storie che ci fai pervenire (tramite gli amici di Parigi). Ci ricordi la nostra infanzia e ci fai rivivere una esperienza di vita che abbiamo vissuto nella nostra piccola realtà « Oratino », un luogo molto comune nel nostro Molise.
      Alfredo

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