I poveri ingombrano. La povertà come uno dei mali peggiori.

“I poveri ingombrano”: era questo il titolo originale che Vittorio De Sica e Cesare Zavattini avevano pensato per il loro capolavoro premiato con l’Oscar “Ladri di biciclette” del 1948. Ma la censura, all’epoca, non consentì quel titolo, troppo “ingombrante” forse, avrebbe infastidito, e poi “i panni sporchi – si diceva – si lavano in casa”. Per questo il Neorealismo non era benvisto dal potere.

Ma venendo ai giorni nostri, pare ci sia qualcosa che determina e stabilisce dei valori che gli uomini disprezzano, respingono o credono di avere ormai superato. Forse sono valori che tuttavia stanno alla radice, e di cui non possiamo liberarcene: anzi diventano sempre più evidenti. La povertà sicuramente è uno di questi valori. Fasce sociali sempre più indebolite ne aumentano l’esercito.

Gli uomini la disprezzano come uno dei mali peggiori. E nel suo buio, scompare anche la dignità della persona. Il povero ormai, nella nostra contemporaneità, è un non-essere, un invisibile, un ingombro, appunto. E anche se cammina per la strada, sembra quasi che rubi qualcosa, perché nulla è suo, nemmeno l’aria che respira e l’angolo che occupa.

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La sopportazione spesso non è concedere diritti al prossimo, ma è soltanto accettare di non toglierlo di mezzo, di non spazzar via ciò che infastidisce e ingombra.

Anche i poveri sanno bene che spira questo vento per le strade e sanno che così pensano tutti: nessuno ama più la povertà, perché nessuno ormai la capisce malgrado diventi sempre più manifesta: il povero vecchio divorato dall’ubriachezza, il disgraziato per terra davanti alle chiese, il vagabondo mezzo scemo, barboni da sottosuolo in città superficialmente opulente. La povertà avvilita a disgrazia, ridotta al disprezzo, condannata alla disperazione.

C’è qualcuno che ancora crede che la povertà è beatitudine – come nei Vangeli – per il Regno dei Cieli? La Chiesa si sforza anche in questa epoca secolarizzata a darne fede e consistenza di preghiera. Un filosofo illuminista tedesco, tale Lessing, sosteneva (nel ‘700) che “il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla”. I valori sono dunque alla base di una civile convivenza, ad ogni latitudine. Anche in questo il grande cinema ha saputo analizzare le consistenze umane di fronte a disagi individuali e collettivi. Sempre sul fronte neorealista, “Roma città aperta” di Rossellini ha precorso ed ampliato gli orizzonti su concetti di fede, di giustizia, di lotta contro le sopraffazioni. E anche di dignità.

Su un muraglione del Lungotevere, finita la guerra, campeggiava una scritta: “Ma mò annatevene tutti, lassatece chiagne da soli”.

Armando Lostaglio

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