Alessandro Moscè e la poesia del mistero infinito

La vestaglia del padre (Nino Aragno Editore) è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Alessandro Moscè, dedicata alla figura paterna persa di recente. Un libro intriso di memoria e di dolore, ma senza compiacimento. La lirica di Moscè poeta somiglia a Moscè figlio, e si sviluppa in un dialogo sulla perdita che non è mai vera perdita, ma sempre un riscoprire, un ritrovare.

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La poesia di Alessandro Moscè nasce da due epicentri: la tensione esistenziale e gli affetti familiari definiti in ambienti circoscritti. Sin dall’esordio avvenuto con L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), l’autore marchigiano di Ancona, residente a Fabriano, dimostrava una spiccata vocazione, come scritto da Gianfranco Lauretano nella prefazione, a realizzare “mottetti sinteticamente arroccati intorno ad una singola idea o immagine”, a compiere viaggi domestici in cui i luoghi e le ombre oraziane sembravano continuamente sull’orlo di una scomparsa. Nel 2008 Alessandro Moscè ha dato alle stampe Stanze all’aperto (Moretti&Vitali) confermando la sua direttiva esistenziale incentrata sul trascendente, su una visione metafisica, in cui la funzione del ricordo, sottolineava nell’introduzione Alberto Bertoni, “è sorretta da un’effusione immaginativa e sensitiva”, da improvvise associazioni mentali, da uno sguardo fotografico dove si nasconde un occhio interiore. In Hotel della notte (Aragno 2013) aumentava la presenza dei parenti: nonni, zii, cugini, chiamati a raccolta in un onirico albergo, nel corridoio da attraversare e che conduceva nell’aldilà, così come nell’ultima raccolta La vestaglia del padre (Aragno 2019) in cui Moscè dedica al genitore scomparso un amoroso omaggio, tanto da indurre Roberto Cotroneo ad ammettere che “la poesia vera è fatta di parole, di materia, di dolore autentico, di ricordi, di follia, di amore, e di immagini sfuggenti”. Basterebbe citare questi versi per riassumere la dedica personalizzata: “Non so dove sei o finirai, / in quale ruota del tempo invisibile / cammini con la giacca slacciata / come a trent’anni sul porticciolo”.

Del rapporto padre-figlio e dell’attaccamento all’ombra sotto la quale si è cresciuti, ne hanno cantato in molti. Lo si è fatto sul tappeto dei versi e più in generale su quello di un battage culturale che nei sentimenti ha issato un pericoloso vessillo. Fa specie accorgersi che La vestaglia del padre di Moscè non ha nulla del prodotto che attinge a piene mani dal calderone da mestierante. No, la poesia dell’autore di argutissimo calamo è esattamente quello che ci si aspettava da uno come lui. Il pregio dei versi si somma ad intuizioni fulminanti: l’amore e il ricordo, appunto, la vita e la morte, il sorriso e il pianto, la delicata solitudine, che sono dati certi come il sorgere del sole nelle mattine collinari di Fabriano. Alessandro figlio e Moscè scrittore hanno duettato in assoluta complementarietà, non arroccandosi sull’eremo delle singole perizie. Hanno fuso il prodotto in ciò che appare come la sintesi che la mente ricorda e l’anima coglie. I versi di Moscè sono un vero, concreto sfinimento del distacco e al contempo linimento dell’anima per l’anima. Guizzi di vita talmente intensi da risultare camei a sé stanti sulla morte e sul continuo esserci ancora, nonché sulla perdita esorcizzata scendendo nel “mondo di sotto”, in un viaggio indietro nel tempo, in quella terra dove sono piantati i vecchi alberi. Alessandro Moscè si contamina di dolore, abitudini e atmosfere recapitate direttamente dalla memoria di famiglia. È come se il dovere lo chiamasse dove ha vissuto, ha visto, ha sentito quello che suo padre viveva, vedeva, sentiva. Quell’ombra paterna la ritrova ovunque, anche nei posti più nascosti. La lettura di La vestaglia del padre apre fiori notturni come succedeva nell’opera precedente, Hotel della notte.

Non è sufficiente, però, menzionare i temi salienti se non ricorressimo allo stile lirico-narrativo e anche alle letture più significative negli anni della formazione. Vanno menzionati i conterranei Franco Scataglini e Francesco Scarabicchi, che coniarono, con Gianni D’Elia e Massimo Raffaeli la trasmissione radiofonica “Residenza”, la quale, nei primi anni Ottanta, testimoniò il senso del vivere in un luogo e non altrove. Umberto Saba, Giorgio Caproni, Alfonso Gatto, Vittorio Sereni sono stati maestri paralleli. La dimensione esistenziale di Alessandro Moscè si affaccia pertanto in un misterico infinito che non ha un carattere contemplativo, che guarda in alto, ad un dopo, ad una versione dantesca nel possibile confronto con quel Dio poco nominato ma che emerge come un’ennesima ombra nel contrasto chiaroscurale di Fabriano e della casa paterna. Alessandro Moscè insegue i morti e la comunione con chi non c’è più: “Si cerca sempre di dare un senso alla morte / che sia il bisogno dei vivi tra i vivi”. E ancora: “Sei seduto sullo sdraio di Porto Recanati, forse, / e alzerai le braccia per salutare e ringraziare / chi è venuto a pregare il seme dell’eternità”. Moscè è per la letteratura dell’esperienza, che nel Duemila sembra già qualcosa di rivoluzionario, addirittura di inesistente, se intesa come categoria. Esperienza e arcano di ciò che è accaduto, di ciò che accadrà, di ciò che capiamo e non capiamo in un confine molto sottile tra visibile e invisibile. In altri termini letteratura come osservazione di sé e degli altri, anche facendo riferimento allo splendido romanzo Il talento della malattia (Avagliano 2012), dove in un’atmosfera travagliata è raccontato il mito dell’infanzia e la malattia che colpì realmente Alessandro Moscè nel 1983, un sarcoma di Ewing al bacino. La casistica non lasciava speranze, ma il protagonista guarì inaspettatamente, tanto da diventare un caso clinico perfino negli Stati Uniti (recensione Altritaliani QUI).

Alessandro Moscè

Chiudiamo con il dire che la poesia e la narrativa sono due generi che Moscè frequenta abitualmente, tanto da non considerarli antagonisti, ma addirittura, superando una considerazione crociana, modelli coesistenti in uno stesso libro. Il tutto avviene con naturalezza, non con un intento sperimentale. Così si congiunge il valore universale della poesia e della narrativa tra le pieghe del tempo, nel regno delle anime e nel segno indelebile della nascita e della morte ai quali si alludeva. Il tempo è nella storia, in tutte le storie, al punto da assumere un carattere di universalità pur nella soggettività. La scrittura di Alessandro Moscè sfida le convenzioni e mette a nudo sé stesso e l’altro, facendo cadere un tabù. Educa allo svestimento, come nelle tele e nelle sculture che raffigurano i nudi. E quando questo succede vuol dire che abbiamo dinanzi un cimento da custodire in fotogrammi di parole: “Le case hanno la quiete dell’oriente, / la malinconia di un giorno lungo, / freddo di pioggia battente, / spogliato dai sogni dei passanti / sconfessati davanti ad uno specchio ovale”.

La vestaglia del padre (Nino Aragno editore) collana: Licenze poetiche pp. 118 €. 11,40

Monia Lauroni

L’autore: Alessandro Moscè  è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino) e la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017). È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018). Collabora con Altritaliani.net dal 2013 (QUI la sua scheda d’autore).

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