Silvio Ramat: Poesie e recensione della sua raccolta “Il viola”

Il secondo articolo del mese di aprile 2026, della nostra rubrica Missione Poesia, vede il ritorno di un grande autore contemporaneo: Silvio Ramat uscito lo scorso anno con Il viola (Crocetti Editore). Nell’età adulta il poeta convoca tra i suoi versi i grandi maestri della tradizione e ci rende conto di una rinascita che, tra sogni e immagini, nessuno può soffocare.

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Silvio Ramat, professore emerito di letteratura italiana contemporanea nell’università di Padova, ha pubblicato numerosi studi sulle maggiori correnti e figure della poesia novecentesca e curato edizioni di opere di Campana, Gatto, Ungaretti, Sinisgalli. Tra le sue raccolte poetiche recenti: Banchi di prova (Marsilio 2011), La dirimpettaia e altri affanni (Mondadori 2013), Elis Island (ivi 2015), Mia madre un secolo (Marsilio 2015), Fuori stagione (Crocetti 2017), In cuor vostro e altri versi (ivi 2019). Il viola è l’ultima pubblicazione del poeta, uscita sempre con Crocetti nel 225.

Per approfondimenti sulla poetica di Silvio Ramat vedere al link: https://altritaliani.net/silvio-ramat-poesie-da-corre-voce-e-recensione/

Il viola

Come per molti altri autori è la memoria il tema centrale della poetica che Silvio Ramat ci propone in questo suo ultimo libro, dal titolo Il viola, in un alternarsi di ricordi, a volte dolci, altre volte dolorosi, che trovano la loro consistenza mitica nell’infanzia, forse la fase della vita più sensibilmente esplorata dal poeta. L’opera, infatti, inizia proprio con un brano che la descrive in una dimensione quasi cristologica, dove quella metafora del chiodo perso ritrovato perso, in cui avviene la similitudine con l’età raccontata, non so perché ma sembra davvero appropriarsi di un vago sapore di croce – che potremmo sostituire alla parola parete del testo stesso -: una croce in cui provare a conficcare quel chiodo – anche il termine conficcare ci riporta inesorabilmente alla passione di Cristo -; un chiodo che sembra non voler entrare, neanche a cambiare parete, ci dice il poeta, o a cambiare stanza: perché l’infanzia, non ha parete che la voglia fino in fondo, proprio come quel chiodo che non vorrebbe conficcarsi nella croce divina; perché  – ci dice ancora Ramat – mia infanzia… dell’albero eri non la radice ma la foglia … proprio come su quel tronco d’albero, da cui è stata ricavata la croce, si staglia Gesù, che in quel momento, è più foglia caduca che radice.

Dopo l’emblematica poesia d’apertura, il libro prosegue con la sezione Familiare nella quale, in una sorta di danza che alterna gli anni fra loro, confondendo a volte i ricordi presenti con quelli del passato, il lettore intraprende un percorso sui primi anni di vita del poeta, una sorta di resoconto dell’austerità in cui versava la famiglia – erano i primi tempi del dopoguerra – in una casa della quale si rammenta il misterioso sottoscala, deposito di cose e fantasia; un calamaio/di vetro scuro, più che mai scurito/dal disuso e incrostato dall’oblio; la mancanza di uno specchio se non in una stanza del sottosuolo dove dormiva un’acerba ragazzetta, che aiutava la famiglia nelle faccende domestiche: Forse lei in quello specchio si guardava./Almeno lei. Usciti in strada a volte,/dal marciapiede sbirciavamo in giù:/specchio ragazza camera leggera/una tendina a velarci la scena. E, si rammenta, intimamente, quanto non fosse beata quell’infanzia che, tra un divieto e un castigo/si atteneva a una disciplina purgatoriale proibendo confidenze con niente e nessuno, mentre si ripercorrono le gesta leggendarie degli avi paterni: preti dispendiosi, conti di sobria gentilezza terriera, un bisnonno professore, un nonno con carriera militare… e poi il declino, e il desiderio (dice il poeta), in un ritorno ai luoghi d’origine, di: chiederne (conto) – se ne avrò il coraggio -/ai vigneti, lassù a Rocciamelone/per i miei avi grandioso miraggio.

Certo è il privilegio di essere poeta a scandire parte del cuore pulsante di questa raccolta, in un susseguirsi di riflessi e citazioni dei grandi maestri della tradizione, specie nel testo Nel verbo dei poeti, come: Leopardi – purché tengano aperti occhi e orecchi/alle fioriture della parola/e al canto plurimo che dalle siepi/e dai tetti e dai cieli leva l’ugola/delle creature a Leopardi più care -: come Dante: Così quando,/tenero padre che gioca col figlio,/imprigionavo quella personcina/sotto un lenzuolo e sentivo in quel bianco/ridere il figlio e brogliando tradire/la sua forma vivace: così Dante/talvolta un animal coverto broglia; come Montale: Poi costeggiando a piedi il Bacchiglione/in cerca sulle rive del mio airone/prediletto, vidi quel che già vide/nel parco di Caserta e lo trascrisse/Montale: erano in due sotto i miei occhi/a lisciarsi e contorcersi; due cigni/ sul pelo di quell’acqua pellegrina/sgorgata da una fonte vicentina; come Luzi: E mia madre, se la ripenso, quieta/ […] in che altra posa fissarla se non/seduta inoperosa presso l’argine/come in un verso remoto di Luzi? E ancora, come Carducci, Sbarbaro, Erba… ma anche come nel testo eponimo del libro, Il viola, quando il colore – poeticamente, trasformandosi il cielo, da azzurro che era – diventa il breve preludio alla tenebra, e contemporaneamente il colore degli affetti, laddove al poeta Ramat non resta che abbandonarsi al pianto, a un pianto di gioia, un pianto vivo più della parola.

Ma anche la sezione il Polittico di Milano è, senz’altro, composta con un’intensità commossa e reale, tanto da renderla particolarmente vicina alla precedente. Qui, tra le vie di questa città, nella quale Ramat sente risuonare la voce di poeti noti e amati, quali Giudici, Fortini, Raboni, Loi così come ritrova la casa dove nacque Gadda, le strade dove visse Sereni, il giardino di Lalla Romano; qui, dove il presente si intreccia col passato, si confonde con la preoccupazione del dopo e, ancora di più, dell’oltre; qui, dove il sogno diventa non solo latore di immaginazione ma anche conoscenza che si avvale di visioni, simboli, domande, desiderio di continuazione, i versi sofferti, ci dicono questo: Oggi alla resa dei conti, sognare/è forse più difficile, ma devo… ma, ancora, nella poesia di Ramat avviene, spesso, – in varie parti del libro -, anche l’incontro con la natura, tanto da renderlo un’epifania assolutamente imprescindibile per la sua poetica, laddove ogni pianta diventa una creatura, e l’amore per gli orti vivi di un tempo emerge quale segno privilegiato, rispetto ai giardini curati, mentre si fa avanti il rispetto per l’albero di fico che può nascere ovunque… ed è questa la bellezza/del fico, la sua gloria/è quel nascere a caso, sulla spinta/sine causa di venti scriteriati.

Come per ogni poeta di cui avanza l’età, la dimensione del trascorrere del tempo, il rapporto con la finitudine umana, la caducità della vita diventano elementi predominanti delle tematiche trattate, se pure affrontati con quella leggerezza e quella lieve ironia, tipica della toscanità di cui è portatore originario il poeta, mentre non mancano, ovviamente, neanche momenti di riflessione, di autocoscienza dove chiedersi se sono state commesse gravi colpe, o se sia il caso di convertirsi per non restare come anima nuda fra anime nude. A seguire, non poteva non esserci, una sorta di prefigurazione di quell’opposta riva – di dantesca memoria – dove immaginarsi una vita nell’oltre, nell’Aldilà, frutto di angoscia, magari di sogno, ma anche di giocosità nel pensare alla fine che potranno fare i propri endecasillabi. Un tema questo dell’oltre, già trattato anche in altri testi, come abbiamo avuto modo di esaminare nella raccolta In cuor vostro e altri versi, dove il poeta parla ai figli di questo luogo immateriale, di questa riva a cui tutti devono approdare. Eppure, in questa raccolta, non si cede soltanto al pensiero della fine ma si riscoprono momenti più aperti, quasi un sollievo per un eventuale ricominciamento che nessuna insidia o potatura può soffocare – come si legge anche nel risvolto di copertina – e come detta anche un verso dell’ultimo testo, quello di chiusura del libro stesso: Basta aver fede, e nascono tramonti/interminabili: è tale il rossore/che la notte si trattiene in disparte.

Una parola certa e onesta quella di Silvio Ramat, una struttura studiata nell’eleganza dell’endecasillabo che vuole narrare, ma in uno stile tutto suo, privo di retorica spicciola, raffinato e non certo privo di quella musicalità che dona ritmo e cadenza precisa ad una poesia, tra le più alte della nostra contemporaneità.

Alcuni testi da: Il viola

 
Un calamaio
 
Meglio dei genitori, forse i nonni
spiegheranno che fosse e a che servisse
l’oggetto vano sperso fra altri cento
egualmente negletti:
un calamaio
di vetro scuro, più che mai scurito
dal disuso e incrostato dall’oblio.
Nei banchi delle loro aule non trovano
gli scolari quella tal cavità;
non conoscendo inchiostri, perché mai
interessarsi a quel pelago cupo?
In noi, però, scossi di tanto in tanto
da singulti di fanciullezza, torna
la paura di un’epoca severa:
che, pescato nel torbido, il pennino
ne riemergesse alla luce imbrattato
di detriti, grafia sporca e confusa.
È male, e la maestra non ci scusa.

***
 
Il viola

Non c’è che attendere a braccia conserte
il fatale tramonto della storia
si disse – da filosofo – il poeta
intanto che nel cielo si scioglieva
l’estremo azzurro e adesso era un viola
breve preludio alla tenebra.
Attendere,
braccia conserte, com’è greve.
Il viola
di quel cielo è il colore degli affetti
e da quel viola sgorgava memoria
fervida nell’eclisse della storia.
Affrancato il poeta da ogni scoria
di pensiero, felice che a quel viola
gli venissero le lacrime agli occhi,
un pianto vivo più della parola.

***

Lì nacque

Lì nacque Gadda. Non molto lontano,
le ultime due dimore di Montale
(non mi servono lapidi a richiamo:
più di una volta salii quelle scale).
Dove oggi è zona pedonale, visse
i suoi anni più fertili Gramigna.
Il giardinetto che Lalla Romano
prediligeva, a due passi da Brera,
ricorda il nome di lei sulla pietra.
In poche ore ho riafferrato lembi
d’una mia venturosa giovinezza.
Abiti un po’ consumati dal tempo
ma, dentro, è ancora l’aria di Milano.
Nomi che il cuore carica di echi.
Una di séguito all’altra riscopro
le strade in cui visse Sereni.
Poi lo sguardo rincorre le montagne
fino alla Grigna, il nido di Lucini.

***

La conversione (Il ritorno)

Sarebbe ora che mi convertissi?
Ma da che cosa a che altra cosa? Farmi
da creta, forma? Da terreno ingrato,
giardino schietto in ciascuna sua pianta?
Abbandono la pallida metafora
e ti parlo di fede. Non fu certo
diffidenza a tenermene lontano
ma banale disattenzione. Persa
mia madre, forse attendevo qualcuno
che mi educasse a nuova confidenza
col sacro. Non il sacro delle scene
dei pittori che ornano le chiese.
Non cercavo né clero né dottrina.
Credetti invece ai nomi, alle nazioni
in viaggio, alla forza dei martiri.
Neofita, oggi mi figuro l’attimo
che cederò serenamente a un sonno
di là dal quale vive senza orpelli
di gesti o di parole mi salutano
anima nuda fra anime nude.

***

Non è detto

Non è detto non entri anch’io nel novero
di chi volta le spalle al calendario
al tempo misurato in mesi e anni.
Basta aver fede, e nascono i tramonti
interminabili: è tale il rossore
che la notte si trattiene in disparte
e poi, stanca di attendere, non cala.
Perciò non ha interrotto la cicala
alunna della luce il suo concerto
senza sponde, tormento a cielo aperto
e forse goccia d’immortalità.

Bologna, aprile 2026

Cinzia Demi

IL LIBRO SUL SITO DI CROCETTI EDITORE

P.S.: “MISSIONE POESIA” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani di Parigi. Altri contributi e autori qui: https://altritaliani.net/category/libri-e-letteratura/missione-poesia/

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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