1921. Cento anni dalla scissione della sinistra a Livorno. Il racconto di Antonio Scurati.

La nascita del Partito comunista italiano avvenne 100 anni fa, passando alla storia come la ‘scissione di Livorno’ durante il XVII Congresso del Partito socialista Italiano. Fu quella la madre di tutte le scissioni, ne seguirono tante altre, che hanno segnato la storia della sinistra italiana e non solo. La rubrica Controcanto vi propone una fedele ricostruzione storica di quei drammatici giorni tratta da M, il figlio del secolo di Antonio Scurati, già premio Strega nel 2019. Nello spirito della rubrica questa lettura vuole essere un eco del passato che ci riporta alla attualità.

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Cento anni fa la scissione di Livorno, per la sinistra la madre di tutte le scissioni, altre ve ne saranno negli anni successivi. La scissione è il demone della sinistra e non solo in Italia. Un demone che è sempre di attualità, basti pensare che anche oggi una nuova possibile separazione lacera il PD. Il suo strascico è fatto di rancori che si cementano negli anni e che portano al paradosso del rispetto verso il “nemico” di destra, mentre verso lo scissionista, verso la dissidenza, si abbatte inesorabile l’odio e la rabbia di chi quella separazione l’ha subita. Ed allora l’avversario sarà sì la destra, ma il vicino dissente, che si sente pur sempre di sinistra, diventerà il nemico, il traditore da sbeffeggiare, offendere, umiliare, possibilmente da sopprimere, al meno politicamente. Eguale rabbia e odio sarà riversato verso coloro che a quella separazione non hanno aderito. Una dinamica fondamentalista e carica di incontrollata passione nel nome di qualcosa che prima ancora di essere un’idea, un’ideale, un’ideologia, è una vera e propria fede.

Antonio Scurati racconta quella scissione, peccato originario della sinistra, nel suo bellissimo libro M – Il figlio del secolo (Bompiani, 2018). Premio Strega nel 2019. Ve ne offriamo nella nostra rubrica Controcanto alcuni stralci che ricostruiscono quei giorni drammatici, il clima denso, rancoroso, teso e appassionato. Una lezione che va tenuta presente anche oggi, visto che per la sinistra il demone della scissione è dietro ad ogni angolo.

 

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Brano tratto da : Antonio Scurati – M, il figlio del secolo (Livorno, 16-17 gennaio 1921) – pp. 307-312

Il XVII congresso del Partito socialista italiano è stato inaugurato a Livorno – meta turistica rinomata per i suoi pregiati stabilimenti balneari e termali – alle ore 14.00 del 5 gennaio millenovecentoventuno dal presidente provvisorio Giovanni Bacci con un commosso ricordo dell’insurrezione spartachista del millenovecentodiciannove. Subito dopo di lui, il segretario Francesco Frola ha letto in traduzione italiana il saluto ai delegati del comitato esecutivo dell’Internazionale comunista: un durissimo attacco di Mosca ai compagni riformisti e a chi ancora si ostina a non espellerli dal partito. In quel preciso momento, subito dopo pranzo, è cominciata la tragedia del proletariato italiano.

Nel congresso del luglio precedente l’Internazionale comunista ha fatto la sua scelta, scandita in 21 tesi perentorie come chiodi conficcati sulla bara dell’unità proletaria: per poter rimanere nell’Internazionale, gli italiani devono cambiare nome al partito e ripudiare come controrivoluzionari tutti i compagni di lotta che credono nel socialismo ma non nella rivoluzione. Il problema è che in Italia, dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, Bombacci e i suoi sono gli unici a crederci oramai. Non ci credono nemmeno più i “massimalisti” del segretario Serrati, in netta maggioranza, che pure la predicano ancora a parole. Non ci credono più sebbene, là fuori, il socialismo italiano ancora dilaghi. Nelle elezioni di novembre il partito ha conseguito un successo clamoroso conquistando la maggioranza dei 2162 comuni, conta 156 parlamentari, 216.000 iscritti, divisi in 4300 sezioni, triplicati in due anni, e l’Avanti supera la tiratura di 300.000 copie quotidiane. Là fuori, il proletariato italiano è ancora pronto a uno sforzo eroico ma qui dentro, nel Teatro Goldoni di Livorno, la discordia morde, qui dentro è guerra per bande.

Il 16 mattino ha parlato Christo Kabakciev, delegato dell’Internazionale. Sistemata la cravatta a farfallina e gli occhialetti tondi da miope, il comunista bulgaro ha tuonato il suo ultimatum: non c’è più tempo da perdere, la situazione è rivoluzionaria, quindi chiunque la ostacoli accompagnandosi ai tiepidi riformisti è un traditore. Il Comintern di Mosca espellerà, perciò, chi voterà la mozione unitaria dei massimalisti, Bombacci e i comunisti lo hanno applaudito mentre da tutti gli altri settori del teatro esplodevano urla sarcastiche: « Scomunica maggiore! Viva il Papa! Viva il Papachieff! Non siamo servi, non vogliamo legati pontifici! » Insomma, un circo equestre. A tre piste.

Durante tutta la giornata del 17, la polemica è proseguita in un clima turbolento tra riformisti e rivoluzionari, unitari e scissionisti, intransigenti di destra e di sinistra, politici e sindacalisti, poi, verso sera, ha preso la parola Vincenzo Vacirca, un sindacalista siciliano che a sedici anni ha organizzato la lega contadina di Ragusa ed è già scampato più volte ad attentati sia in Italia che negli Stati Uniti d’America. Vacirca perora con passione la causa del bracciantato meridionale, trovando, tutti concordi, poi, però, quando già l’assemblea si va distraendo con il miraggio della cena, in nome della libertà di pensiero e dell’unità d’azione attacca le direttive di Mosca. Per il nemico del latifondo siciliano comunismo e socialismo sono una cosa sola. La colpa della reazione che sta investendo il movimento operaio e contadino è, semmai, dei parolai che predicano a vuoto la violenza evocando così la repressione borghese, la colpa è dei “rivoluzionari del temperino”.
(…)

L’espressione di Vacirca è vaga ma il riferimento è chiaro, diretto, lo scherno è personale: in un’intervista rilasciata nell’ottobre precedente, Nicola Bombacci, il “Cristo degli operai”, a proposito della violenza, da uomo mite e sincero, ha dichiarato di “non saper nemmeno adoperare un temperino”.
(…)
Nicola Bombacci, come suscitato dalla possente corrente di vergogna che fluisce dalla sala, si è alzato in piedi. Trema di rabbia ma non sa cosa fare.
“Prendi questa, fagli vedere di cosa sei capace”. Alle spalle di Bombacci, la voce di Umberto Terracini – dirigente comunista favorevole alle tesi di Mosca – gli sibila in un orecchio. Più in basso, non viste, le mani allungano una rivoltella.

Nicola Bombacci non ha mai impugnato un’arma in vita sua. La afferra, si sporge dal loggione e la punta contro Vacirca, paralizzato sul palco degli oratori, il braccio ancora teso nel gesto beffardo, accusatorio.
“Questo non è un temperino, ora lo vedrai!”
L’urlo strozzato, isterizzato dall’offesa, risuona nella sala. Attorno al palco, i delegati si gettano sotto le sedie. La mano che regge l’arma, paffuta, rosea, delicata, però, vacilla sotto il peso del grosso revolver a tamburo.
Il ferro, prima bandito, ora viene riposto. Bombacci si accascia nella penombra del palchetto. La tragedia scade a farsa.
(…)

I comunisti, stando alle cronache sono usciti intonando l’Internazionale per darsi appuntamento in un secondo teatro, il Teatro San Marco, a poche centinaia di metri di distanza, dove hanno fondato il Partito comunista d’Italia. I fondatori, sull’impiantito dissestato della platea, davanti a tendaggi sbrindellati che pendevano attorno al boccascena, sotto ampi squarci del tetto infradiciato, da cui piovevano scrosci di pioggia gelida, non hanno trovato né sedie né panche per sedersi. Vidimate le tessere con la falce e il martello, sono rimasti in piedi per ore, ritti sotto la pioggia.

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  • Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e che oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni! (Amadeo Bordiga, leader della frazione comunista scissionista, al XVII congresso del Partito socialista italiano, Livorno 19 gennaio 1921)
  • Fummo – bisogna dirlo – travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana…avevamo una consolazione, alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo affermare di aver previsto matematicamente il cataclisma. (Antonio Gramsci, cofondatore del Partito comunista italiano, a proposito della scissione di Livorno, L’Ordine Nuovo, 1924)
  • A Livorno cominciò la tragedia del proletariato italiano. (Pietro Nenni, attivista del PSI, già fondatore nel 1919 del Fascio di combattimento di Bologna, Storia di Quattro anni, 1926).

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