Altritaliani
La pillola di Puppo

Sessismo e moralismo, tra pozzanghere e cielo.

mercoledì 14 febbraio 2018 di Maurizio Puppo

I bigotti sono sempre esistiti. Solo che una volta il bigotto era solidamente reazionario, conservatore. Baciapile. Avremmo detto: “fascista!” (perché una bella botta di fascista non la si nega mai a nessuno). Tu vedevi il bigotto e ti dicevi, vabbè, basta stare dall’altra parte rispetto a questo qui e non c’è problema, anzi, ci sono buone probabilità di essere nel giusto. Il bigotto ti diceva cose del tipo: se ti tocchi Gesù bambino piange (povero Gesù, deve averceli gli occhi rossi), ma quali insegnamenti potrà dare l’arte degenerata ai nostri figli, e insomma cazzate del genere.

Mi era capitato in mano un libriccino dei Testimoni di Geova, me lo ricordo: il titolo era “come ottenere il meglio dalla tua giovinezza”. Dava utili consigli. Ad esempio: vale la pena ascoltare la musica? Mah. Il libriccino era perplesso ma proprio fortemente. I cantanti sono drogati e dediti a pratiche immorali (diceva il libretto). La musica classica allora forse? Macché. Basta vedere depravati come Mozart o Chopin (stava scritto), cosa ci sarà di buono in musica composta da gente così? Poi il libretto medesimo consigliava di lavarsi sì nelle parti intime, perché in effetti non è una cattiva idea, ma non troppo e comunque preferibilmente con acqua fredda (in modo da essere incitati a un lavaggio rapido, svelto, senza troppa rilassata indulgenza).

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Thérèse dreaming, di Balthus

Per i maschi (qual sono e fui) un altro consiglio dell’aureo libretto era di non dormire in posizione prona (a pancia in giù), per non favorire l’erezione. Perché prevenire è meglio che curare. Ecco, cose così. Vi fanno ridere? Dite che adesso non è più così, che i tempi son cambiati etc etc? Adesso è peggio. Ve lo dico io. Adesso c’è il Male Assoluto. Il bigottismo progressista (il bigottista). O il progressismo bigotto (il progressotto).
Al Metropolitan Museum of Art di New York c’è un quadro del pittore Balthus, con una ragazzina su una sedia: Thérèse dreaming. Teresa era una vicina del pittore, aveva tipo dodici anni, il momento in cui giunge l’ora che indaga, quello in cui la fanciullezza muore in un giro a tondo (dice il poeta). Nel quadro è scosciata, le braccia alzate, il quadro è ambiguo (ma forse nemmeno tanto), torbido e morboso (come la vita è ambigua ma forse nemmeno tanto; è torbida, morbosa).

Qualcuno ha lanciato una petizione di protesta, dicendo che il quadro “promuove la pedofilia”, che il museo “sta nobilitando il voyeurismo e la riduzione dei bambini a oggetti”. Ora, gli scemi sono sempre esistiti e sempre ci saranno in saecula saeculorum, amen. Non è quello il punto. Il punto è il linguaggio della petizione: “la riduzione dei bambini a oggetti”. “Nobilitando il voyeurismo”. Quello non è il linguaggio dei vecchi bigotti. Siamo in presenza, signore e signori, di un linguaggio chiaramente di stampo radical-sedicente libertario-progressista-democratico.

In un museo di Manchester un quadro di John William Waterhouse (pittore dell’epoca Vittoriana), che ritrae delle ragazze, delle ninfe, nude, attorno a un ragazzo, è stato sostituito da uno spazio vuoto per raccogliere le opinioni dei visitatori sulle questioni di “genere, razza, sessualità e classe che riguardano tutti noi”. Ricordate Dino Risi che dei film di Moretti diceva: “Ah Nanni, spostate, facce’ vedere er film?”.

Qui bisogna dire alla curatrice; ah curatrice, e spostate, facce’ vedere il quadro, le ragazze, e pure il ragazzo. Vogliamo tutto. Vogliamo vedere tutto. Soprattutto quello che voi non volete farci vedere. Le ragazze e i ragazzi, il corpo delle donne, la bellezza e la bruttezza, i corpi degli uomini, la seduzione e l’ambiguità, vogliamo pure sentire in noi (attraverso la vita, l’arte, quello che volete) lo sguardo attirato da quel che attirare non dovrebbe. Con i libri, con i quadri, con le poesie, con la musica, con la vita, vogliamo poter indagare e capire e affrontare anche quel che non ci piace, che non accettiamo. (Anche il violento e il pedofilo e il perverso, sì. Di cui esigeremo siano sanzionate le azioni e i reati, ma il cui mondo invece accetteremo di indagare e guardare).

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Le ninfe, di John William Waterhouse

Vogliamo vedere le cose come sono, non come “dovrebbero essere”. Attraverso lo sguardo che guarda la realtà, e non l’utopia di un mondo perfetto che non esiste (e che se esistesse sarebbe terribilmente noioso e pedante). E se quel che vediamo è giusto o sbagliato, se è bello o brutto, se è morale o immorale, lo decideremo noi, da soli. Va bene? Va bene.
Il quadro di Waterhouse per fortuna lo hanno rimesso al suo posto. Ma a Londra, l’azienda cittadina dei trasporti ha rifiutato una campagna pubblicitaria con i quadri del pittore austriaco Egon Schiele. Quadri “scabrosi”. Schiele porta uno sguardo ossessivo sul corpo umano, e soprattutto su quello femminile: il sesso, i seni. L’azienda londinese ha proposto anche di “pixelare” (sic!), cioè coprire con dei puntini, le parti intime. Già l’uso del termine “pixelare”, in sé, meriterebbe sanzioni severe. E ho letto che qualcuno da qualche parte avrebbe cancellato delle immagini dei quadri di Fernando Botero perché “discriminano i bambini obesi”.

Non so se è vero, non ho riscontri, e spero tanto che non sia vero; anzi, chiudo forte gli occhi dicendo: “no no non è vero non può essere vero Gesù Bambino, se esisti fai che non sia vero”. Il problema è che anche se non è vero, purtroppo è ormai verosimile.

Quel che è vero di certo (l’ho visto anzi letto con i miei vispi occhietti) è che su Libération, giornale dell’intellettualismo progressista parigino, che si vuole radicalmente libertario, qualcuno (Laure Murrat) ha scritto che il film di Antonioni “Blow up” del 1966 , rivisto oggi, è inaccettabile.D’une misogynie et d’un sexisme insupportables”; nell’articolo si fa notare con sdegno che nel film sono usati termini come “bird” (nel senso di “ehi, bambola”) o insulti come “bitch” (zoccola, stronza), e conclude chiedendosi se “le sexisme provoqué par l’affaire Weinstein et ses conséquences en cascade n’est-il pas, en effet, l’occasion inespérée, et nécessaire, de relire l’histoire de l’art, du cinéma, de la littérature”, insomma, se il casino (traduzione a cura di chi scrive, n.d.r.) suscitato dalla storia del produttore Weinstein non sia l’occasione di “rileggere” la storia dell’arte, del cinema e della letteratura.

Rileggere la storia? Ma nemmeno il libretto dei Testimoni di Geova arrivava a questo punto. C’è un tipo, un giornalista, in America, che si è messo a leggere cinquantasei (dicasi cinquantasei) scatole di appunti personali che Woody Allen ha donato all’Università di Princeton. Il giornalista ne ha concluso con sdegno che Allen è un misogino, ossessionato dalle ragazzine, e che le sue storie sono quasi sempre centrate su una sola idea: una coppia che entra in crisi a causa dell’arrivo di una persona estranea, quasi sempre una giovane donna bellissima. Il che (non so bene perché) secondo questo giornalista è una cosa grave. Un segno di orrendo maschilismo insopportabile, perché a mettere in crisi la coppia è sempre una donna e non un uomo.

Ma Allen è un uomo, eterosessuale; il suo punto di vista è quello: è la donna il centro delle sue pulsioni e dei suoi desideri, è “la fica” (come diceva il capitano Fausto in Profumo di donna) “la sola religione, l’unica patria dell’uomo”, è il corpo delle donne giovani e belle, Woody Allen è questo, è il jazz, il cinema, la filosofia, l’umorismo yiddish e il mistero della donna e del desiderio di fronte a cui ogni filosofia, ogni umorismo, ogni musica si dissolvono e non si desidera che quello, e questo è quel mondo (di cui cotanto ragionammo assieme), quel mondo è anche il nostro.

E poi il cinema di Allen sarebbe “sessista” perché la donna che irrompe nella vita altrui è sempre bellissima – tipo Scarlett Johansson, o Penelope Cruz, Kate Winslet. (Che in effetti tanto brutte brutte non lo sono). Quindi Allen, per par condicio, e per non incappare nello “stereotipo sessista”, dovrebbe far irrompere nella vita altrui anche delle donne brutte. E degli uomini belli e brutti. Così il suo cinema sarebbe infine equo e solidale. Se poi ci mettiamo il fatto che Allen ha avuto e continua ad avere dei problemi con la figlia adottiva, Dylan Farrow, che lo ha accusato (e continua a farlo) di lontane molestie sessuali (peraltro mai provate), la condanna diventa totale: Woody al rogo! Al punto che molte stelle e stelline del mondo del cinema pare abbiano dichiarato di non volere più lavorare con lui.

Al rogo? Una volta, parecchi anni fa, ho viaggiato in aereo a fianco di Roman Polansky e Emmanuelle Seigner. Lei era seduta proprio vicina a me. Una strega: una strega bellissima e con i capelli sporchi. (Ma questo non c’entra, perché poi se li può lavare. Mentre uno se è brutto con i capelli puliti, mica può diventare bello così in un quarto d’ora. Quindi Emmanuel Seigner andava bene pure così). Lui – Polansky – era piccolo (lo sarà anche adesso, mica è cresciuto) con il naso lungo, una giacca troppo grande (ma era un po’ la moda) e lo sguardo intelligente e opaco, ogni tanto guardava la moglie e deve essersi detto, cosa ho fatto per meritare questo, una donna bellissima, una donna così. Perché vi dico questo? Mi viene in mente adesso perché Roman Polansky ha avuto grossi guai pure lui. Accusato di ormai lontane nel tempo violenze sessuali su donne, tra l’altro, minorenni.

Recentemente c’è stata una retrospettiva sui suoi film alla Cinémathèque di Parigi, dove Polansky abita da tanto tempo, era stato invitato anche lui; e un centinaio di donne, esponenti di movimenti femministi, hanno contestato ferocemente. “Nous ne croyons pas à la dissociation de l’homme et de l’artiste que la Cinémathèque revendique”. Insomma, non credono alla dissociazione dell’artista e dell’uomo. Non ci credo nemmeno io, se è per quello. Ma non ho capito bene cosa volessero le contestatrici. I processi si fanno in tribunale, no? Adesso io non dovrei vedere un film di Polansky o non dovrei celebrare la sua opera e il suo talento perché è accusato (senza che sia stato provato) di un reato? Ma andiamo. Che sia colpevole, intanto, lo devono decidere i giudici. Mica io che non ne so un tubo. E neppure quelle che erano lì a contestare.
Voi direte, eh ma la giustizia non sempre è giusta. Vero ma alla fine della giustizia un po’ ci si deve fidare, siamo obbligati a fidarcene, perché per quanto scalercia è sempre meglio dell’arbitrio. Meglio della lettera scarlatta con cui si bolla il peccatore, la strega, l’eretico. E poi, quando anche Polansky fosse dichiarato colpevole, volete bruciare i suoi film?

Volete che i suoi film diventino brutti per legge, per il mondo intero? Oppure volete impedirgli di continuare a vivere, impedirgli di essere stimato come regista (magari non come uomo, ma come regista)? Questo desiderio non di sanzionare il reato secondo la legge, ma proprio di bruciare il colpevole (o presunto tale), di distruggerlo interamente, di renderlo odioso e odiato a tutti, perduto, insultato, è un desiderio di olocausto, di dannazione, è una cosa spaventosa; è la stessa pulsione che portava a bruciare le streghe.

E se vogliamo suona paradossale che a diventare aspiranti boia e torturatori e ad aspirare ad accendere il rogo siano donne che si proclamano femministe e che invocano a pretesto i diritti delle donne. Io amo le donne. Amo le donne e ho orrore dello stupido maschilismo, degli scherzi da caserma, delle caserme tout court, direi. Delle battute da spogliatoio maschile (luogo peraltro in cui l’omosessualità è nelle cose, nell’aria); dell’ebete idea che la colpa è sempre delle donne; se vanno in giro vestite perché son vestite, se son mezze nude perché sono mezze nude.
Ho due figlie e una cosa che vorrei da loro è questa: che sappiano difendersi dagli idioti. Con ferma cortesia. Con cortese fermezza. E ove mai non sia sufficiente, con la prosecuzione della succitata cortese fermezza con altri mezzi; ad esempio secco calcio di punta nei cosiddetti dell’importunatore.

Non mi piace per niente un mondo in cui l’uomo fatto, l’uomo saputo allunga la mano sulla coscia della vicina e si stupisce, ma che sarà mai? In cui il maschio potente (pover’uomo, a pensarci) crede che in fondo con la femmina ci si può mettere d’accordo, che la sveltina, la fellatio consumata colà dove si puote (ciò che si vuole) sia il pedaggio, naturale biglietto, il lasciapassare per il posto ambito, perché così fan tutte (e tutti), perché così va il mondo (da che mondo è mondo). Scemenze. Il mondo va dove lo facciamo andare noi. Noi come individui, dico, uno per uno: e per primi io e te (hypocrite lecteur - mon semblable, mon frère!).

Tutto questo mondo schifoso pieno di porcherie verso le femmine (le femmine che tanto ci piacciono e ci innamorano) non ha scusanti e non mi piace neanche un po’. Però. Però. Però (tre però e ci arrivo: un po’ di pazienza), non mi piace neppure un mondo in cui i rapporti tra le persone siano anestetizzati o regolati o inquadrati. Ispirati a una specie di condotta santa e pura.

Qualche tempo fa, mi trovo in un ascensore non con Emmanuel Seigner, ma con una persona, che è omosessuale e (felicemente. Almeno spero per lui) sposato (con un uomo) grazie alla recente e sacrosanta legge. Chiaramente, ultra-progressista. Cioè, uno così te lo immagini bigotto? Moralista? Io no. Fatto sta che siamo sull’ascensore ed entra una donna. Una sventola da far paura (è un modo di dire. Non faceva paura per niente). Passano lunghi secondi.

La sventola esce. Lui mi guarda severo e mi dice: “le hai fatto la radiografia” (a proposito di nobilitare il voyeurismo). No, dico io, l’ho guardata come a volte capita che un uomo guardi le donne. Lui: sì, appunto, e mi infastidisce, lo considero un atto di violenza. Io: a lei forse fa piacere essere guardata. Lui: non lo sai, dovresti chiederglielo. Insomma, mi ha fatto la morale. Poi sono uscito e nelle strade di Parigi c’era una pubblicità con due ragazze bellissime, e una scritta incazzata: basta con queste pubblicità sessiste! Basta con l’uso del corpo femminile! Va bene, basta.

Ma una volta che abbiamo detto basta, cosa facciamo? Mettiamo i mutandoni? Rifiutiamo di riconoscere la bellezza, l’erotismo, la seduzione? L’ambiguità? I pensieri che non si possono pronunciare ad alta voce? Rifiutiamo che al mondo esista la bellezza e la bruttezza, l’attrazione e la repulsione? Vediamo solo film che in modo stentoreo proclamano che per andare a letto assieme bisogna firmare un contratto? “Amore, vieni...” “Sì, certo, ma guarda scusa, ci sarebbe quest’ultima clausola da completare e poi devo consultare un attimo l’ufficio giuridico”. Oppure “Cara, come sei bella”. “Bella? Questo è uno stereotipo sessista. E una grave discriminazione. Se io fossi brutta non mi desidereresti? Inaccettabile!”, “Ma io non volevo dire questo, ma...”, “No, no, sei incappato nello stereotipo sessista, adesso come facciamo?”. “Cara, sei bella ma anche brutta. Va bene così?”. “No. Non va bene. I giudizi estetici sono ispirati da modelli sociali conformistici. Quando dici “brutta” intendi che io non sono adeguata rispetto a un modello imposto dalla società maschilista? Non voglio essere giudicata né bella né brutta”. “Ottimo. Cara né bella né brutta...”. Alla fine, uno non dice più niente e fa prima.

Quando “Salò” di Pasolini veniva sequestrato, con le sue scene di violenza, di coprofagia, mica c’erano dubbi su dove stare. Sapevi che c’era una parte del mondo dove si poteva stare, dove ci si poteva sentire a casa, ed era quella di chi rifiutava la stupida censura, il moralismo. Poi è successo qualcosa. C’è stato senz’altro un errore, un equivoco, un terribile malinteso.

Quando hanno bruciato le copie di Ultimo Tango a Parigi il mondo era quello che era, pieno di moralisti censori; ma almeno sapevi che da una parte c’erano quelli che volevano bruciarlo e dall’altra quelli che difendevano quel film, il diritto di quel (brutto) film a esistere, con la sua sodomia al burro, con il rapporto folle tra uomo e donna, lo sguardo sulle cose che non può mai essere, quando è vero sguardo, conformismo obbligato a un modello di virtù e saggezza, sguardo guidato da un ideale sociologico che non prevede né discriminazioni né differenze né giudizi né pulsioni (perché le pulsioni sono non tutte belle e non tutte sante).

La virtù e la saggezza possono essere meravigliose non quando sono imposte per legge e per costume, ma quando emergono come un fiore dal fango e non si schifano del fango, non distolgono lo sguardo dal fango, non negano in radice l’esistenza , il diritto a esistere, del fango. Noi siamo un pozzo che fissa il cielo , dice Pessoa.
Un mondo in cui non ci sia altro che cielo, perché ci è proibito guardare il fango, compreso il fango dentro di noi, sarebbe, io credo, il peggiore dei mondi possibili.

Maurizio Puppo


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