Altritaliani
Resistenza storia, rappresentazione, immagine

Elio Vittorini. Uomini e no: Resistenza e Ribellione di un uomo libero

domenica 6 aprile 2014 di Marina Mancini

Continuiamo il nostro libero dibattito sulla resistenza e la cultura italiana con questo gradito intervento di Marina Mancini su Vittorini e l’attualità della narrativa resistenziale.

La storia che qui viene raccontata è la storia di una, due, tre, mille resistenze: la prima è quella con la R maiuscola; la seconda è quella che racconta la prima in modo funzionale al potere politico in modo ideologico edulcorandone il senso; la terza è quella dei poeti partigiani che come Elio Vittorini traggono dalla propria memoria resistenziale i tragici canti che hanno dato immagine, vita e vigore a quella R maiuscola che ogni giorno vediamo traballare ma rimanere in vita grazie ad essi. Le altre cento e centomila resistenze sono quelle di coloro che resistono ai rumori del mondo nutrendosi di quelle memorie, di quei canti.

Inizio a scrivere seduta al tavolo di un bar mentre sorseggio un caffè troppo corto. Davanti a me una finestra aperta.

Giorni prima seduta ad un altro tavolo prende forma questa storia. Un segno di matita su un foglio bianco, resta fermo, isolato. Il tentativo di dare inizio ad una elencazione resta vano. Ascolto la voce che racconta del libro, di una storia violenta, la cronaca di un tradimento. Non prendo appunti, porto tutto dentro.
La sera ritrovo quel libro, già attraversato anni prima, senza in realtà vederlo. Allora incerto e difficile raccogliere e comprendere profondamente quella sottile, ma netta linea, che distingue chi Resiste, perché semplicemente Esiste legandosi, con la propria identità umana, ad altri esseri umani, e resta Uomo, e chi No.
Il libro è “Uomini e no” di Elio Vittorini, il tradimento è quello operato da Togliatti nei confronti degli intellettuali comunisti, nel suo livido tentativo di aggiogare la cultura, la ricerca, il sapere sotto il drappo della sua politica, al guinzaglio e al servizio di questa.

Tra la primavera e l’autunno del ‘44, mentre scrive il romanzo, Vittorini è in fuga , inseguito e braccato, nascosto dalle montagne. Sulla pelle l’ordine Mussoliniano di sparargli a vista. Resiste, perché Esiste, e contribuisce alla lotta partigiana, anche, definendo e tratteggiando quella sottile, ma netta linea rossa, che distingue i partigiani, uomini e donne che rifiutano, impegnati per la liberazione, e gli altri, i complici di una oppressione disumanizzante e disumana.
Vittorini racconta di sé e di quella sua esperienza straziante. Racconta di un uomo e di quel mondo interiore, nucleo umano fondante che, come reticolato intorno alla vita, tiene insieme i pezzi che altrimenti cadrebbero, dispersi e avvolti nel dramma intorno vissuto.
Disegna, lungo il percorso del libro, tratto dopo tratto, l’immagine dell’essere umano che rifiuta, si oppone e si ribella, sostanza ed essenza della resistenza. Ma anche il ritratto di un uomo complicato ed appassionato.
I partigiani da una parte e gli indifferenti dall’altra, si contrappongono, dunque, pagina dopo pagina in un gioco di specchi dove le immagini riflesse assumono, di volta in volta, volti umani, di donne e di uomini, oppure il vuoto, terribile, degli altri, che fa il non essere. E le vittime, in questo gioco, non sono tutte uguali. Non possono esserlo.
I bravi soldati della G.N.R o i “biondini “, come li definisce l’autore, i nazisti, portano spavaldi sulla testa l’immagine della morte, ed essi stessi morte, nel loro atroce annullamento della vita e dell’essere umano, Vittorini li descrive fatui, profondamente stupidi mentre mangiano cioccolata, baciano la stessa donna/corpo, scherzano e ridono insensati, incuranti e disinteressati ai morti che giacciono, con volti severi, massacrati, intorno a loro, come se la vita e la morte non li riguardasse. I biondini che uccidono nello stesso modo per cui vivono, per niente, per essere niente. Rendendo nulla anche i rapporti umani.

“ Che è? Che cosa è?” ……
” E’ qualcosa questo?”
“Non è qualcosa?”…dicono i tedeschi
“Es nada” egli dice.  [1]

Enne2 da una parte, Cane Nero dall’altra.
Un uomo innamorato, tormentato e l’altro di cui l’autore ci rimanda solo il suono dello scudiscio, le grida, quasi latrati, nella notte, e la sua ferocia. Enne 2, il partigiano in fuga, in cui l’autore si riconosce:

“Io a volte non so, quando quest’uomo è solo- chiuso al buio in una stanza, steso su un letto, uomo al mondo lui solo- io quasi non so s’io non sono, invece del suo scrittore, lui stesso”.  [2]

Partecipe della sua stessa angoscia, della stessa mancanza. Meravigliosamente, confessandosi, l’autore ci mostra l’origine del deserto, il dolore provocato dalla mancanza che non è separazione, ma, al contrario, assenza di qualcuno da cui è impossibile separarsi , peggio sarebbe , annullare, che poi è come perdersi per sempre.

“ Io so”… dice Vittorini, “che cosa vuol dire un uomo senza una donna, credere in una, essere in una, eppure non averla…..e allora prenderne una che non è una tua ed ecco avere, in una camera d’albergo, avere invece dell’amore, il suo deserto”.  [3]

Non conosce indulgenze, Vittorini, a questo perdersi, perché non è, egli dice, un deserto come gli altri, è il peggiore, per quelli che sono uomini certo e che si nutrono di emozioni, questo deserto è insostenibile e deve diventare inaccettabile.
É simile all’acqua che puoi bere, alla memoria di quell’altra che accarezzava la pelle, al pane che puoi mangiare. Ma non è acqua, che disseta e abbraccia, e non è pane che sfama. Qualcosa di simile alla sopravvivenza, forse, ma non è esistenza.
Questo umiliare se stesso, dice l’autore ed è inflessibile, questo abbandonarsi in un rapporto umano non vero, in una storia fittizia, per altre ragioni ma che non sono ricerca del rapporto umano, esclusivo, profondo, con l’altro che ti corrisponde, non salva e non fa identità di uomo. Cadere in questo inganno non consente più la lotta, non permette la resistenza.

Enne 2, per pietà di se stesso, del suo esser senza lei, cede ad un rapporto sessuale vuoto, perché senza una possibilità di incontro umano, senza amore profondo.
Ed è in quel momento che entra nel deserto peggiore quello del non rapporto, dell’altro che non senti, da lì in poi, sperimentato in questo deserto, sa che può arrendersi, sa che può rendere tutto uguale, cedere alla rovina del “fare basta”, come se niente avesse più importanza.
Come se, non sapesse più, che lei sarebbe tornata.
Come se, non sapesse, che alla fine di tutto, sarebbe arrivata la liberazione. Il buio avvolge le infinite possibilità.
Cade il vestito di donna appeso dietro la sua porta. Vacilla l’immagine di lei nella sua vita, sporca la sua sete.
Lo sanno i suoi compagni, un uomo così disperato non può più lottare, perché facilmente, può cedere ed arrendersi. Perso il filo del desiderio.

“(….)non c’è tragedia più grande di quella che porta l’uomo, per paura di essere ucciso, a suicidarsi. A istupidirsi. Ad annullarsi e negarsi per paura di essere annullato e negato. A far finta di pensare per non pensare e impedire agli altri di pensare; a far finta di fare l’amore per masturbarsi e impedire all’altro di fare l’amore; a far finta di vivere e impedire agli altri di vivere.”  [4]

Enne 2 si perde, certamente, ma il suo smarrirsi non è mai il buio del nazista. _ Egli sa, sperimenta la pienezza degli affetti e ha certezza dei sentimenti. Odia, ama, soffre, prova compassione e tristezza per le sorti della sua esistenza e per quella degli esseri umani che lo circondano.
Gioia inarrestabile alla visione di lei, del suo gomito e della sua spalla, dentro un tram in una mattina di sole.
Infinita afflizione per quei morti che giacciono assassinati, sotto i monumenti freddi, in una città intorpidita dalla ferocia.
Non annulla mai la sua umana sensibilità, si lascia, però, sconfiggere e confondere nell’impossibilità della disperazione.

“Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole”.  [5]

Vittorini regala alle labbra di una donna, una donna vecchia ma bella, la sua semplice e fondamentale riflessione. Le ragioni della lotta antifascista, il motore della ribellione e della resistenza.
La felicità, dice, è la ragione di tutto.” Semplicemente.
Nel suo appartamento, rifugio, la vecchia Selva, guarda Berta ardentemente:

“….Preferirei che fosse così, che fosse solo una donna, che fosse solo la tua compagna…”
“Ma perché Selva?” disse Enne 2…
“Ti sembra strano? Non è strano”….”Non possiamo desiderare questo per un uomo che c’è caro?
Un uomo è felice quando ha una compagna. Non possiamo desiderare che tu sia felice?”…”Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici?”….
…”niente al mondo avrebbe un senso”…
 [6]

Niente al mondo avrebbe senso se gli uomini non potessero essere felici, niente al mondo rende un uomo pieno della sua identità e felice come nella possibilità di in un rapporto umano profondo. Niente al mondo potrebbe permettere ad un uomo di lottare per la propria e altrui liberazione, se non avesse pienezza e un pensiero dentro di sé, e la certezza di vedere e sentire, intorno, la bellezza della vita.

Continua Selva:

“Presuntuosi siete voi. Volete lavorare per la felicità della gente e non sapete che cosa occorre alla gente per essere felici. Potete lavorare senza essere felici?”  [7]

Non sono eroi quelli che lottano, dice l’autore, sono uomini semplici e pacifici. Il cinematografo, le sigarette, gli amici, le corse in bicicletta, il buon vino.
Non sono eroi, né martiri gli uomini di Vittorini:

“Essi avevano, ognuno, una famiglia: un materasso su cui volevano dormire, piatti e posate in cui volevano mangiare, una donna con cui volevano stare; e io loro interessi non andavano molto più in là di questo, erano come i loro discorsi.
Perché, ora lottavano?
Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita?... Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?”
 [8]

Perché gli uomini si offendono e nell’offesa, fatta a loro e al mondo, c’è la lesione della loro identità e di tutto quello che è in loro per essere felici.

“Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo è l’uomo.  [9]

E gli altri? Non sono uomini gli altri?
La distinzione è netta, un filo rosso li divide, non è uomo chi non sente su di sé, come insopportabile, come ingiustificabile, come inaccettabile, l’oltraggio fatto a se stesso e all’altro. Lo sbarbatello con le tibie incrociate degli scheletri sulla testa mangia, scemo, ride di una risata senza senso, con la bocca piena, felice del rancio offerto, come ai cani, non manca niente di quello che serve per riempirsi la pancia. Prende il rancio, scodinzolando, dalla stessa mano che poi lo colpisce e lo fa cadere.

“Lo sbarbatello continuava il suo pasto in piedi, pur sempre idiota, pur sempre ridendo, chissà di che, come un idiota, ed egli, bruscamente, gli diete uno spintone, lo fece cadere tra due morti.”  [10]

Manera il soldato della milizia, è spento, chiuso l’interruttore del rapporto con la vita, e con le proprie emozioni, esegue gli ordini trascinandosi, gli occhi chiusi, i soldi a fine mese servono. Non lo scuote la tragedia, l’oltraggio, non più di tanto, lo spettacolo, nel cortile di una caserma, che si fa anfiteatro, del suo amico occasionale, Giulaj, nudo di fronte ai cani e infine divorato da questi.
Che poteva aver fatto? Era solo un ambulante.
Aveva una moglie, carina, giovane, non aveva figli, non ancora, si era sposato da poco. Che poteva aver fatto? _ Un attimo prima, un respiro prima della paura, prima, dell’incontro con il disumano, prima di essere mangiato dai cani, si era inginocchiato sul corpo di un vecchio ucciso e ne aveva coperto la nudità. Che la smettessero i soldati intorno di oltraggiarlo.
Manera sbadiglia, e se ne va, ha finito il turno, i soldi a fine mese servono. E poi i soldati che, non vedono, non sentono, non parlano, ma eseguono bene gli ordini, sono pagati bene. Orrore.
Un tram passa, lento. Una donna scende in piazza della Scala. Il sole tiepido, di uno strano inverno dorato e assolato. Sole ingannevole che non scalda. Gente che si muove, si ferma in gruppo, e poi va via, smarrita. É successo qualcosa? Niente di straordinario.
Vittorini conduce Berta per mano e la porta a vedere.
Ci sono scarpe, vestiti laceri in terra, cosa è successo? Niente di straordinario.

La mattina si sveglia con dei cadaveri sparsi per la città, al sole, o in ombra, sotto i monumenti.
Corpi di uomini, donne, una bambina tra di loro, perché la bambina?
Due adolescenti, coperti da una stessa lacera coperta, perché anche loro?
Un uomo vecchio, nudo, i piedi gelati.
Intorno agli assassinati , ridono, i biondini di guardia. Mangiano, giocano, scherzano. Offendono la vita, quella vita che non gli appartiene più, non meno che hai morti.
Niente di straordinario.
Perché quei morti, quegli uomini, donne e bambini assassinati, in quei giorni di guerra e di rabbia, di freddo e d’angoscia, dice Vittorini, non si devono piangere, non si deve.
La vita e la morte.
Seducente combinazione, che tocca argini inaspettati, quando, parola che insegue parola, ti rendi conto che i vivi e i morti capovolgono, per mano dell’autore, le proprie consistenze.
I vivi gozzovigliano, senza colore , senza sostanza, in realtà morti, perché nulla hanno da dare e nulla accolgono se non, appunto, morte e silenzio, ma i morti, che giacciono spogli al vento, raccontano, riempiono gli spazi emozionali, ascoltano, insegnano, salvano.
Non si deve piangerli, grida Vittorini, per bocca di un anziano mendicante che rimprovera Berta, scioccata e ferita da quella visione tragica, non si deve. Piangere è annullare il loro sacrificio, rendere vano il loro olocausto. Perché gli ammazzati, sia i partigiani, costretti a combattere, come i civili schiacciati da una guerra insensata, e non chiesta, non voluta, sono “come la bambina strappata dal suo letto e fucilata.”
Per tutti loro vale lo stesso, disperato, perché? Per tutti loro, nella fatica di trovare “una risposta nuova, parole che cambiassero il corso della nostra consapevolezza, non si poteva chiedere perché che per tutti insieme”. _ Perché, in realtà, simili nella presunzione di una scelta impossibile. Costretti a lottare, costretti ad uccidere, costretti a morire.
E tutto questo, l’esercizio continuo di un rifiuto fallace, è un buon rimedio per non perdersi completamente

“(…)tutto quello che è stato, e vuole, con ognuno che si perde, essere ancora. E il cielo che fu dell’aquilone?” “Il cielo che fu dell’aquilone.”

Colpiscono, i lupi, dove più profondamente possono ledere. Vogliono colpire per distruggere quello che loro non sono più.
E vogliono fare paura.

“Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpire l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dove era più uomo.”  [11]

Dove era più uomo. Colpire il bambino, la donna, la vecchiaia. Colpire non dove l’uomo ha la sua debolezza ma la sua forza, dove riscopre la sua vitalità.
La moderna psichiatria racconta, oggi, questa storia, passata come un tamburo, rullo soffocante sulla pelle della gente.

“La storia lo dice. Sempre il bambino, la donna, l’operaio sono stati annullati, negati, violentati da chi non è bambino, non è donna, non è operaio. Da chi non è. Il non essere dell’uomo, il disumano, domina l’umano, l’essere”  [12]

Fanno paura?
Nessuno dei presenti a quella visione indietreggia, nessuno ha paura, nel silenzio delle persone che osservano e dei morti che giacciono severi, c’è la denuncia del tradimento di chi ha rotto il patto, fondamentale, con l’umano essere e che, violandolo, e trascinandosi e trascinando gli inconsapevoli nella gola della guerra, ha perso la propria umanità.
Come lupi divorano tutto, come i cani sopra Giulaj. Grida un ragazzo tra la folla:” Antropofagi!

“Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura(…)non potevano averne(…).Ognuno, appena, veduti i morti, era come loro, e comprendeva ogni cosa come loro, non aveva paura come non ne avevano loro. Avrebbe anche potuto essere stato con loro, la sera prima.”  [13]

Una nuova consapevolezza. Berta.
Il suo vestito appeso dietro la porta. Fermo lì da dieci anni. La sua immagine. Il segno doloroso e insieme prezioso della sua presenza. La donna che non cammina accanto a lui ma “dentro” di lui. Lo splendore che si avvicina.
Lei sa di essere sua, da sempre, dalla nascita. Lo incontra, lo riconosce e in lui si riconosce, lo insegue, lo cerca, lui è nato perché lei è nata.
Eppure lei sfugge, non trovi il senso di tanta passione che non riesce ad abbandonarsi, di questo appartenersi che non si da pace. Lo scopri da un sogno, il perché, dalla fantasia dell’autore che entra nella vita del suo personaggio principale, come uno spettro, come l’immagine dell’assenza di lei o del rapporto con lei.
La cercano insieme nella sua infanzia, bambini entrambi, la sorprendono nei suoi giochi, la portano via dalla morte, la consolano nella paura e la proteggono, vogliono impedirle di trovare l’altro, che non ha volto, ne nome, ma che sporca la sua sete, crea il suo deserto. L’altro che non la disseta, non la sfama, non la scalda, l’altro che non è ricerca, rapporto, non è niente, ma che lei sposa. _ Non sappiamo il perché di questo matrimonio, sentiamo però che è questo che infanga la storia tra Berta ed Enne2 , che la interrompe, la castra e la rende muta. Dolore che non si consola nell’abbraccio, perché lei non si perdona il tradimento.
Ma chi tradisce?
Piange Berta. Niente conforta il suo pianto.
É buona Berta, tanto buona, così buona che, per cristiana bontà, fucila se stessa. Per cristiana bontà, Berta, disprezza il suo cuore, inganna la vita, si fa beffe del suo sentire. Non ha una casa, Berta, non ha niente, rana dal ventre gelato. Dorme in un letto vuoto con un uomo che non ama.
Ma è talmente, stupidamente, cristianamente buona che, invece, crede di avere tutto. “Questo è terribile”, le dice Selva.
E quei morti, ribadisce Vittorini, passati per la morte e tornati vivi, in un altro modo di essere vivi, la incalzano e la rimproverano.
Chi lotta, chi resiste e chi muore, lo abbiamo detto, lo fa perché gli uomini siano felici. Di fronte a quei morti ammazzati, morti anche per lei, Berta ascolta e sente, finalmente, che non ha scuse, difese, attenuanti. Il cieco e ottuso asfissiare il suo desiderio è la sua colpa.
“Sono morti anche per me?”
Questo fa piangere Berta, non la loro morte in se, no, non è questo, ma il fatto che il loro sacrificio valeva e pesava anche sulla sua vita. Doveva comprendere ora, era costretta a farlo. Ma cosa?

“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”
“Imparare che cosa?” disse Berta “che cosa insegnano?”
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”…
“La liberazione?” disse Berta
Il vecchio sembrava cercasse la risposta migliore, guardava davanti a se con occhi lieti.
“Di ognuno di noi rispose”.
Cap. LXVII pag. [14]

E allora capisce, smette di confondersi. Davanti a chi muore, perché non ha avuto scelta, si fa spazio un pensiero nuovo, nitido, originale, che non opera distorsioni con la realtà, un’ immagine diversa, rispetto ad una vita simulata, smette di ....”far finta di pensare, per non pensare (di)… far finta di fare l’amore per masturbarsi e impedire all’altro di fare l’amore; (di) far finta di vivere e impedire agli altri di vivere”.
Nessuno è dispensato da questa responsabilità e dal sentirsi addosso, come un pegno, come un dovere, come un dolore, la morte:

“ di chi resiste, di chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, (o morire) e vivere (e morire ) in piedi anche nei momenti peggiori.”  [15]

Di chi è costretto a lottare, mettendo in un amaro conto anche la possibilità di andarsene, costretto da un vento freddo, regalando, però, a chi resta la possibilità di realizzare la propria identità.
Vivere non negando se stessi, questo è il maggior tradimento fatto da Berta, la sua peggiore infedeltà, colpevole nei confronti di se stessa.

“E’ dinanzi a loro con tutta la sua vita: quello che le sembrava serio, e che ha voluto credere bontà, dovere verso il mondo, virtù, purezza. Dieci anni è stata ferma in questo, tenendo fermo un uomo al suo fianco, e ora non ne è fiera, anzi, ne ha vergogna dinanzi ai morti. Che cos’è questo dinanzi a loro? …..Paura di non essere buona, paura di aver coraggio, e ostinazione nella paura, ostinazione a restar legata, e restar rassegnata, a non lottare…..Lo vede dinanzi a loro, morti per una vita che sia più seria. Niente di quello per cui lei è vissuta è in quello per cui loro sono morti.”  [16]

Che si sciolgano i legami finti, dicono i morti, che si smetta di vivere per le convenzioni, e le regole imposte, che si smetta di sopportare catene castranti, che ci si liberi e ci si realizzi in rapporti e in un’ esistenza vera.

“Un modo egli vuol dire, che dia agli uomini di farsi una cosa vera in ogni loro cosa.”  [17]

Questo l’impulso vitale che porta l’uomo a scontrarsi e a morire contro i poteri di governi autoritari ed arroganti, contro regimi e dogmi religiosi che soffocano le libertà personali, offuscando le esigenze d’identità.
Questa la resistenza contro sistemi economici globalizzanti, che sminuzzano l’essere umano restituendolo, avvolto, nella misera figura di consumatore o merce a buon mercato.
Questa l’esigenza profonda racchiusa nella pretesa, umanamente imprescindibile, di difendere le ragioni della poesia e della bellezza irrazionale intorno al muoversi della vita. In tutto il racconto, si profila, accanto alle lotte con i compagni, il rosso filo del rapporto di Enne 2 con Berta. Ed è questo, per il partigiano, lo slancio assetato della sua passione, il volano del suo coraggio, la gioia del suo perdersi:

“Era come la voglia di perdersi, e non era perdersi; era anzi il contrario. Era che Berta sarebbe tornata (…), e che lui la stava aspettando(…) Questo era ed era molto semplice…”.  [18]

Berta respira. Ora ascolta, come voce vera e legittima, il suo desiderio di perdersi in Enne 2.
Berta e Linda.
L’immagine di Berta da una parte e di Linda dall’altra. Di Linda conosciamo solo dettagli anatomici, resa corpo e poco altro dai nazisti che la osservano, la ragazza con le più belle gambe di Milano, che balla nuda sui tavoli, che appartiene a tutti e a nessuno, resa niente o bestia morta.

“Sul tavolo la ragazza Linda ha finito il suo piccolo ballo…….E’ saltata al collo, tra un balletto e l’altro, di questo e quell’altro ufficiale, è stata sulle gambe di questo e quell’altro ufficiale, e a poco a poco si è spogliata, e Clemm le ha taccato di dietro, con una cintura, la coda della bestia morta”
“Es Nada ha detto El Paso. Questo era niente, nulla”.
“E lei si è spogliata come Giulaj si spogliava(..).e come Giulaj dinanzi ai cani …..”
 [19]

Di Linda sappiamo che si annoia, nuda tra i tavoli, palcoscenico ignobile di festini sfrontati e osceni, si lascia ridurre a oggetto da toccare ed invadere. Non resta nulla di lei se non questo.

Uomini e no.
Questi sono gli uomini e le donne o i non uomini e le non donne che Vittorini ci racconta. La strada è tracciata, i confini netti. Non ci si può illudere i “bravi ragazzi di Hitler” non sono mai esistiti.
La differenza è in quella frontiera pulsante che, separa inequivocabilmente, chi è costretto ad uccidere per resistere e difendere, e chi uccide perché annulla l’altro che non vede e non sente.
Ci racconta Vittorini nel finale della sua storia, dell’operaio, colui che per ultimo raccoglie il testamento di Enne2.
Ci racconta della sua prima missione da partigiano.
Del nemico, il tedesco, non meno biondo degli altri, seduto, la schiena appoggiata alla spalliera di una sedia, dentro una bettola, l’odore insistente di cattivo caffè di cicoria.
Aspetta l’operaio e guarda il nemico, il biondino. Errore. Lo deve uccidere è il suo compito.
Ma aspetta e lo guarda, guarda la sua faccia, “una stanca faccia da operaio”, scorge il suo sguardo passare sulle sue mani, la testa china sui suoi pensieri, afferra la sua tristezza, la riconosce.

“Tornò a guardarlo,……Aveva gli occhi più in basso, come umiliato……Lo vide non nell’uniforme, ma come poteva essere stato:indosso panni di lavoro umano, sul capo un berretto da miniera”.

L’operaio incontra quell’uomo e se ne va, non può ucciderlo, non può uccidere un uomo.
Lo lascia solo nella sua angoscia, e mentre esce, la rivoltella nella tasca, il tedesco solleva la testa e gli sorride, dolcemente.
Errore? “Nessuno ti dice niente” Gli ripetono i suoi compagni.

Vittorini racconta così la sua storia, quella guerra feroce che aveva attraversato la sua pelle e armato le sue mani, e che poi era tornata, trasformata in significati nuovi e diversi. Si ascolta e restituisce un nome a quelle infinite emozioni sopportate e provate, rilegge le sue sensazioni, svela le cause nascoste nei gesti, e poi la riconsegna, quella storia, attraverso le note e l’espressione della sua narrativa. _ Ma come venivano accolte queste storie nel resto del paese e nella pancia del grande partito Comunista e del suo leader?
Nel dopo guerra, gli intellettuali, gli scrittori che avevano partecipato alla resistenza, cercano, ognuno rispettando la propria sensibilità, di raccontare e raccontarsi quell’esperienza tremenda.
Questa libertà e bellezza, insita nell’essere umano, di vestire le proprie vicende con abiti riservati e tinte personali simili al proprio sentire, viene, a volte aspramente, altre volte più, insidiosamente e sottilmente, criticato dal partito _ Comunista Italiano, il grande partito di massa che tentava di ricompattarsi, dopo il delirio della guerra, attraverso una dottrina rigida e inflessibile. Inspiegabilmente, o forse per ragioni di cautela e opportunità, si era creata una distanza umana tra i partigiani che resistevano e gli uomini di partito, che tessevano le trame della politica e delle vecchie e nuove alleanze.
L’esperienza partigiana, dopotutto, era un percorso di sangue e di dolore che i vertici del partito, in particolare Togliatti, non conoscevano, e che per tanto minimizzavano, anteponendo a questa le più articolate e complesse ragioni della politica e del governo.
Le corrispondenze partigiane, ad esempio, apparivano sulle pagine dell’”Unità” e su “Rinascita”, “redatte male, servite a piccole dosi e sempre come se si trattasse di lotte lontanissime, raccontabili solo in modo retorico.”  [20]

In ogni caso, la lotta partigiana era distante, oscurata, asservita alla storia e alla politica, solo con riferimenti patriottistici e di maniera all’occorrenza.
Quando giunse, a Roma nel ’45, in una Roma liberata, una delegazione dal Nord del comando partigiano, guidata da Ferruccio Parri e Giancarlo Pajetta, Togliatti non volle incontrarli:

“Non chiese di incontrarmi, ricorda Parri, evidentemente, in quel momento, non credeva opportuno apparire nella luce di un uomo della resistenza”  [21]

Aggiunge Pajetta:

“(..).Si era automaticamente creata una divisione di compiti. Alla guerra partigiana, sembrava dicesse, ci pensano loro, Longo e Secchia, io mi occupo del governo. Non mi chiese mai notizie di lassù”  [22]

Dirà Longo, riferendosi al rapporto di Togliatti con i movimenti partigiani italiani:

” Credo che abbia capito l’importanza del movimento partigiano quando seppe che avevamo fucilato Mussolini a Dongo. Era tutto preso dagli affari di governo, mi scriveva delle lunghe lettere per spiegarmi cosa aveva fatto o detto con De Gasperi o con Bonomi. Probabilmente credeva che i nostri bollettini fossero propaganda”  [23]

Vittorini e Togliatti.
Archiviato il problema “partigiani” che rappresenterà per Togliatti “il più grave dei suoi errori politici, la meno spiegabile delle sue sordità [24] l’utilità degli scrittori, intellettuali o artisti del dopo guerra era relegata alla funzione di burocrati della divulgazione, con lo scopo di costruire una retorica politica capace di formare le masse.
Gli intellettuali e la cultura, in generale, non dovevano, non poteva, sottrarsi a questo compito, a quello cioè di essere amplificatori plaudenti di un sapere che doveva diventare, prima di tutto e soprattutto, strumento pedagogico e di indottrinamento, abbandonando ogni pretesa di ricerca e scoperta.
Parlando del primo numero della rivista del partito che chiamò “La Rinascita”, pubblicata nel Giugno del ’44, Togliatti affermava che:

“La elaborazione ideale non può e non deve mai disgiungersi dalla lotta politica e dal lavoro pratico, ne questi da quella. Anzi, quando il cambiamento è più difficile, …proprio allora è indispensabile il richiamo ai principi, la chiarezza delle idee, la precisione più grande nel dedurre i compiti da incrollabili posizioni di dottrina”  [25]

Il pensiero Di Togliatti era chiaro, ogni riflessione sulle conoscenze e sulla realtà umana dovevano essere strumento al servizio della prassi politica.
La cultura, soprattutto, doveva congelarsi nei dispositivi della politica, mutuare le libere espressioni in risposte coerenti alle esigenze dell’ azione. La cultura, si dirà, non è, non esiste, se non per questo scopo.

“la cultura non è, e non può essere …separata dall’azione reale concreta, dalla storia, dalla politica”  [26]

Su questo piano si consumerà lo scontro tra Vittorini e Togliatti, che porterà poi, lo scrittore ad allontanarsi, nel 1951, dal partito comunista ed ad abbandonare la direzione del “Politecnico”, rivista nata nel settembre del 1945, che sarà la causa e il terreno di battaglia di questo scontro. Mal sopportava, Togliatti il taglio troppo enciclopedico datogli da Vittorini, e richiamandolo all’ordine, ricordandogli quella che era, secondo lui, lo scopo della rivista, scrisse sul "Politecnico":

"Quando il ’Politecnico’ è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguato a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. [...] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di ’cultura’ enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell’indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l’informazione (volevo dire, con brutto termine giornalistico, la ’varietà’) sopraffaceva il pensiero. [...] Seguendo la strada per la quale il ’Politecnico’ tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico".  [27]

La risposta di Vittorini non si fece attendere, ed affida ad una lunga e appassionata lettera, destinata a Togliatti il suo pensiero, raccontando il suo essere comunista “ del modo un po’ speciale in cui sono comunista” e soprattutto svelando, come in una trama emozionante, la sua idea di cultura che cerca la “verità”, conquistandola con la ricerca.
Verità, però, mai assoluta e universale, ma sempre in continuo movimento e analisi, come ad impadronirsi, ogni giorno, di conoscenze nuove e sempre più alte per il bene della gente. Racconta, poeticamente, anche il suo essere “uomo di cultura”, anche questo, in un modo un po’ speciale:

“Caro Togliatti (…) Debbo dirti a questo proposito, perché tutto sia il più possibile chiaro anche sul conto del “Politecnico” e sulla sua posizione culturale, che io sono esattamente l’opposto di quello che in Italia si intende per “uomo di cultura”. Io non ho studi universitari, non ho nemmeno studi liceali. Potrei quasi dire che non ho affatto studi (…). Quello che io so o credo di sapere l’ho imparato da solo nel modo vizioso in cui si impara da soli. (…)Io rido di chi riduce il problema della cultura popolare a un problema unicamente di semplificazione se penso a come l’ho visto risolvere, avendo tredici, quindici, sedici anni, dal gruppo di giovani operai siracusani con i quali mi scambiavo libri e gusti.
Noi non esitavamo dinanzi a nessuna difficoltà di lettura (….) se alla prima lettura non comprendevamo nulla, leggevamo una seconda volta e comprendevamo qualche cosa, leggevamo una terza e comprendevamo di più…”
 [28]

Non è dunque, e non potrebbe mai esserlo, una cultura indottrinata la sua, nasce, piuttosto, da una ricerca continua e da verità inseguite, mai possedute, ed è questo lo spirito con cui dirige la rivista.

“Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di “possedere la verità”. Deriva piuttosto dal fatto che si cerca la verità E guai se non fosse così soltanto! Guai se si volesse legarlo ad una sicurezza di possesso della verità! Lo si legherebbe alla presunzione di possedere la verità, e non parlerebbero che i predicatori, i retori, gli arcadi, tutti coloro che non cercano. La cultura diventerebbe clericale come era prima del Protestantesimo”.  [29]

Non poteva, quindi, accettare la pretesa di Togliatti, di trasformare la cultura in uno strumento politico di educazione immediato e diretto, senza contatto reale con la gente e con le trasformazioni culturali che imponevano i costumi, senza riflettere sui cambiamenti, ma facendosi schiacciare da questi, senza, in sostanza, capirci niente della realtà circostante, ma definirsi solo come asettico dispensatore di nozioni e prassi.
Una cultura come questa, che non si pone domande e non fa ricerca, insiste lo scrittore, è inutile, non assolve ai suoi compiti, soprattutto non arricchisce la politica che, da un sapere dogmatico, non può comprendere nulla.
E nulla può nascere, infatti, da una prassi accecata, che non coglie i movimenti e le possibilità umane perché ridotta a declamare i santi rosari laici, in una stanza con le luci spente.
Tutto resta fermo. Estremamente automatizzato, se la politica non lavora, aiutata dalla cultura, in un continuo sforzo di cercare, se non ci si pone, di fronte alla realtà, con un’intenzione e una volontà critica di leggerla, per, in effetti, scoprirla. Immobile ed inutile se la politica non usa la cultura in questo senso.
Per questo, continua Vittorini la cultura si pone in un doppio movimento, in una doppia velocità, da una parte, come sostegno delle masse, si pone al fianco e viaggia accanto ad esse, con la stessa andatura, in modo che queste le restino agganciate e non si fermino, anzi, ne ricevano incentivo ad accelerare la specifica andatura nel riappropriarsi di un proprio percorso storico, sempre in divenire. Percorso, in cui i cambiamenti, però, vengano vissuti con la certezza di poter essere affrontati e colti dalle masse, utilizzando una sensibilità storica diversa dalle irrequietezze del razionalismo scientista:

“Non si possono fare passi razionali uno subito dietro l’altro ma che ogni nuovo passo va fatto dopo che il precedente è penetrato, almeno in parte, nelle abitudini, nella psiche umana ed è, insomma, diventato “irrazionale”..”  [30]

E, dall’altra parte, la cultura deve continuare a fare ricerca, utilizzando un’altra velocità, diversa da quella imposta dalle masse e, sganciandosi da queste e, premessa necessaria, liberata da ogni costrizione e legaccio ideologico. Solo così può essere avanguardia e offrire terreno ricco e sempre più prospero di nuove sensibilità e conoscenze, alla politica e alle persone

“Purtroppo, dirà Vittorini, s’investe di solito, (solo), l’attività divulgativa ricoprendo la terra con il peso morto dei catechizzati.”  [31]

Cultura non è prassi politica, ma è sostanza e fondamento della politica, diversa da questa ma intrinsecamente legata a questa. Cultura è l’impulso che sente le esigenze di cambiamento del mondo, “ne dà coscienza al mondo” e lo guida verso la trasformazione. E in questo modo, solo in questo modo, dice Vittorini, la cultura si fa politica.
La critica a Togliatti si fa più accesa sul finire della lettera, punto sul vivo lo scrittore rifiuta l’ingerenza della politica, che giudica l’opera artistica e gli scrittori, con l’unica e distorta lente delle contingenze e delle esigenze degli affari pubblici.

Si chiede: “che cosa significa per uno scrittore essere rivoluzionario? [32]

Ma la risposta che, avverte intorno alla sua opera e a quella degli scrittori del suo tempo, considerati meri scribacchini se la loro poetica non rispondeva, pronta e fedele, alla grancassa del padrone, non gli piace. La rifiuta. Qui l’animo si infuoca.

“(..)essi inclinano a riconoscerci la qualità di rivoluzionari nella misura in cui suoniamo il piffero intorno ai problemi rivoluzionari posti dalla politica; cioè nella misura in cui prendiamo i problemi della politica e li traduciamo in un bel canto: con parole, con immagini, con figure…”  [33]

Risponde a se stesso, sul finire della lettera, dando la sua definizione di “scrittore rivoluzionario”, descrizione preziosa e romantica di un uomo che fa, di se stesso e dalla sua sensibilità, strumento fondamentale per capire e raccontare il mondo:

“Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre (…) porre in più delle esigenze che pone la politica(…)”.  [34]

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Elio Vittorini

Solo dentro l’uomo, dice Vittorini, si trovano le risposte per comprendere l’uomo, le sue esigenze e la sua storia. E solo con la sensibilità dell’artista che può riaffiorare questo sapere, che può essere, poi, tradotto in conoscenza per tutti.
Togliatti, evidentemente, non seppe cogliere, e poi restituire, quello che questa lettera voleva dirgli e mostrare, quella fondamentale pretesa di libertà per l’uomo e per l’intellettuale, quell’energia e presunzione di possibilità di conoscenza attraverso se stesso e attraverso la realtà intorno, che può fare solo l’essere umano libero e affrancato da ideologismi e culture settarie.
Evidentemente , non seppe approfittarne, o forse, non riusciva a vedere la bellezza e l’utilità di una cultura che si prestava al “servizio” dell’uomo e anche, della politica, come veliero di avanguardie, strumento di conoscenze e di sensibilità per cogliere, dovunque, l’emergere del nuovo e del nuovo che migliora ed esalta le possibilità degli uomini, per la storia degli uomini.
Successivamente a questa lettera e dopo l’uscita di Vittorini dal partito, scriverà:

“Ora dice che non è più comunista, definitivamente. Ma insomma, quando lo è stato? (…) Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciato”.  [35]

La stroncatura dell’uomo coinciderà anche con un riesame dell’opera Vittoriana della resistenza, “Uomini e no”.
Se nell’Ottobre del ‘45 Togliatti, in una lettera allo stesso Vittorini, costruisce le lodi e tesse i riconoscimenti all’autore e all’opera:

“A me il tuo libro è piaciuto perché vi ho trovato una potente figurazione della lotta dei nostri intellettuali e operai d’avanguardia (…) E il tuo libro mi pare veramente un ‘opera d’arte e certo la migliore che è venuta nelle mie mani da quando sono tornato nel mio paese (…)
Credimi tuo, cordialmente

Palmiro Togliatti”

Dopo lo scontro del ‘51, “Uomini e no”, diventerà:

“(…) bello ma discutibile, per quella mania di non saper presentare se non attraverso un torbido travestimento di letteratura gli eroi di quella battaglia, che furono uomini chiari e semplici.”  [36]

Coerenza del uomo politico, che non capisce e non vuole sapere che:

“Cercare in arte il progresso dell’umanità è tutt’altro che lottare per tale progresso sul terreno politico e sociale. In arte non conta la volontà, non conta la coscienza astratta, non contano le persuasioni personali… La mia appartenenza al partito comunista indica dunque quello che voglio essere mentre il mio libro può indicare soltanto quello che in effetti io sono”.  [37]

L’uomo che Resiste perché Esiste.

Marina Mancini

*****

Gli articoli di “Resistenza: storia, rappresentazione, immagine" - Sommario.

- Letteratura e Liberazione. Dopo il 25 aprile: i romanzi del ritorno, di Gian Carlo Zanon

- La Resistenza in Arte. Ora e sempre Resistenza. Fibre “resistenziali” nell’arte contemporanea italiana, di Anna Maria Panzera.

- Letteratura e Resistenza – Beppe Fenoglio e la romanzofobia comunista, di Susanne Portmann

- Letteratura e Resistenza - “Uomini e no” di Elio Vittorini: Ovvero l’adesione al momento politico, di Claudio Antonelli

- Resistenza. Storia, rappresentazione, immagine, di Gian Carlo Zanon

[1Cap. CIV. pag 117 “ Uomini e no” Ennio Vittorini Oscar Mondadori

[2Cap. LIV pag. 83

[3Cap. XXVII pag.38

[4“Istinto di morte e conoscenza” Massimo Fagioli. Dalla premessa alla seconda edizione. L’Asino d’oro edizioni. Pag 19

[5Cap. I pag. 3

[6Cap. IX pag.13

[7Cap. IX pag. 15

[8Cap. XXXV pag. 51- 52

[9Cap. CIV pag. 174

[10Cap. LXXIV pag. 120

[11Cap. LXIV pag. 103

[12“Istinto di morte e conoscenza” Massimo Fagioli. Dalla premessa alla seconda edizione. Pag 19

[13Cap LXIV pag. 103

[14109

[15 Le Rose di Atacama di Luis Sepúlveda

[16Cap. LXXVI pag. 125

[17Cap. LXXVII pag.126

[18CXVIII pag. 195- 196

[19Cap. CVI pag. 178- 179

[20“ Palmiro Togliatti”, Giorgio Bocca, Editori La terza, cap XVI, pag.377

[21“ Palmiro Togliatti”, Giorgio Bocca, Editori La terza, Testimonianze all’autore, Ferruccio Parri, cap. XVI pag 379

[22“ Palmiro Togliatti”, Giorgio Bocca, Editori La terza, Testimonianze all’autore, Giancarlo Pajetta, cap. XVI pag 379

[23“ Palmiro Togliatti”, Giorgio Bocca, Editori La terza, Testimonianze all’autore Luigi Longo

[24Palmiro Togliatti”, Giorgio Bocca, Editori La terza cap XVI, pag. 382

[25“Rinascita” Palmiro Togliatti, “Abbiamo dieci anni”, a. IX, n.6 . giugno 1954, pag 1

[26“Rinascita” editoriale non firmato, “Abbiamo dieci anni” a. XI n.6 , giugno 1954, pag.365

[27Palmiro Togliatti, “Politecnico” n. 33-34 del 1946

[28Lettera a Togliatti , Elio Vittorini, dal “Politecnico” n. 35, gennaio- marzo 1947

[29ibidem

[30ibidem

[31ibidem

[32ibidem

[33ibidem

[34ibidem

[35Roderigo di Castiglia (Palmiro Togliatti), Vittorini se n’è ghiuto, E soli ci ha lasciato, Rinascita, a VIII, n. 8-9, agosto –settembre 1951

[36Rinascita, agosto-settembre 1951 (n. 8-9)

[37Elio Vittorini. Note di premessa a “Uomini e no”.


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