Uomini e no – Piccolo Teatro di Milano. Scena aperta in omaggio allo scrittore E.Vittorini.

Il libro «Uomini e no», del 1945, di Elio Vittorini, adattato da Michele Santeramo in spettacolo, entrerà in scena a Milano dal 24 ottobre al 19 novembre, per onorare lo scrittore, che lì è vissuto e ha lavorato, provenendo dalla Sicilia. Pure all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, in occasione dei 70 anni del Piccolo Teatro e del ciclo di eventi “Milano, ville en mouvement” è prevista una sua rappresentazione il 27 novembre alle ore 19.30

Collaboratore di “Solaria”, fondatore della Rivista “Il Politecnico” e con Calvino del “Menabò”, Vittorini fu uno dei più vivaci ed estroversi autori italiani a cui si deve con Pavese il fenomeno dell’americanismo cioè delle traduzioni, nel 1942 nell’Antologia Americana, di intellettuali d’oltre oceano che tanto influirono nella nostra letteratura: Poe, Steinbeck, Faulkner, Caldwell e tanti altri.

Interpretata da giovani attori della Scuola di Teatro del Piccolo «Luca Ronconi», la drammatica storia dei partigiani ideata dallo scrittore in uno dei classici della letteratura del Novecento, debutta il 24 ottobre, in prima assoluta al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, curata dal regista Carmelo Rifici.

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La sua eccezionalità consiste nel fatto che, nella finzione, uscirà dal chiuso del teatro per girare nei luoghi del libro, cioè la Milano di allora, quasi tutta al centro con i luoghi simbolo come Piazza Duomo e Largo Augusto. Poi nel primo week-end di Novembre, il pubblico potrà davvero salire su un tram che attraverserà la città di oggi, mentre saranno fatte letture drammatiche dallo stesso libro di Vittorini, per comparare il passato con il presente e far scattare così la diversità.

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Carmelo Rifici, il regista, ha dichiarato: Ho sempre preferito portare in scena scritture poco frequentate. E questa lo è, ma nello stesso tempo è bellissima e serve a mostrare quanto siamo cambiati da allora.

Il dramma racconta le storie d’un gruppo di partigiani in una città dominata dai nazifascisti, nei giorni bui della Resistenza e contrappone alla bruta violenza degli occupanti l’appassionato amore di Enne 2 e di Berta già sposata. Ingenuità e tenerezza di fronte alla violenza sono i due motivi su cui più ha insistito il drammaturgo Santeramo, un pò come oggi, anche se il linguaggio vittoriniano apre ad avanguardie specifiche che daranno luogo a vari tipi di scrittura sperimentale. Insomma l’attenzione non è rivolta soltanto al contenuto delle storie, ma pure ai suoi valori formali che insieme costituiscono un unicum. C’è il neorealismo, ma, non per questo è chiusa la strada alle emozioni che sono dettate da forti personalità e da un linguaggio nuovo.

Ricordo che anche a scuola avevo proposto il dramma ai giovani maturandi come classico di lettura per la sua intensità d’azione e per meglio capire il fenomeno storico della Resistenza e quello culturale del Neorealismo. Il risultato è stato di ammirazione, ma pure di forti contrasti che hanno dato luogo a una dialettica in fieri. Esperienza per altro molto positiva.

Gaetanina Sicari Ruffo

Uomini e no

dal 24 ottobre al 19 novembre 2017

Piccolo Teatro Studio Melato


https://www.piccoloteatro.org/it/2017-2018/uomini-e-no

LINK INTERNO: Elio Vittorini. Uomini e no: Resistenza e Ribellione di un uomo libero

http://www.altritaliani.net/spip.php?article1841

Un articolo di Marina Mancini per Altritaliani

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A PARIGI

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ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI PARIGI

THÉATRE / MISE EN ESPACE

Lundi 27 novembre à 19h30

Da la tyrannie : Uomini e no par les élèves du Piccolo Teatro

Spectacle en langue italienne

Mise en espace de Carmelo Rifici

À l’occasion des soixante-dix ans du Piccolo Teatro de Milan, l’Institut Culturel Italien a l’honneur de présenter une mise en espace du spectacle Uomini e no – programmé du 24 octobre au 19 novembre au Piccolo – en présence de son directeur Sergio Escobar. Les jeunes acteurs formés à la Scuola del Piccolo «Luca Ronconi», dirigés par Carmelo Rifici, sont les protagonistes de ce texte tiré du roman de Elio Vittorini et adapté par Michele Santeramo. Publié en 1945, Uomini e no est un chef-d’œuvre de la littérature de la Resistenza : l’ouvrage raconte les vicissitudes d’un groupe de partisans pendant l’occupation nazi-fasciste de la ville de Milan. Roman engagé et texte expérimental à la fois, Uomini e no pose plus en général la question de la frontière entre «humanité» et «inhumanité». L’occupation de Milan devient ainsi l’occasion pour Vittorini (et pour Rifici) de proposer une véritable anatomie politique de la violence, de ses mobiles, de ses ressorts.

Carmelo Rifici est diplômé en études théâtrales de l’Accademia del Teatro Stabile de Turin. Après avoir travaillé au Teatro Litta de Milan, il entame une longue collaboration avec Luca Ronconi et le Piccolo Teatro de Milan, mais aussi avec les plus importants théâtres et opéras.

Évènement organisé en collaboration avec le Piccolo Teatro de Milan.

[*Réservations à ce lien:*]

http://www.iicparigi.esteri.it/iic_parigi/fr/gli_eventi/calendario/2017/11/da-la-tyrannie-uomini-e-no-joues.html

3 Commentaires

  1. Uomini e no – Piccolo Teatro di Milano. Scena aperta in omaggio allo scrittore E.Vittorini.
    « Ho un’idea della verità come di cosa che cambia continuamente e che continuamente bisogna aggiornare ». Elio Vittorini

    Con mirabile tempismo, il 26 aprile 1945, ossia il giorno dopo la Liberazione, Vittorini consegna a Bompiani il manoscritto di « Uomini e no », il suo romanzo della Resistenza. In merito a questo libro ha però l’accortezza di fare una precisazione che in realtà non precisa molto, e che forse indica semplicemente il suo desiderio di lasciarsi una porta aperta alle spalle; come anche forse esprime il tentativo di alleggerire la portata politica dei suoi interventi politici anteriori, fascisti: “Non perché sono, come tutti sanno, un militante comunista si deve credere che questo sia un libro comunista. Cercare in arte il progresso dell’umanità è tutt’altro che lottare per tale progresso sul terreno politico e sociale.”

    Il distacco di Vittorini da questo romanzo, così legato all’attualità non solo nella scelta dei temi ma anche nei toni politici quasi spasmodici, avverrà in maniera tanto più rapida quanto più forte era stato il tentativo dell’autore di apparire in sintonia con quel periodo convulso della storia italiana. Il 9 giugno 1950, scrivendo ai cinque membri della commissione (molto vicina al PCI) che hanno proposto « Uomini e no » per il Premio Internazionale della Pace, Vittorini manifesta l’avvenuto distacco da questo suo libro che dice di considerare “il meno valido e il più funzionale”.

    L’adesione al momento politico, in « Uomini e no », ha la stessa intensità di quella del « Garofano rosso ». La sola differenza è nel segno antitetico dei due momenti storici.

    Il trasformismo di cui fecero prova molti italiani nel periodo di transizione tra il fascismo e l’antifascismo si ricollega direttamente al trasformismo dell’inizio del fascismo, quando con armi e bagagli quasi tutti salirono sul carro del vincitore. Interpretazione questa certamente ingiusta per i pochissimi idealisti in buona fede, ma giustissima per la massa sterminata degli altri.

    Solo la forza disperata di questo istinto di conservazione può spiegare l’accanimento di Vittorini – lui che era stato arcifascista con Malaparte, lui che aveva esaltato il Duce e l’Impero (Pier Giorgio Zunino lo annovera tra “le immancabili penne adulatrici”) e si era inventato un passato quasi da squadrista ne “Il mio ottobre fascista” – nel porre i suoi ex camerati tra i “non-uomini”.

    Ma c’è anche da chiedersi se Vittorini quando si implica, aderisce, esprime un credo, vi metta veramente l’animus, ossia partecipi alla cosa nel proprio foro interiore, in maniera profonda. È legittimo avere un dubbio sul carattere « vero e autentico » delle parole esprimenti di volta in volta il suo sentire, data la concezione particolare ch’egli ha della verità come di qualcosa che muta, e data inoltre la sua grande capacità di mimesi e il suo costante aderire con l’epidermide all’“hic et nunc”.

    • Uomini e no – Piccolo Teatro di Milano. Scena aperta in omaggio allo scrittore E.Vittorini.
      Oggi vale più che mai l’impegno di Vittorini per una cultura non solo di parole.
      Forse nel confronto tra l’ieri e l’oggi non si può dire che vinca il presente.Il giudizio è sospeso.Il passato è stato il disastro della guerra e l’accusa di disumanizzazione che solo lentamente è caduta, offrendo una certa normalizzazione.Ma l’oggi è subentrato gravido di altri terribili disastri:ancora guerre che rischiano di sfiorare il collasso mondiale e terrorismo islamico che non accenna a dare tregua,nonostante sembri sconfitto.La verità? Chi la possiede? In assoluto non esiste se non parzialmente. Chi dice di detenerla è in malafede .E’ finito il tempo delle certezze trionfanti. Il dubbio si insinua in tutti i campi. Possiamo veramente dire col filosofo:dubito,ergo sum . Questa è la filosofia dell’oggi.In tal senso mi tornano in mente i versi di Montale,vero profeta del nostro tempo: « Ah,l’uomo che se ne va sicuro,/agli altri ed a se stesso amico,e l’ombra sua non cura che la canicola/stampa sopra uno scalcinato muro! » Almeno Vittorini credeva in una cultura che non fosse solo consolatoria come da tradizione,( vedi Editoriale del Politecnico,n 1 del 29 settembre 1945),ma « rinnovata ed efficacemente attuale,vivente come la società stessa, in grado di eliminare lo sfruttamento e vincere il bisogno. »
      Purtroppo ancora non la si è trovata e il compito resta più che mai difficile ,ma ognuno di noi non smetterà di cercare,pur di realizzarla.

      • Uomini e no – Piccolo Teatro di Milano. Scena aperta in omaggio allo scrittore E.Vittorini.
        La gigantografia di Elio Vittorini (1908-1966), costruita da una critica politicizzata che si è troppo basata sugli accorti interventi dell’autore stesso, abilissimo « propagandista-falsario » della propria immagine, è completamente inadeguata. La nuova chiave interpretativa, proposta da Claudio Antonelli in « Elio Vittorini: sempre contemporaneo » (Bagno A Ripoli: Edarc), è l’adesione dell’autore siracusano all’istante presente e la sua volontà d’essere all’avanguardia.

        La passione di Vittorini per le opportunità del presente, con una conseguente adesione senz’anima alle forze dominanti, è visibile in tutte le scelte del nostro Autore: la perenne ricerca di uno « stile-movimento », il particolare rapporto con i luoghi, il mito dell’America, il significato di « Sicilia », la concezione dell' »opera aperta », la sua particolare idea della verità: « Ho un’idea della verità come di cosa che cambia continuamente e che continuamente bisogna aggiornare », la scelta dei temi in « Politecnico », la straordinaria capacità di appropriarsi di stili altrui, la redditizia carriera di traduttore da una lingua – l’inglese – che in realtà non conosceva, l’abile autoelevazione a quasi eroe della Resistenza dopo essere stato mussoliniano…

        Il tono novatore degli interventi vittoriniani maschera, in definitiva, l’adesione al momento storico. Ma occorre tirare dall’ombra il Vittorini abile imitatore di stili e contenuti, lo strapaesano, il mussoliniano, il sostenitore di una sola civiltà per tutti i popoli… Anche una certa sua dissidenza verso il « fascismo istituzione » non esprime altro, in realtà, che l’esigenza, comune a tanti giovani del Ventennio, di un fascismo « puro e duro ». La particolare interpretazione, ormai superata, di un fascismo visto come « non ideologia », cieca reazione, negazione di cultura, e via enumerando, ha permesso a una critica « iper-politicizzata » a senso unico di vedere nel Vittorini giovane fascista, tutto libro e moschetto, un socialcomunista ingannato dalle false promesse del Regime. Lo stesso carattere ondivago dei suoi rapporti con il Partito comunista italiano, nel dopoguerra, si spiega con la necessità, sempre fortemente sentita dal nostro Autore, di ghermire le opportunità del momento, di adattarsi all’interlocutore, di seguire il vento; di essere « italiano », verrebbe tristemente da dire, considerando soprattutto il suo voltafaccia nei confronti delle terre del confine nordorientale, tanto da lui amate e celebrate come l’Italia dei « diciotto carati », prima del tragico Diktat che consegnò quelle terre alla Jugoslavia.

        Ma esiste anche un Vittorini intimo, sognatore, refrattario all’impegno (quell’impegno calcolato che lo spinge a scrivere un libro assurdo come « Uomini e no »). Dietro la celebrazione del presente, vi è difatti in lui una vena poetica che lo sospinge verso il simbolo, l’infanzia, il sogno, il passato. Ed egli cerca di saldare, in tutte le sue opere, la frattura tra le « due tensioni »: il presente e il passato, la ragione e i sentimenti, l’impegno politico e la spontaneità. Ma sono tentativi vani, come rivela quel diffuso senso d’incompiutezza presente in tutte le sue opere (« Le donne di Messina », « Le città del mondo »…) e che solo in « Conversazione in Sicilia » viene in parte riscattato dall’indeterminatezza di un’attesa messianica di sapore biblico-poetico.

        Opere, le sue, in definitiva, sofferte e tormentate, e continuamente riprese e mai ultimate, proprio per questa incapacità del nostro Autore – « mitico costruttore di ponti nella Venezia Giulia » secondo l’accreditata, falsa gigantografia – di costruire un ponte finalmente capace di raggiungere l’ideale riva sognata.

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