Referendum: Vince il Si, poco male, ma i nodi veri arrivano ora.

Avendo votato no alla domanda «Vuoi ridurre il numero dei parlamentari?», faccio parte della tribù degli sconfitti. La cosa non mi pone alcun problema perché penso che questo referendum sia stato più una furbata che una grande riforma delle istituzioni italiane. La posta in gioco non era poi così alta. Malgrado i discorsi infervorati delle scorse settimane, né la vittoria dei sì né l’ipotetico successo dei no comportavano il rischio di una presunta deriva autoritaria. Il momento delle scelte – quelle vere – arriva adesso.

L’Italia deve pur darsi una legge elettorale. Bisogna combinare tra loro due elementi che rischiano di rivelarsi contraddittori: la rappresentatività e l’efficacia. Il primo vorrebbe un sistema proporzionale, il secondo un sistema maggioritario. Ma quale tipo di maggioritario? L’interessante esperienza delle comunali italiane, dovrebbe spingere verso un maggioritario a doppio turno anche per il Parlamento, ma non andrà a finire così perché la convenienza di molti partiti va nella direzione opposta: quella del proporzionale, che a tutti (o quasi) dovrebbe garantire un posto al sole. Si discuterà della soglia di sbarramento, di reintroduzione delle preferenze (su cui mi permetto di esprimere qualche dubbio per i possibili danni collaterali in termini di corruzione) e di tanto altro ancora. Si discuterà; e alla fine (meglio tardi che mai) si deciderà.

L’importante è che l’Italia non cambi legge elettorale con la stessa frequenza con cui i suoi abitanti cambiano auto. Una legge elettorale è seria e solida se entra nei cromosomi del cittadino-elettore. Questo può rivelarsi ancora più importante del contenuto stesso dalla legge in questione. Per i britannici sarebbe antidemocratico rimpiazzare il maggioritario a un turno. I francesi sono legati al maggioritario a due turni (magari in futuro con l’aggiunta di una scorza di proporzionale). Ai tedeschi sta a cuore il loro tipo di proporzionale con sbarramento. In un quarto di secolo gli italiani hanno vissuto Mattarellum, Porcellum e Rosatellum. Nei prossimi mesi i loro legittimi rappresentanti discuteranno delle riforme possibili (e anche di quelle impossibili). Intanto le elezioni anticipate si faranno sempre più difficili da organizzare e il Parlamento resterà quello attuale. Il presidente Sergio Mattarella ha iniziato il 3 febbraio 2015 il suo mandato settennale e la Costituzione gli impedisce di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre della sua presenza al Quirinale. In pratica, o si voterà entro giugno 2021 o comunque non lo si farà prima di giugno 2022.

L’ipotesi di uno scioglimento delle Camere era legata ai risultati delle elezioni di questo 20-21 settembre, che hanno visto – oltre al referendum – il rinnovo di sette Consigli regionali e dei sindaci di alcune importanti città. Visto il potere crescente delle regioni, il destino di Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto (oltre a un territorio a statuto speciale come la Valle d’Aosta) era la vera posta in gioco dell’«election day». Un trionfo dell’opposizione avrebbe scosso la maggioranza di governo basata sulla strana coppia PD-M5S. Invece gli italiani hanno lanciato un messaggio preciso alla loro rappresentanza politica. È come se avessero detto: «Abbiamo tante preoccupazioni – dal Covid alla crisi economica – e quindi esigiamo stabilità!». Nonostante il Covid e il morale basso, gli italiani si sono mobilitati per questo voto regionale e comunale. Hanno spesso premiato gli amministratori uscenti: nelle sei regioni a statuto ordinario, tutti i quattro presidenti ricandidatisi (due della maggioranza governativa e due dell’opposizione) sono stati rieletti.

Vince la stabilità

Gli elettori hanno evitato di dare uno scossone al presidente del consiglio Giuseppe Conte, che ha adesso meno problemi nel proseguire il suo accidentato cammino di governo.

Gli italiani sanno di essere in mezzo alle turbolenze e vogliono un pilota ai comandi del loro aereo. Dal giugno 2018 il pilota è quell’avvocato che non è mai stato eletto in Parlamento e che nel frattempo ha cambiato il suo equipaggio, guidando prima una compagine ministeriale di destra e poi una di sinistra. Politicamente l’aereo è sgangherato, visto che la maggioranza non è assolutamente omogenea. Ma, proprio perché conoscono i limiti delle loro istituzioni e soprattutto delle loro rappresentanze politiche, gli italiani non vogliono correre il rischio di trovarsi in caduta libera. In queste condizioni, i partiti che si assumessero la concreta responsabilità di provocare elezioni anticipate nei prossimi mesi, avrebbero molte probabilità di uscire dalle urne con le ossa rotte.

Certo l’opposizione continuerà a opporsi, ma gli italiani vogliono soprattutto che il governo sia capace di governare. C’è in ballo una montagna di quattrini indispensabili a rimettere in piedi l’economia: 208,8 miliardi di euro (127,4 di prestiti agevolati e 81,4 di trasferimenti) in arrivo dall’Europa alla condizione che Roma presenti entro il 15 ottobre un piano serio e convincente per l’utilizzo di quei fondi. Sprecare l’occasione sarebbe un suicidio. Gli italiani lo sanno e in questo sono uniti. Conte può respirare, ma non riposare. Nessun dorma.

Alberto Toscano

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