Referendum costituzionale, un referendum altamente politico.

Dire Si al prossimo referendum costituzionale puo’ costituire un cambiamento storico per il Paese. Che emblematicamente è stato segnato nella sua storia repubblicana da una instabilità politica che ha portato in 60 anni a 66 governi. Sarebbe il segno di una modernizzazione del paese ed un passaggio essenziale per rendere più rapida la ripresa italiana, oggi legata a infiniti compromessi e asfissiata da lobby e caste che hanno favorito mille scandali e la disaffezione dei cittadini verso la politica con la metà di essi che non partecipa più neanche con il solo voto.

Il referendum del prossimo ottobre (salvo cambiamenti in ragione dell’approvazione della legge di stabilità del prossimo 20 ottobre) è, contrariamente a quanto sostengono anche molti fautori del Si, un voto politico, più che politico, diremmo forzando, politicissimo.

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Questo non perché, come dicono i fautori del No, è in ballo il futuro di Renzi, che avrebbe personalizzato il voto, e aggiungo dello stesso PD e del governo, ma per il semplice motivo che l’eventuale vittoria del Si, metterebbe in soffitta gli ultimi 60 anni di politica italiana, con i suoi 66 governi, con il suo bicameralismo perfetto che ormai costituisce un unicum nelle politiche parlamentari occidentali, oltre che determinare, nel suo combinato con la nuova legge elettorale, nuovi effetti destinati a cambiare per sempre il panorama politico italiano.

Ecco perché dovrebbe sorprendere che il gioco dei comitati del No, opposizione unita dai grillini alla Lega passando per Forza Italia, sia teso a far credere che la posta in palio sia unicamente il destino di Renzi e dei suoi, una cosa avallata dalla leggerezza e forse complicità di gran parte della stampa e dell’informazione specie televisiva.
Un’informazione che sembra più interessata a suscitare polemiche che a dare notizie ed analizzare gli importanti passaggi politici di questo complesso inizio del nuovo millennio.

Benigni e Sorrentino Del resto, basta guardare i giornali di questi giorni o vedere i telegiornali che, innanzi ad una crisi epocale dell’Europa, con la Brexit del regno unito ed effetti drammatici nelle borse e anche sul futuro della costruzione europea, sfornano titoloni e copertine dedicate al “nein” della Merkel ad una maggiore flessibilità. Un « nein » peraltro dichiarato alla stampa tedesca, nella difficile congiuntura delle loro banche messe sotto osservazione dal FMI di Christine Lagarde. Una notizia sicuramente non nuova e marginale, ma utile, provincialmente, ad impressionare l’opinione pubblica italiana ed un regalo alle opposizione in chiave “antirenziana”. Cosi anche nelle recenti amministrative dove ancora una volta la stampa si è spesa in mille titoli ad effetto su Verdini (che ha l’1% dei voti) e il suo voto a favore dei candidati PD a Cosenza e Napoli, mettendo spesso ai margini gli importanti temi relativi al futuro delle metropoli e delle città italiane.

Una cosa sconcertante e che andrebbe analizzata, specie quando è attuata dal servizio pubblico, che impropriamente si fa strumento di battaglia politica.

Cosi anche questo referendum, che potrebbe avere effetti di grande cambiamento sugli scenari della politica futura, che potrebbe garantire la governabilità e stabilità che tradotte significano più investimenti, più occupazione, maggiore capacità di intervento sui grandi temi italiani, diventa l’occasione per ridurre il tutto banalmente al futuro di Renzi.
Dietro cio’ vi è una grande ipocrisia e il tentativo di indurre i cittadini in errore, manipolandoli, lavorando sulle rabbie ed insoddisfazioni di molti, creando una personalizzazione che consenta al establishment attuale di farla ancora una volta franca.

L’ipocrisia è evidente se si pensa che l’affermazione di Renzi, per cui se perde il referendum lascia la politica, è un’affermazione semmai ovvia e seria. Un’affermazione che corrisponde al personaggio e al nuovo corso del PD, che vorrebbe vedere nella politica un mezzo a servizio dei cittadini e non una comoda professione con cui arricchirsi (cio’ è anche uno dei motivi alla base della famosa “rottamazione”).

Del resto, si puo’ essere certi che se il Si fallisse, un minuto dopo tutti i partiti dell’opposizione chiederebbero, ovviamente, la testa di Renzi e la caduta del governo.
Ma meglio di tutti ad esprimere questa nuova filosofia politica del PD è proprio Renzi il quale in un suo articolo su L’Unità ha dichiarato quanto segue: “Dicono che io ho sbagliato a dire che se perdo vado a casa: e secondo voi io posso diventare “un pollo da batteria” che perde e fa finta di nulla? Pensano forse che io possa diventare come loro? Accusano me di voler personalizzare perché loro sono preoccupati che in Italia si affermi il principio sacrosanto che chi perde va a casa.”

L’attuale premier puo’ essere simpatico o antipatico ma di certo è uno coerente sui suoi principi, per i quali se si perde, sul motivo stesso per cui è nato il governo da lui presieduto, si deve prenderne atto e andare a casa.

Ma questa frase lascia intendere anche un’altra cosa. Ovvero che il cambiamento ha una sola via ed è quella del referendum. In tal senso fa riflettere che una simile occasione non venga colta non tanto dai conservatori di destra, ma dai grillini, i quali si presentano come forza del rinnovamento. Il sodalizio del No mette insieme tutta la partitocrazia e personaggi un tempo più che avversari. Da Berlusconi a Zagrebelsky, Travaglio e Salvini, Grillo e Alemanno, Dario Fo e Previti.

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Una cosa che obbiettivamente dimostra che attualmente l’unica forza anti-establishment è proprio il PD e tutti coloro che spingono per la riforma costituzionale a partire dal presidente emerito Napolitano che n’è stato l’ispiratore.

Il tema vero è quindi la riforma costituzionale. Rendere il paese per il suo futuro (che in ogni caso andrà ben oltre la figura di Renzi), più moderno. In estrema sintesi si puo’ dire che, leggendo la riforma, con il Si si avrebbe:

Che la fiducia al Governo sarà data solo dalla Camera e dunque sarà più semplice governare. Se vincesse il No, resterebbe tutto come adesso e quindi ogni riforma sarebbe faticosa da realizzarsi, continuerebbe l’instabilità politica e alla fine la responsabilità di chi governa sarebbe annacquata dai mille “inciuci” dei giochi di palazzo ed ogni legge si sfinirebbe nel solito chiacchiericcio italiano che tanto bene fa alla stampa ma molto meno ai cittadini. Ed inoltre, con il Si si eviterebbe la doppia fiducia che con due camere a diverse composizioni non dà certezza sui numeri per governare. Insomma, una cosa che tutti volevano (a parole) fino a ieri e che ora è sconfessata da quelli del NO.

Che il numero dei parlamentari passerebbe da 945 a 630, più 100 senatori senza indennità in rappresentanza dei territori. Se vince il No resteranno gli scandalosi costi della politica verso cui anche gli attuali oppositori al referendum si erano scagliati.

Che per fare una legge non ci sarà bisogno del solito estenuante ping pong tra Camera e Senato, ma ci saranno tempi e procedure più snelle.

Che i consiglieri regionali non potranno guadagnare più di un sindaco e saranno cancellati i rimborsi ai gruppi regionali, con un ulteriore taglio ai costi della politica.

Che le Regioni dovranno smettere di fare promozioni turistiche all’estero o legiferare in modo diverso l’una dall’altra sui trasporti o sulle regole ambientali, ma ci saranno regole uguali per tutte, più semplici per i cittadini, una misura che elimina molti rischi di corruzione e malapolitica di cui le Regioni, a detta di tutti, hanno dato ampi esempi. Basta ricordare i tanti scaldali degli ultimi anni. Quelli che oggi dicono No, in fondo mantengono queste perniciose abitudini che sono forse tra le principali cause del disamore degli italiani verso la politica e che hanno alimentato diverse e pericolose forme di populismo.

Che si eliminerebbero enti inutili come il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) – previsto in Costituzione – e si cancellerebbero definitivamente i politici dalle province, con una riduzione di 2.500 poltrone. Un ulteriore taglio ai costi della politica con la definitiva fine delle Provincie stesse.

Che, finalmente, sarà più basso il quorum per i referendum e si potrebbero fare referendum propositivi (oggi non ammessi). Si tratta di una cosa che ha spinto i radicali, in primis Emma Bonino a schierarsi convintamente per il SI.

Infine, demagogicamente si sono levate le solite voci della sinistra più estrema ma anche a destra o dai grillini che sostengono che gli italiani « non mangiano pane e Costituzione ». Questa banalizzazione è verissima, se non fosse che la riforma costituzionale rendendo molto più rapidi i poteri legislativi ed esecutivi, consente, come detto, di fare leggi in ogni campo con una tempistica assolutamente migliore e questo è un vantaggio per tutti gli italiani.

f1_0_riforma-costituzionale-le-ragioni-del-si-l-appello-firmato-da-150-cittadini.jpg E’ certamente legittimo il No, ma non si comprende quale sia la strada del cambiamento, bocciando una riforma che ha questi contenuti. Peraltro, i sondaggi oggi danno il No in testa e francamente spesso i discorsi di quelli del No appaiono suscitatori di paure che non hanno un reale motivo. Si usano espressioni forti e sbrigative, si sente parlare di stravolgimento della Costituzione, una drammatizzazione eccessiva ed immotivata. In primo luogo come ha fatto notare finanche Benigni (venendo colpito dagli strali di Dario Fo), tutti i principi fondamentali della Carta restano intatti, in secondo luogo il bilanciamento dei poteri resta integro. Con la Corte Costituzionale e il Presidente delle Repubblica che mantengono tutte le loro prerogative e potranno ben svolgere, ove fosse necessario, tutte le attività di interdizione e finanche di abrogazione nei confronti di qualsivoglia legge fosse incostituzionale o mettesse a rischio i valori e la stessa unità nazionale.

In realtà, quello del variegato mondo del No sembra più interessato a frenare il cambiamento che a salvaguardare la Costituzione (che come detto non è soggetta a nessun rischio). Questo forse perché non si vuole mettere in difficoltà un sistema, che al di là dei partiti e dei parlamenti, si è mosso in una instabilità politica perenne che ha favorito pratiche di corruzione per gli interessi non della collettività, ma di corporazioni, lobby e caste che tra le pieghe e le opacità di questi 60 anni hanno costruito le loro fortune sulle spalle dei cittadini. Creando un paese carico di diseguaglianze e punendo spesso il merito a vantaggio di clientele politiche e affaristiche

Questa riforma, non aiuta nessun partito in particolare, anzi potrebbe premiare indifferentemente, la destra come la sinistra o gli stessi di M5S, costringendoli pero’ a governare nella trasparenza e sotto il vigile controllo di un’informazione (speriamo più obbiettiva e meno sensazionalistica) e con il rischio, che qualora non si operasse bene, di trovarsi, al prossimo turno elettorale, relegati all’opposizione. Come dire basta agli inciuci con cui anche infime minoranze hanno potuto condizionare e segnare il destino del paese come la recente storia ci insegna con le cadute di governi a guida Berlusconi o Prodi.

Anche per questo il destino di Renzi non ha tutta questa importanza e il prospettarlo come tema del referendum è fuorviante e falso. Il vero tema è e resta il cambiamento e il futuro del nostro paese. E su questo tema occorrerebbe da parte di tutti avere più visione e più razionalità.

Nicola Guarino

8 Commentaires

  1. Referendum costituzionale, un referendum altamente politico.
    COMITATO TIGULLIO NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE
    A poche settimane dal voto dei primi di ottobre non conosco le iniziative programmate nelle città del tigullio della Val fontanabuona, Val graveglia e Aveto.
    Il mio contributo è di ricordare il discorso emozionante sulla costituzione di Piero Calamandrei che si concludeva con queste parole: »se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani,nelle carceri dove furono imprigionati,nei campi dove furono impiccati.Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità,andate lì o giovani col pensiero perchè lì è nata la nostra costituzione »

    • Referendum costituzionale, un referendum altamente politico.
      Ringrazio Rino del Comitato per il No di Tigullio, che mi dà l’occasione di chiarire una cosa. Il sottoscritto è evidentemente per il Si, ma il nostro sito vuole essere uno spazio aperto a tutte le opinioni su questo referendum importantissimo, comunque vada, per il futuro del paese. Abbiamo fin qui vanamente sollecitato anche articoli ad amici e collaboratori orientati per il No, in ogni caso la nostra è una Tribuna, ripeto, aperta a tutti. Voglio anche ringraziare, il gentile lettore, per aver ricordato una memorabile frase di Calamandrei. Lo faccio per chiarire una cosa. Chi come me è per il Si ha un amore infinito per la Costituzione, ed infatti, nessuno si sognerebbe di intaccarne i valori e i principi fondanti. Oggetto della riforma è sola parte relativa al funzionamento del governo e libera il paese dal bicameralismo che aveva un senso subito dopo la liberazione dal fascismo ma, che oggi, costituisce un unicum in Europa, che ha evidenziato tutti i suoi limiti sia sulla governabilità del paese, sia sulla stessa attività legislativa e parlamentare. E’ per questo che dico che aver differenziato le due camere costituisce non solo un importante taglio ai costi della politica, ma un modo per avere un parlamento più efficiente nella produzione di leggi e riforme. Per tanto, crediamo che i valori del nostro amato Calamandrei, figura che illustra il Paese, siano del tutto salvi e sempre considerati fondamentali per la nostra democrazia.

  2. Il mantra della governabilità
    proprio oggi 6 luglio su Repubblica un’opinione completamente diversa in un articolo di Piero Ignazi (ordinario di Scienza Politica a Bologna)che sembra proprio una risposta ai vari cantori delle doti taumaturgiche delle riforme renziane….

    Il mantra della governabilità
    di Piero Ignazi Repubblica 06.07.2016

    PERCHÉ Matteo Renzi è tanto affezionato al sistema elettorale dell’Italicum? È strano che anche un leader giovane e dinamico come il segretario del Pd non colga lo spirito dei tempi e resti affezionato a problemi inattuali della politica come la governabilità. Questione importante, certo, ma oggi passa in secondo piano rispetto al problema della “rispondenza” tra eletti ed elettori, drammaticamente sollevato dall’ondata dell’antipolitica.
    Il mantra della governabilità venne invocato con forza da Bettino Craxi alla fine degli anni Settanta, ed era sostenuto da chi vedeva cadere i governi come i birilli dopo nemmeno un anno, ed assisteva al rinvio alle calende greche di tante riforme necessarie. Sacrosanta quindi l’esigenza di far funzionare meglio le istituzioni. Ma non si mosse foglia.
    In seguito, all’epoca del crollo dei partiti tradizionali, nel 1993-94, lo strumento principe per risolvere l’impasse del sistema politico fu individuato in un nuovo sistema elettorale maggioritario ad un turno, il Mattarellum. Solo che quel sistema era corretto da un bel 25% di proporzionale, e proprio per questa contraddizione interna non ha prodotto i frutti sperati.
    Il governo attuale ha imboccato la strada di un’ampia, e disordinata, riforma costituzionale, integrata da una nuova legge elettorale. La prima potrà solo essere approvata o cancellata in toto dal prossimo referendum confermativo, la seconda, fallita la raccolta di firme per un referendum abrogativo, può invece essere ancora modificata per via ordinaria.
    La riforma della Costituzione non porterà i frutti sperati perché sono troppe le sue contraddizioni interne, anche laddove individua correttamente un punto nevralgico come la corsia preferenziale in Parlamento per le proposte governative — la cosiddetta “data certa”. Ma la riforma elettorale, invece, porterà frutti avvelenati.
    L’insistenza del segretario democratico nel difendere il suo progetto, che trasuda fiorentinità da ogni comma, si spiega solo nella sua convinzione che il risultato più importante delle elezioni sia quello di «sapere chi ha vinto» la sera stessa. Non si sa dove venga questa ansia da prestazione: nessun sistema elettorale si pone questo obiettivo, nemmeno quello inglese. Questo, semmai, vale per le elezioni ad una carica “monocratica” — sindaco, presidente di Regione e, in altri sistemi, presidente. Non vale per i Parlamenti che sono luoghi dell’incontro e della deliberazione.
    Nel 2005, quando gli elettori britannici non avevano dato il mandato a governare ad alcun partito, gli inglesi, più che disperati furono eccitati dall’idea che ci fossero degli accordi-compromessi non solo all’interno del partito vincente per spartirsi i posti — come avviene sempre e dovunque — ma anche tra partiti diversi.
    Evidentemente in Italia l’orrore per il dialogo ha prevalso su ogni altra considerazione nella convinzione che un bel premio a chi vince, come fa l’Italicum, risolva ogni problema di governabilità, alla faccia della rappresentanza e della rispondenza. Allarma che il segretario del Pd non tenga in conto il problema oggi più insidioso per la democrazia, in Italia come altrove: la rivolta contro chi governa, trasformata subito in élite o in casta.
    L’antipolitica, con il suo correlato di populismo, è il vero nemico della democrazia. È la distanza che separa politici e cittadini ad infettare il nostro sistema. La penetrazione massiccia dei 5Stelle tra le componenti giovanili- centrali (sotto i 45 anni), abbastanza istruite, e di ceto medio e medio-basso, dimostra quanto sia drammatica, e pericolosa, una tale ampiezza del sentimento anti- establishment.
    Allora, come fare a disinnescare questa pulsione negativa verso la politica e il vivere civile? Dando tutto il potere al vincitore come fa l’Italicum? Ma nemmeno per sogno.
    La risposta migliore sta nel cercare di riavvicinare elettori e eletti con quel sistema elettorale che più riduce le distanze tra gli uni e gli altri. Vale a dire con un sistema uninominale in cui ogni collegio ha il suo deputato, poi corretto da un ballottaggio tra i primi o tra chi supera una certa soglia, per tagliare le frange estreme e velleitarie e favorire la governabilità.
    L’Italicum è nato male e non lo si può ritoccare. Va buttato alle ortiche. Come sarebbe stato molto meglio abolire il Senato piuttosto che trasformarlo in un dopolavoro dei consiglieri regionali, l’Italicum va cancellato perché non colma in nessuna maniera il fossato tra cittadini e rappresentanti.
    Se non si comprende che quanto sia importante la fuga dalle urne e la rabbia degli esclusi, allora si lascia andare alla deriva il sistema. Il populismo ha ancora una valenza soft nei 5Stelle: può deflagrare in posizioni lepeniste nell’arco di poco tempo.
    Bisogna correre ai ripari e invertire la rotta guardando al faro della maggiore e migliore rispondenza tra governanti e governati. È l’intelligenza delle cose che oggi sfida il capo del governo e segretario del Pd.

    • Il mantra della governabilità
      Gentilissimo Lorenzo, la ringrazio per la sua lettera ricca di spunti ed argomenti che, naturalmente richiedono una risposta che, per quanto sintetica, deve essere necessariamente articolata. In primo luogo mi permetta di dissentire dal Prof. Ignazi, di cui per altro sono un estimatore. Il problema non è la corrispondenza tra elettori e candidati, in realtà in questo problema si cela un’ipocrisia di fondo, perché non da ora, ma direi da sempre, i candidati sono scelti dai partiti, dalle segreterie e poi, dalla seconda repubblica, dai leader di partiti e movimenti. Peraltro, io credo che, sotto questo profilo, la riforma sia quasi la diretta continuazione di un processo che ci ha portato dal « multipartitismo esasperato », la definizione fu di Leopoldo Elia, ad un quasi maggioritario, senza voto di preferenza. Una cosa proposta da Mario Segni e che riscosse un tripudio di consensi proprio in un referendum. Questo perché la scelta dei candidati nel tempo diede vita ad odiose pratiche clientelari e corruttive. La realtà è che il problema storico dell’Italia repubblicana è da sempre la governabilità. 66 governi in 60 anni sono una cosa che non ha paragoni in Europa. Un vulnus che non solo non ha permesso per decenni di riformare e modernizzare il paese, ma che ha finanche determinato, che i governi successivi azzerassero il poco prodotto dai governi precedenti. Ed ancora il combinato tra la riforma del Senato e la legge elettorale, consente di impedire la pratica, francamente imbarazzante, di coalizioni di partiti che magari vincono, ma poi di fatto non governano. Prodi (per non dire di Berlusconi) fu impedito, pur avendo la maggioranza, di governare prima a causa di Bertinotti e poi di Mastella che avevano partiti con percentuali che in assoluto sfioravano l’irrilevanza, ma che pesavano enormemente per avere la maggioranza. Tutto questo a danno del paese. Un paese dove decide la minoranza è un’anomalia democratica. Lei tocca anche un tema a me caro quello dell’antipolitica, del populismo e dei pericoli insiti in questi due concetti. Premesso che il sentimento di rivolta contro gli esecutivi deriva, a mio avviso, proprio dalla incapacità dei governi di governare, Io credo che l’unico atto di vero cambiamento e di rottura contro un sistema come quello attuale, che ha presentato molte ombre e favorito anche pratiche di potere estremamente discutibili, sia votare Si al referendum. Contro il Si vi è un blocco che lascia riflettere, un’anomalia che assembla insieme Travaglio e Berlusconi, Zagrelbeskj e Salvini, Grillo e i comitati del Family Day. La realtà è come dico nell’articolo, è mia convinzione, beninteso. C’è tutto un sistema che non vuole una semplificazione del quadro politico, che non accetta che ci sia un governo che possa governare senza ricatti ed un parlamento che possa legiferare senza estenuanti ping pong con un senato doppione ed inutile. Quante volte in questi passaggi si sono fatti entrare piccole modifiche che dovevano accontentare la lobby di parte, il profitto di qualcuno. Contro questa riforma c’è un’acredine sospetta (fatta di rancori personali, di ripicche politiche che nulla hanno a che fare con il merito del referendum). Ho sentito giuristi esperti fare critiche assolutamente generiche (è il caso di Zagrelbeskj, giornalisti molto considerati come Travaglio arrivare a dire falsità: « La riforma riduce gli spazi di democrazia diretta ». E’ un falso. Pensi che la Bonino e i radicali voteranno Si, perché questa riforma consente finanche i referendum propositivi, cosa che oggi non è consentita. C’è una politica che vota No solo per paura di perdere il posto alla provincia o al parlamento o in qualcuno degli enti inutili che saranno soppressi dopo il voto. C’è un altro punto per cui tutti sono scatenati contro questa riforma. Un fatto comprensibile per quanto meschino. Ad una destra in crisi e ai grillini in ascesa fa gola l’idea dell’inevitabile abbandono di Renzi nel caso vincessero i No. Ed ancora una volta la miopia politica si contenta di raggiungere questo ipotetico risultato anche a rischio di creare nuovi e più gravi disagi al paese. Solo cosi si puo’ spiegare la pervicacia di forze come i 5 Stelle che da questa riforma potrebbero trarre solo vantaggi, la stessa destra in prospettiva potrebbe avvalersene. Del resto questa è una riforma che varrebbe per decenni e quindi ben oltre l’attuale racconto della politica italiana. Mi creda,la realtà è proprio il contrario di quanto lei sostiene, mi perdoni la franchezza. L’unico voto anti-establishment è il Si tutto il resto è oggettivamente conservazione, è riportare il paese indietro di anni. Del resto guardi gli argomenti dei fautori del No. Sono assolutamente vaghi, spesso deviano dal merito per parlare di temi strettamente contingenti all’attualità politica, oppure si punta ad una disinvolta disinformazione. Sono troppi gli esempi, ma ne faccio ancora uno. Si è detto: Gli elettori non eleggono il senato. Non è vero. Gli elettori scelgono i candidati al senato, e li scelgono al momento in cui votano per le Regioni. Il senato sarà una sorta di camera delle regioni come nel sistema tedesco, cosa che porterà, non solo alla fine definitiva delle provincie, ma anche alla fine della Conferenza Stato/Regioni. La ringrazio ancora perché davvero occorre approfondirsi, si tratta di un voto importante per il futuro del paese.

      • Il mantra della governabilità
        se vogliamo restare nell’ambito del merito delle riforme proposte è particolarmente significativa la presa di posizione di 56 giuristi (fra cui undici ex presidenti della Consulta e cinque vice) contro la legge Renzi-Boschi: essi, pur da posizioni molto più moderate di quelle del Comitato per il NO, giungono ugualmente alla conclusione di una bocciatura della legge Renzi-Boschi essenzialmente proprio per l’essere stata scritta…..con i piedi !!….qui sotto l’appello nella sua interezza

        Il documento di 50 costituzionalisti sulla riforma costituzionale
        Di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.

        1. Siamo anzitutto preoccupati per il fatto che il testo della riforma – ascritto ad una iniziativa del Governo – si presenti ora come risultato raggiunto da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche; e che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o meno in carica di un Governo. La Costituzione, e così la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere contingente di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non è una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente un prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere fra maggioranza e opposizioni del momento. Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia. Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata in Parlamento con una ristretta maggioranza, e pur avallata dal successivo referendum, è stato un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni.

        2. Nel merito, riteniamo che l’obiettivo, pur largamente condiviso e condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto (al quale peraltro sarebbe improprio addebitare la causa principale delle disfunzioni osservate nel nostro sistema istituzionale), e dell’attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito di dare o revocare la fiducia al Governo, sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato. Invece di dare vita ad una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni. In esso non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche (alcuni consiglieri regionali eletti – con modalità rinviate peraltro in parte alla legge ordinaria – anche come senatori, che sommerebbero i due ruoli, e in Senato voterebbero ciascuno secondo scelte individuali). Ciò peraltro senza nemmeno riequilibrare dal punto di vista numerico le componenti del Parlamento in seduta comune, che è chiamato ad eleggere organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e una parte dell’organo di governo della magistratura: così che queste delicate scelte rischierebbero di ricadere anch’esse nella sfera di influenza dominante del Governo attraverso il controllo della propria maggioranza, specie se il sistema di elezione della Camera fosse improntato (come lo è secondo la legge da poco approvata) a un forte effetto maggioritario.

        3. Ulteriore effetto secondario negativo di questa riforma del bicameralismo appare la configurazione di una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato(leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta), con rischi di incertezze e conflitti.

        4. L’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, e senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso fra Stato e Regioni viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stato riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”. Si è rinunciato a costruire strumenti efficienti di cooperazione fra centro e periferia. Invece di limitarsi a correggere alcuni specifici errori della riforma del 2001, promuovendone una migliore attuazione, il nuovo progetto tende sostanzialmente, a soli quindici anni di distanza, a rovesciarne l’impostazione, assumendo obiettivi non solo diversi ma opposti a quelli allora perseguiti di rafforzamento del sistema delle autonomie.

        5. Il progetto è mosso anche dal dichiarato intento (espresso addirittura nel titolo della legge) di contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi legati al numero di persone investite di cariche pubbliche (costi sui quali invece è giusto intervenire, come solo in parte si è fatto finora, attraverso la legislazione ordinaria), bensì di equilibrio fra organi diversi, e di potenziamento, non di indebolimento, delle rappresentanze elettive. Limitare il numero di senatori a meno di un sesto di quello dei deputati; sopprimere tutte le Province, anche nelle Regioni più grandi, e costruire le Città metropolitane come enti eletti in secondo grado, anziché rivedere e razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti in cui si articola la Repubblica; non prevedere i modi in cui garantire sedi di necessario confronto fra istituzioni politiche e rappresentanze sociali dopo la soppressione del CNEL: questi non sono modi adeguati per garantire la ricchezza e la vitalità del tessuto democratico del paese, e sembrano invece un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri.

        6. Sarebbe ingiusto disconoscere che nel progetto vi siano anche previsioni normative che meritano di essere guardate con favore: tali la restrizione del potere del Governo di adottare decreti legge, e la contestuale previsione di tempi certi per il voto della Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico; la previsione (che peraltro in alcuni di noi suscita perplessità) della possibilità di sottoporre in via preventiva alla Corte costituzionale le leggi elettorali, così che non si rischi di andare a votare (come è successo nel 2008 e nel 2013) sulla base di una legge incostituzionale; la promessa di una nuova legge costituzionale (rinviata peraltro ad un indeterminato futuro) che preveda referendum propositivi e di indirizzo e altre forme di consultazione popolare.

        7. Tuttavia questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici di cui si è detto. Inoltre, se il referendum fosse indetto – come oggi si prevede – su un unico quesito, di approvazione o no dell’intera riforma, l’elettore sarebbe costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati (così come se si fosse scomposta la riforma in più progetti, approvati dal Parlamento separatamente). Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma.

        I firmatari
        Francesco AMIRANTE Magistrato
        Vittorio ANGIOLINI Università di Milano Statale
        Luca ANTONINI Università di Padova
        Antonio BALDASSARRE Università LUISS di Roma
        Sergio BARTOLE Università di Trieste
        Ernesto BETTINELLI Università di Pavia
        Franco BILE Magistrato
        Paolo CARETTI Università di Firenze
        Lorenza CARLASSARE Università di Padova
        Francesco Paolo CASAVOLA Università di Napoli Federico II
        Enzo CHELI Università di Firenze
        Riccardo CHIEPPA Magistrato
        Cecilia CORSI Università di Firenze
        Antonio D’ANDREA Università di Brescia
        Ugo DE SIERVO Università di Firenze
        Mario DOGLIANI Università di Torino
        Gianmaria FLICK Università LUISS di Roma
        Franco GALLO Università LUISS di Roma
        Silvio GAMBINO Università della Calabria
        Mario GORLANI Università di Brescia
        Stefano GRASSI Università di Firenze
        Enrico GROSSO Università di Torino
        Riccardo GUASTINI Università di Genova
        Giovanni GUIGLIA Università di Verona
        Fulco LANCHESTER Università di Roma La Sapienza
        Sergio LARICCIA Università di Roma La Sapienza
        Donatella LOPRIENO Università della Calabria
        Joerg LUTHER Università Piemonte orientale
        Paolo MADDALENA Magistrato
        Maurizio MALO Università di Padova
        Andrea MANZELLA Università LUISS di Roma
        Anna MARZANATI Università di Milano Bicocca
        Luigi MAZZELLA Avvocato dello Stato
        Alessandro MAZZITELLI Università della Calabria
        Stefano MERLINI Università di Firenze
        Costantino MURGIA Università di Cagliari
        Guido NEPPI MODONA Università di Torino
        Walter NOCITO Università della Calabria
        Valerio ONIDA Università di Milano Statale
        Saulle PANIZZA Università di Pisa
        Maurizio PEDRAZZA GORLERO Università di Verona
        Barbara PEZZINI Università di Bergamo
        Alfonso QUARANTA Magistrato
        Saverio REGASTO Università di Brescia
        Giancarlo ROLLA Università di Genova
        Roberto ROMBOLI Università di Pisa
        Claudio ROSSANO Università di Roma La Sapienza
        Fernando SANTOSUOSSO Magistrato

        • Il mantra della governabilità
          Gentilissimo Lorenzo,
          la sua lettera è molto lunga (posso consigliare anche nel suo interesse una maggiore sintesi che ne favorirebbe la lettura)e richiederebbe una risposta altrettanto lunga ed articolata. Cerchero’ di essere il più stringente possibile. I 56 giuristi firmatari per il No, fanno rilievi a volte condivisibili, altre volte un po’ meno e per la verità io non mi farei sedurre dal numero e dalla qualità, certa, dei firmatari questo appello. Perché per il Si vi è stato un appello che ha raccolto il triplo delle firme di studiosi e giuristi. Tuttavia, venendo al merito va rimarcato l’equilibrio della loro posizione (non sempre riscontrabile in quelli del No) e la consapevolezza che non vi sarebbe alcun stravolgimento degli assetti costituzionali che erano e sono fondati sul bilanciamento dei poteri che resta inalterato. Faccio notare che, come sanno bene gli illustri giuristi, da Lei ricordati, sin dalla nascita della Costituzione vi fu un acceso dibattito contro il bicameralismo perfetto e tuttavia questo prevalse, anche in ragione del fresco ricordo della tragedia fascista e per dare rapidamente una Costituzione repubblicana al Paese (fu necessario un anno per fare la Costituzione, pensi che queste modifiche sono attese, perlomeno da 32 anni). Gli stessi firmatari, come lei correttamente riporta, esprimono la necessità oggi del superamento di quel bicameralismo che ha reso la nostra politica spesso paludosa e gravemente tardiva nel licenziare leggi spesso urgenti e necessarie. Io credo che questa riforma come sostiene anche Paolo Mieli, sia propedeutica all’abolizione definitiva del Senato, cosa che personalmente auspico. Certo oggi con il Si il bicameralismo perfetto finisce, con il No rimane la paludosa condizione di cui sopra. E questo è un fatto. Si potrà dire che la riforma era perfettibile. Certo. Ma come sanno gli studiosi di politica, le riforme di questa portata sono sempre soggette a compromessi, come è giusto che sia in democrazia, tra le diverse anime del parlamento. Perché il punto è che questa riforma sponsorizzata dall’attuale governo è frutto di un lavoro parlamentare che ha previsto ben 6 passaggi. Quindi, contrariamente a quanto alcuni scaltri opinionisti affermano (vedasi Travaglio) questa riforma è parlamentare e non del governo. Va aggiunto che diversamente dalla riforma proposta ai tempi di Berlusconi, che era nel solco del federalismo, questa ridà primato alla Nazione o se preferisce allo Stato, probabilmente anche perché le Regioni non hanno offerto sempre esempi lindi e luminosi. L’approvazione delle città metropolitane e l’abolizione delle provincie, con la prossima riforma delle regioni che dovrebbe ridurle ad 11, combinato con la riduzione da 330 a 100 dei senatori e la fine dei senatori a vita, costituiscono un indubbio taglio della politica e una semplificazione che tuttavia conserva e ottimizza l’efficienza del nuovo Senato che come ricordano anche i summenzionati giuristi, saranno eletti, con legge ordinaria dal popolo, contrariamente alla vulgata mossa per generare confusione, dai meno corretti fra i sostenitori del No. Va anche rimarcato, che gli stessi giuristi non negano che la riforma dia maggiori spazi di democrazia. Riduzione della possibilità del governo di usare i decreti legge, di cui dalla seconda repubblica si è fatto un uso ingiustificato ed esorbitante, e l’istituzione dei referendum propositivi, strumento principe della democrazia diretta. Tutto questo fa piazza pulita di chi parla di tentazioni autoritarie ed altro, specie ricordando che comunque il parlamento e il governo sono nel loro legiferare ed eseguire sottoposti all’equo controllo della presidenza della Repubblica e della Corte Costituzionale le cui prerogative non sono nemmeno sfiorate da questa riforma. Va infine ricordato che lo stesso Italicum prima di diventare effettivo verrà sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale, avendo il governo richiesto prima della sue effettiva operatività, una valutazione preventiva della Corte. Una cosa che costituisce una novità nel modus operandi della politica italiana ed una garanzia per tutti, sulla eventuale costituzionalità della legge. Ripeto, certo che la riforma potrebbe essere migliore ma è indubbio, che al di là di qualche sua criticità, la sua approvazione popolare semplificherebbe la politica, renderebbe il governo e il parlamento più efficienti, sanerebbe quella palude che è oggi la politica nostrana, una palude che ha allontanato i cittadini dal partecipare, che ne ha frustrato speranze e fiducia. Francamente non mi sembra poco.

      • Il mantra della governabilità
        L’articolo (qui sotto) del prof. Pasquino (che penso non possa essere ritenuto un pressappochista alla Travaglio né tantomeno un grillino sfascista e demagogo) ci invita a non credere tout court alla mitologia dell’improduttività e lentezza dell’attuale processo legislativo italiano….

        Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei parlamenti democratici

        di Gianfranco Pasquino 3 giugno 2016

        È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.
        La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.
        Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.

        PRODUZIONE LEGISLATIVA IN 5 PARLAMENTI DEMOCRATICI:
        Francia (2007-2012) 507
        Germania (2005-2009) 616 (2009-2013) 563
        Regno Unito (2010-2015) 205
        USA (2008-2012) 669
        ITALIA (1996-2001) 905 (2001-2006) 686 (2008-2013) 391

        • Il mantra della governabilità
          Ancora una sua obbiezione a cui questa volta rispondero’ davvero brevemente. Con tutta la simpatia per Pasquino, ma noi stiamo da trenta anni a ripeterci che i bicameralismo è una rovina, che ha favorito inciuci di palazzo, impedito importanti riforme, diventato con leggi elettorali come il « porcellum » un rebus che rende ingovernabile il paese ed impedisce qualsivoglia coalizione, arriva Pasquino e ci spiega che non è vero nulla… Ogni paese è figlio della sua storia, lei mi mette a confronto il nostro con paesi di provata ed antica democrazia. La nostra è una democrazia giovane che appena ieri era a rischio di Golpe oggi esposto ai populismi. Non ho bisogno, pertanto, di richiamare il politologo Tizio o Sempronio, per vedere qualcosa che è sotto la luce del sole. Sono 32 anni esatti che prima Bozzi, poi la Iotti ed ancora D’Alema cercano di migliorare la Costituzione proprio su quei temi per cui a breve gli italiani dovranno esprimersi. Se avere due Camere che fanno la stessa cosa fosse stato una manna dal cielo le pare che gli stessi giuristi che sono per il No e che lei ha precedentemente evocato, avrebbero detto che era giusto finire l’esperienza del bicameralismo perfetto ?

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