Poesia con Umberto Piersanti: Nel folto dei sentieri.

L’ultimo libro di poesie dell’autore, appena uscito per Marcos Y Marcos, s’intitola Nel folto dei sentieri. Umberto Piersanti, un poeta che scava dentro i propri luoghi facendo emergere, tanto da toccarle, le proprie radici nel tentativo di ricostruire una propria identità interiore, in una dimensione temporale che non è più solo della memoria ma che diventa, grazie alla presenza sempre più persistente del figlio Jacopo, di un tempo nuovo dove l’adesso è una primavera che stenta ad arrivare.

Umberto Piersanti

Umberto Piersanti è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città insegna Sociologia della Letteratura.

Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta- Roma, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel ’40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002), L’albero delle nebbie (Einaudi, Torino, 2008) che ha vinto i seguenti premi: Premio Pavese Città di Chieri, Premio San Pellegrino, Premio Giovanni Pascoli, Premio Tronto, Premio Mario Luzi, Premio Alfonso Gatto, Premio Città di Marineo. Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l’antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo.

Umberto Piersanti è anche autore di romanzi, tra i quali: L’uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L’estate dell’altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001), Olimpo (Avagliano, 2006), Cupo tempo gentile (Marcos Y Marcos, Milano, 2012); di opere di critica, tra le quali: L’ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d’ombra (Cappelli, Bologna, 1989). Ha curato insieme a Fabio Doplicher l’antologia di poesia italiana del secondo novecento Il pensiero, il corpo (Quaderni di Stilb, Roma, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, L’età breve (1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate, Ritorno d’autunno, 1988), e quattro “rappresentazioni visive” su altrettanti poeti per la televisione. Le sue poesie sono apparse sulle principali riviste italiane e straniere come “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, “il verri”, “Poesia”, “Poetry” etc. In Spagna, nel 1989, presso l’editore Los Libros de la Frontera, collana El Bardo, è uscita l’antologia poetica El tiempo diferente (testo italiano a fronte, traduzione di Carlo Frabetti). Un’altra antologia tradotta da Emanuel di Pasquale è stata pubblicata negli Stati Uniti con il titolo Selected Poems 1967-1994 (Gradiva Publications – Stony Brook, New York, 2002). E’ presente anche in numerose antologie italiane e straniere e tra i premi vinti ricordiamo il Camaiore, il Penne, il Caput Gauri, l’Insula Romana, il Mastronardi, il Piccoli, il Frascati. Tre testi filmici L’età breve, Nel dopostoria e Sulle Cesane insieme a numerosi interventi sulla sua opera cinematografica, sono usciti nel volume Cinema e poesia (Cappelli, Bologna, 1985) a cura di Gualtiero De Santi.
Attualmente dirige la rivista Pelagos.

Conosco Umberto Piersanti da diversi anni ormai. Con lui ho riscoperto la bellezza della nostra tradizione lirica, con lui ho imparato ad ascoltare la natura che ci circonda, ad apprezzare ogni singolo fiore o erba – tutti sapientemente nominati nei suoi testi – e a relazionarli col sentire, col momento emozionale a cui si abbinano nel contesto in cui avviene l’accadimento poetico. Passionale e battagliero nelle discussioni politiche e culturali, estremamente convinto dell’importanza e del valore della propria poetica esistenziale, Piersanti è un eccellente oratore e un profondo conoscitore della nostra letteratura in tutti i suoi possibili meandri stilistici e di contenuto. La sua passione per la poesia è contagiosa e non puoi fare a meno di immergerti nella lettura dei suoi libri e di uscirne col cuore gonfio di consapevolezze nuove.

Tra le altre cose, mi fa piacere ricordare, che la silloge di Umberto Piersanti “I luoghi persi” è stata tradotta in francese da Monique Baccelli per l’editore L’Harmattan e pubblicata con il titolo Les lieux perdus (2014). Riporterò alla fine anche uno dei testi tradotti. Ma, l’ultimo libro di poesie dell’autore, appena uscito per Marcos Y Marcos, s’intitola Nel folto dei sentieri ed è di questo lavoro che mi occuperò nell’articolo.

Nel folto dei sentieri

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E’ Il sogno del cavaliere – un testo compreso nella sezione Paesaggi e quadri – che potrebbe essere considerato, a giusta ragione, il testo chiave per una possibile lettura interpretativa del libro di Piersanti. L’opera omonima di Raffaello, datata intorno al 1504, propone un richiamo allegorico, tra la grazia delle figure e la chiarità del paesaggio, affrontando una tematica cara alla cultura neoplatonica, componendosi di due figure femminili che vegliano il cavaliere addormentato, riconducibili a Minerva, simbolo delle superiori dignità, e a Venere, simbolo dei piaceri terrestri: il cavaliere dovrà scegliere quale strada seguire tra la prima, un faticoso cammino che porta alla cima di un alto colle, simbolo di elevata e rara virtù, e la seconda, di più felice e serena percorrenza. La perfezione classica, segno di distinzione estetica, etica e interiore dell’uomo, in perfetta integrazione con quella fisica e visibile, è richiamata anche dalla purezza della luce del paesaggio, nel quale prevale una visione emotiva della natura, un sentimento che si traduce in una poetica dove s’intrecciano lirica e mito, e dove potremmo collocare – non mancando di citare anche altri elementi che la compongono – la poesia di Umberto Piersanti.

In questo testo non sono delineati i contorni del cavaliere che sogna che potrebbe essere il figlio Jacopo, al centro della linea narrativa del libro, con le sue problematiche autistiche che lo separano dal mondo, in un tempo nuovo che il padre-poeta ha deciso di trascorrere accanto a lui e alla madre
(testimoniandolo con molti passaggi nella raccolta stessa), figlio che non conosce la sua meta/[non] sa dove conduce la bianca strada… cavaliere che sogna, che non ha un luogo che l’attende e per il quale il suo cammino/ [è] un cammino eterno/e infinito.
Ma, il cavaliere, potrebbe essere anche il poeta stesso (l’io poetico è del resto l’altro grande protagonista del libro che spesso si confonde con il figlio o con il padre, e per il quale viene utilizzata la formula del “tu” di montaliana memoria), che in contrasto con la gente [che] sonnecchia/ciondola sulle tazze/e sui sedili
e che sa la propria meta, non la conosce affatto mentre: gli trasale il sangue
e dice, riconoscendo invece i luoghi amati e familiari, neppure la sospetto(quella meta)/ma le colline sì/sono le mie/salgono in fitta cerchia/fino al Petrano e individua il punto dove accende la luce/aria e foglie e il promontorio dietro al quale si potrebbe illudere di trovare un luogo che lo attende, una vera patria … oltre il confine, l’illusione tenace di un cammino eterno/ e infinito.

La forza evocativa di questo testo – in cui è racchiusa davvero buona parte della poetica del libro – tiene il confronto tematico e stilistico con alcuni degli autori cardine dell’opera di Piersanti. Pascoli in primis, ma anche Leopardi: il Leopardi delle domande ricomprese in una visione laico-metafisica della vita, e al contempo autore che propone, invece, gli spazi separati della propria vita.
L’ermo colle dell’Infinito – caro al poeta e che, insieme alla siepe, esclude lo sguardo dall’orizzonte oltre il quale egli si immagina esistano spazi, silenzi, quiete… – non può non essere il promontorio di Piersanti,
dietro al quale potrebbe trovarsi una vera patria. La visione fiabesca del cavaliere che deve scegliere tra la via facile o meno, su come affrontare il proprio cammino immerso tra colline di luce in un andirivieni di memorie e futuro; il colle-promontorio leopardiano che separa l’uomo dalla vita; il figlio inconsapevole e separato egli stesso dallo spazio del mondo; il poeta che arranca tra i sentieri delle Cesane e percorre le spiagge di un nuovo tempo che lo accoglie e che ha scelto di vivere, ma che non sa a cosa lo porterà; la natura materna e accogliente che panteisticamente conforta in brecce pascoliane o d’annunziane – per certi versi – l’autore, sono gli elementi che ritroviamo nel testo, sviscerati poi nelle tonalità più sfumate delle descrizioni dei luoghi e del vissuto dei sentimenti, che attraversano tutto il nuovo libro di Piersanti.

L’atmosfera in cui immediatamente, già dalle prime pagine del libro, si viene circondati dalla lettura dei versi è avvolgente. Un’ondata di profumi e colori palpabili al tatto, anche se vissuti con altri sensi, stordisce il lettore che fa fatica ad abbandonare quelle parole che non sono solo parole significanti. Sono fiori, alberi, arbusti, sentieri, brezze, percorsi, rocce, prati, mare. E’ la natura tutta che viene incontro e propone di essere partecipi di un unico uni-verso. Ed è così che inizia Piersanti, andando a ricostruire nella memoria e con i suoi versi un luogo ideale-reale che diventa l’eden del proprio pensiero, chiedendosi: chissà se ognuno porta nella mente/il suo giardino chiaro e luminoso/se c’è chi ne fa a meno/nel cammino
quasi a sottolineare la necessità di una dimensione di interspazio vivibile solo con la natura, che diventa correlativo oggettivo di tutta l’arte del poeta: una viola d’inverno non può stare nel presepe se pure rallegra perché fa pensare alla primavera che cova sotto la neve; un viburno rallegra di foglie la neve in un bosco nero sopra il mare, dove Jacopo scompare e poi ricompare immobile e sospeso, circondato da un’acqua che non bagna, luogo di pastori, luogo di Madìo – il vecchio nonno, già protagonista di molti testi in altri libri dell’autore – e della sua voce lontana; il mughetto che evoca ombre di boschi lontani e ragazze in antiche vesti cantate dal poeta in giovane età; e il fiordaliso e il tulipano; e i narcisi e le giunchiglie e il mare di Sicilia con i suoi miti là, dove Jacopo afferrato da una forza nera, scelto e devastato con gli occhi verdi diventa
figlio fatto/ormai padre – ricordando il Caproni del Muro della terra nella poesia dedicata al figlio: diventa mio padre, portami/per la mano/dov’è diretto sicuro/il tuo passo d’Irlanda – .

Di Caproni c’è un altro punto del libro che ricorda, invece, la poesia Il fischio (parla il Guardiacaccia) dove il fischio diventa un canto che attrae fuori, al pericolo, il poeta che pensa che il pericolo e il dolore siano invece dentro, accanto al fuoco: e quel canto rammento/il più lontano/che nel bosco c’invita/via dal fuoco,/dal dolore/che sempre/c’accompagna.

E’ lo stesso Piersanti a dichiarare da sempre, comunque, che l’ossessione della nomenklatura, il bisogno di chiamare piante e animali con il loro nome specifico, gli vengono da Pascoli. E Pascoli è, infatti, un autore che torna insistentemente nelle pieghe dei testi dove troviamo tratti ad esempio del Gelsomino notturno quali: il viburno o il lume/là in fondo alla finestra/la casa dentro il bianco; o tratti del X Agosto dove l’aquila diventa per analogia la rondine: i piccoli l’aspettano arruffati… quell’animale soffriva sgomento/e moriva in mezzo al cielo/così azzurro, già mutato in nuvole nere,/dall’altra parte quelli in attesa del cibo.

Ma, è l’ambientazione che ha sempre caratterizzato la poesia di Piersanti, e che tuttora la caratterizza, anche in quest’ultimo libro dove le Cesane, luogo montano, tra il boschivo e il rupestre, vicino a Urbino, vengono ogni volta rivisitate e reinventate in modo diverso. In questi luoghi, che diventano i luoghi antropologici per eccellenza della poesia, spesso s’incontra, nella narrazione poetica o poematica, un pastore, personaggio mitico e arcaico, frutto di elaborazione culturale e letteraria. Ecco, quando dallo scavo del poeta dentro i propri luoghi emergono, tanto da toccarle, le proprie radici si può dire che il tentativo di ricostruire una propria identità, non fisica ma interiore, è riuscito.

A questo dobbiamo aggiungere la dimensione del tempo che diventa quello della memoria ma anche, con sempre maggiore insistenza, quello del qui e ora per l’aggiungersi della presenza di Jacopo, il figlio dell’autore, di cui abbiamo già accennato: i suoi non luoghi, le sue assenze, i suoi mutismi, gli scatti improvvisi d’ira o d’ilarità, quel vivere in mondo tutto suo dove nessuno può entrare,
diventano – specie nell’ultima sezione dal titolo Ore e giorni – il tempo nuovo
l’adesso, vissuto, come dicevo sopra, accanto a lui e alla giovane madre Annie. Ma è, infine, un tempo che fa fatica a diventare primavera quello che sente di vivere l’autore:
remota primavera/fatta eterna,/nella corsa degli anni/persa e oscurata,/ma poi ritorna,/a tratti/e non sai come…
un tempo dove l’affacciarsi presto alla finestra, lo spalancare persiane non porta a governarlo il tempo, ad arrestarlo, a portarlo indietro come si vuole, a inseguire un tronco che cade, a dimenticare ciò che più appassiona: adesso (dice il poeta-pastore-uomo)
non hai pecore/o fatiche,/adesso per i campi/lo puoi cercare,/quel tronco dove cade/lo puoi trovare//ma alla finestra resti,/solo a guardare,/i molti libri pesano,/i molti anni.

Un libro, forse il più bello e intenso di Piersanti, dove s’incontrano il respiro e il passo del poeta che ci accompagnano in quel folto di sentieri della sua vita, presentandoci la sua terra antica e la sua terra nuova, il suo passato e il suo presente e il timore di una distanza incolmabile tra i tempi, per se e per quel figlio che abita una contrada/senza erbe e fiori.

Alcuni testi da: “Nel folto dei sentieri

Incontro

il crepuscolo lungo

che si spegne,

dall’erbe e dalle macchie

fitte più di formiche

in processione

le rane nella strada

e contro i vetri,

sul cofano aggrappate

con rauchi gridi

ma non c’era un torrente

tutt’intorno,

neanche un fosso

il più scavato e perso,

non era quel cammino

così assurdo e irreale

e senza meta?

ma tacevano i lunghi

campi e freddi,

ottobre li bagnava

con la sua brina,

solo un grillo tenace

nel trifoglio

lo stanco canto

oppone

al primo gelo

chi non sa dove andare

meglio cammina,

nel buio s’annuncia

conviene perdersi,

i sentieri tra i campi

sono infiniti,

la fonte sta dovunque

o in nessun luogo

scendono per i greppi

le rane a balzi,

forse non hanno meta

forse è smarrita,

tu le guardi,

pensi

quant’è dolce

perdere la strada

Maggio 2013

*****

Sotto il Conero

passano figure trasognate

lente dentro il crepuscolo

d’ottobre,

autunno annebbia

gesti e passi,

li trascolora,

i gabbiani alti in cielo

come sospesi,

sospesi anche in cima

all’onde lievi,

la Montagna è là,

in fondo all’acqua grigie,

i suoi gironi debbono scalare,

il Purgatorio è altissimo

e sospeso,

pazienza e calma ci vuole

per salire

la verga d’oro al fianco

si distende,

per campi immensi

scende fino al mare,

un brandello d’estate

che resiste,

tenace

nella bruma che l’avvolge

*****

Un giorno non come un altro della vita

salgono per greppi

e sui costoni

mai così fitti

e alti e luminosi

i papaveri rossi,

t’entrano nella macchina

come lampi,

trapassano vetri

e specchi

s’intrecciano sugli occhi

e tra le mani,

ebbra la corsa

dentro quel rosso smisurato,

no, ancora non lo sai,

fugge l’ultimo anno

giovane e felice

e venne il giorno cupo,

un giorno non come un altro

della vita,

e la spagnara limpida

e compatta

quell’azzurro lieve

come l’aria

scomparve nelle tenebre

oscurata,

e s’oscurarono i cieli

e tutti i campi

anche il verdone perse

il suo colore

e nero lo stridio

nere l’erbe,

nel nero che t’avvolge

e che ti schianta

le tempie fatte cupe

come il respiro

come nella pellicola

che arde e brucia

i fotogrammi tutt’attorno,

mutilata la salvano

le forbici,

in cenere si spengono

le ore che quel giorno

cerchiano, il più cupo

sì, mi restano

la casa e le figure

nella mia macchia persa

la più lontana,

quell’odore dell’acqua,

di muschio e raganella

verde e bagnato,

l’antico scalzo e biondo

che lento s’incammina

verso le nubi

dopo il ricordo cede,

i fotogrammi tutti

sono bruciati,

ma qualche brano resta,

scendi per l’aspra piana

scordi compagni e prati,

e tu e la donna entrate

soli dentro quel mare

vuoto, così remoto

e gli spini dei ricci

nella carne

la corsa non arrestano,

felice

oggi c’è molta luce

nella macchia,

vengono fuori bisce

al primo raggio,

tra le foglie cammino

intorpidito

come quella lumaca

dentro l’erbe

che il ragazzo toglie

da una scatola buia

e ripenso a quel giorno,

un giorno non come un altro

della vita.

luglio 2010

*****

Anemoni

nati prima delle gran neve

nel preludio accecante

dell’avvento,

mai torneranno i cieli

così chiari

come nei giorni

che ogni nascita annunciano

e fioritura immensa,

luce breve e assoluta

che nera nube spegne

scesa dal Catria

con i neri venti,

siete anemoni gli stessi

dalla neve coperti

e dentro il gelo soffocati

e spenti,

voi dagli steli gracili

ma tenaci, tenaci

più d’ogni ceppo o tronco,

o altri, fratelli vostri

dalle vostre spoglie nati,

che nella genga un poco grigia

e un poco chiara

presso il ginepro spoglio

colore dell’inverno,

questo tiepido marzo che declina

del vostro rosso-viola

illuminate?

un giorno, nella casa di pietra,

dentro il bicchiere

chiaro all’inferriata

una ragazza intreccia

i lunghi steli,

guarda lieto colui

che lento avanza
chiuso nella mantella

per il vento

che dal pruno

alza fiori bianchi

padre, la tua stagione

sento dentro il sangue,

a quel tempo appartengo,

a quei sentieri

di sassi bianchi e aspri

e tu fugavi l’ombre

nel cammino,

la tua mano mi guida

tra i dirupi

ora, giù per i fossi

l’acqua è chiara

come nei giorni

più remoti

e persi,

ma l’ombra che mi cerchia

e che m’acceca

non c’è più la tua mano

che la dissolva

gracile primavera

scendi ai miei campi,

così alti e freddi

e ai venti esposti,

la tua fatica compi

eterna e queta,

e questo sa l’anemone

che sempre una gelata

crosta infrange e spezza

di febbraio e di marzo

sono i miei fiori

tenaci com’è tenace

il gelo dentro l’aria

– essere come loro

lo tento invano –

la violaciocca spezza la muraglia

gli anemoni e le viole

escono al sole,

c’è chi resta nel buio,

dentro la terra

marzo 2011

*****

Antica foto

un anno, hai un solo anno

nel seggiolino di vimini

seduto e assorto

con le mani intrecciate

e gli occhi bassi,

ah, potere rientrare

dentro la foto, risentire

il sangue e le figure,

no, non così grigio

il muro lo ricordo

ma di bocche di lupo

cosparso e acceso,

le viole tutt’attorno

al grande pino,

il bosso che profuma

verde e amaro,

l’infanzia è la stagione

dei colori

dentro le vene t’entrano

confusi,

dinnanzi agli occhi

ardono assoluti

sei nato dentro il freddo

e tra la neve,

quando ricade

e copre i favagelli

e gli anemoni piega

sotto il bianco,

l’inquieta primavera

dentro la terra s’agita

e nel sangue

e mai come in quell’anno

cadde la neve

e tu quel bianco, assorto

guardi dai vetri

e vuoi che non finisca,

che tutto copra,

c’è il fuoco nel camino

e la polenta

e dentro il letto

avrai la brace accanto,

quello di Camorciano

fa il bersagliere,

la terra dove combatte

è tutta neve,

alta più d’una casa

ma tutta nera

per il fumo e gli scoppi

di quegli altri,

spara con la mitraglia

contro i carri,

disperso è quel soldato

che non ritrovi

dalla neve coperto

e poi dissolto

magari per un giorno

è ritornato tuo padre

dalla terra che si vede

quando non c’è una striscia

dentro il cielo,

uno straccio di nube

bianco o scuro,

dalla Cesana alta

o dal campanile,

dicono ch’è una terra

tutta sassi

con buche grandi

come l’orto,

lì i ribelli lo aspettano

che passi

dopo lui va nell’orto

per l’insalata

e io gli vado dietro

tra la gran neve,

tira fuori i ceppi

verdi e molli,

ho i piedi che mi gelano

bagnati

e lui mi prende in braccio

con una mano,

con l’altra tiene stretta

l’insalata

erano giorni scuri,

scure neve e sabbia

e scuri i monti

dove gli uomini muoiono

andati al fronte,

scuro anche il cielo

che la sirena annuncia,

l’infanzia altro corso

segue della storia,

mai come allora

accesi sono i colori,

e tulipani rossi

lungo i fossi,

giunchiglie a branchi

per tutti i greppi

quelle bocche di lupo

che tu raccogli

padre per me salito

con lunga scala

sulla muraglia

tra inverno e primavera

sono nato,

sempre mi porto dentro

l’erbe e i fiori

che la neve sempre

tronca e spezza,

e poi loro tenaci

tornano fuori

tra le crepe gelate

dalla terra

les_lieux_perdus.jpge quel canto rammento

il più lontano

che nel bosco c’invita

via dal fuoco,

dal dolore

che sempre

ci accompagna

marzo 2011

*****

Un testo dalla raccolta Les lieux perdus in francese e italiano

(I luoghi persi)

L’île

Te rappelles-tu le myrte, dru dans les fourrés,

très blanc, odorant, descendant par les pentes

jusqu’à cette mer? et les chèvres

têtues broutant le thym, l’énigme

du regard qui se pose

partout, toujours absent?

je ne connais plus le lieu de l’embarquement

comment nous montâmes dans le bateau

quelles étaient les papiers pour le voyage.

Tu descendais altière par le sentier poudreux

antique comme les jeunes filles

qui portèrent le ligne aux fontaines

ta chair était brune comme la leur.

Arrêtés dans la clairière où le vent

a desséché et dispersé les romarins

nous pourrions les voir si nous attendions

sans bouger près des euphorbes,

quand tombe la nuit

elles vont è la belle fontaine des aneths

là elles jouent dans l’eau parmi les herbes

jamais on n’entendit un pleur

elles sont heureuses.

Toi tu étais comme elles, une fois seulement

quand tu sortis de la mer, tu l’es assise

sur les marches du temple, una ombre è peine

de douleur traversa ton visage

Je sus ainsi qu’était fini le temps,

et que parmi les diuex on ne vit

qu’un seul jour.

Et nous reprîmes la mer,

routes normales.

Quelqu’un d’autre s’embarque, attend son tour

et l’île ne s’enforce pas

comme je voudrais.

(Janvier 1990)

L’isola

Ricordi il mirto, fitto tra le boscaglie

bianchissimo e odoroso, scendere per i dirupi

sopra quel mare? e le capre

tenaci brucare il timo, l’enigma

dello sguardo che si posa

dovunque e sempre assente?

più non so il luogo dell’imbarco

come salimmo nel battello

quali erano le carte per il viaggio.

Scendevi alta per lo stradino polveroso

antica come le ragazze

che portarono i panni alle fontane

la tua carne era buona come la loro.

Férmati nella radura dove il vento

ha disseccato e sparso i rosmarini

qui potremmo vederle se aspettiamo

immobili alle euforbie quando imbruna

vanno alla bella fonte degli aneti

giocano lì nell’acqua e tra le erbe

e mai s’è udito un pianto

sono felici.

Tu eri come loro, solo una volta

quando uscivi dal mare, ti sei seduta

nei giardini del tempio, un’ombra appena

trascorse di dolore nella faccia.

Seppi così che il tempo era finito

che tra gli dei si vive

un giorno solo.

E riprendemmo il mare

normali rotte.

Qualcun altro s’imbarca, attende il turno

né l’isola sprofonda

come vorrei

Gennaio 1990

*****

Cinzia Demi

Bologna, 17 maggio 2015

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