Nella riforma del lavoro, le citazioni sono pietre.

Io non lo so, se la riforma del mercato del lavoro è giusta o no. Allora cerco di capire. Leggo e faccio dei ritagli, con le forbici. Apro le virgolette, e nelle virgolette ci metto il ritaglio. Il primo, è del 1997.

“Vedete, la mobilità, la flessibilità, sono innanzitutto un dato della realtà”.
Un dato della realtà. Lo so anch’io. I tempi son cambiati, da quando il settore pubblico e quelle poche grandi aziende, FIAT e compagnia cantante, da soli garantivano la piena occupazione o quasi. E allora il problema era soprattutto garantire libertà e autonomia e diritti di un lavoratore che in quel servizio pubblico o in quella grande azienda ci avrebbe probabilmente trascorso l’intera vita lavorativa.

coerenza.jpg

“È il grande problema che si pone a noi, a noi sinistra e non soltanto a noi sindacati”. Sentite? È il problema che si pone a noi, a noi sinistra. Non lo dico, io: lo dice il ritaglio. Parole drammatiche. Sentite: “È (il grande problema di cui si parlava prima, ndr) se questa società più aperta debba inesorabilmente portare con sé solitudine, insicurezza, angoscia”. Ecco la lacerazione, ecco il timore. “Oppure” – così prosegue la citazione, aprendo improvvisamente uno spiraglio di speranza, una luce – “se non sia il caso che noi, (noi di sinistra, ndr, e chi sennò?) “rinnovando profondamente gli strumenti della negoziazione e della contrattazione sociale, costruiamo nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela”. La domanda è retorica. La scelta è già fatta, la scelta non c’è. Bisogna rinnovare profondamente.

“Se noi (sempre noi di sinistra, l’avete capito, ndr) non ci mettiamo su questo terreno, noi rappresenteremo sempre di più soltanto un segmento del mondo del lavoro. Ecco, io penso che noi dovremmo preferire essere con quei lavoratori del lavoro nero, del lavoro precario, del sottosalario. E negoziare quel salario, e negoziare i loro diritti anziché stare fuori dalle fabbriche con in mano una copia del contratto nazionale di lavoro”.

Ecco. Questa è una testimonianza del 1997 di cui certo si può discutere, ma che colpisce. E dal 1997 ad oggi la situazione, se possibile, è peggiorata. Il mercato del lavoro non funziona, non funziona più. I giovani difficilmente riescono ad ottenere un contratto a tempo indeterminato, e ad accedere così a quelle garanzie assicurate, sulla carta, dallo Statuto dei Lavoratori. E le piccole e medie aziende sono ossessionate dalla necessità di controllare i loro costi fissi (che, proprio perché fissi, arrivano puntuali ad ogni fine mese) e i ricavi, che invece sono sempre più variabili e volatili e fluttuanti. E allora, forse… Forse qualcosa va cambiato? Forse sì.

Come suggeriva, già nel 1997, l’autore della mia prima citazione. Perché davvero è diventato troppo difficile per un giovane trovare un lavoro che non sia precario. Perché in fondo non è giusto che chi non fa un tubo (e c’è anche chi non fa un tubo, nel mondo del lavoro) si tenga un posto ad vitam aeternam solo perché è lì e si goda i permessi sindacali e i permessi per l’università e tutti i diritti di chi ha un piede dentro: che sono anche giusti e sacrosanti ma che diventano ingiusti quando sono goduti da chi appunto non fa proprio un tubo e consuma risorse a scapito degli altri che un piede dentro non ce l’hanno e guardano il cielo e il cielo, è un comitato centrale. Perché è ingiusto che chi perde il lavoro solo perché lavora in una società di 14 persone e non 15 non abbia, scusate il linguaggio un po’ forte ma quando ci vuole ci vuole, proprio un emerito cazzo per sopravvivere e non sia aiutato da nessuno.

Perché è ingiusto che un imprenditore che ha voglia di assumere secondo le regole ci debba pensare dieci volte perché « se assumo e poi non funziona questo qui me lo devo tenere per sempre e se i miei effettivi crescono troppo e gli ordini calano io sono rovinato ». E allora a me viene da pensare che ci vogliano forme di sostegno al reddito per chi perde il lavoro, e formazione e sostegno al reinserimento.

E questo PER TUTTI però, che siano lavoratori, privati o pubblici, dipendenti o autonomi, che lavorino un un’azienda di centomila o di due persone. Ora, è chiaro che queste due cose che tanto sarebbero utili ed anzi necessarie (cancellazione del precariato e « spinta » verso contratti stabili, da un lato, sostegno al reddito e al reinserimento dall’altro) per camminare hanno bisogno di un’altra « gamba ». E cioè di un po’ di flessibilità in uscita. Perché altrimenti non solo non si vince la reticenza delle aziende ad assumere, ma anche perché il sostegno a chi ha perso il lavoro è costoso e va finanziato; e, se non vuoi che sia pagato solo dalla fiscalità generale, una parte importante di questo finanziamento devi chiederla alle aziende. A cui però, se non vuoi stroncarle definitivamente, devi dare qualcosa in cambio. E questo qualcosa è appunto la flessibilità e la possibilità di ristrutturarsi in caso di bisogno senza essere costretti a portare i libri in tribunale, come si dice. Ecco.

Io magari, anzi senz’altro mi sbaglio; però mi verrebbe da pensarla così. E da dirmi che in fondo la riforma del lavoro di cui si sta discutendo potrebbe essere una soluzione. Forse non la migliore e certamente non l’unica possibile, ma un passo avanti.

Però, sempre leggendo e studiando e cercando di capire, mi sono anche imbattuto in chi la pensa molto diversamente. In un altro ritaglio. Parole di questi giorni, parole che vengono dal recentissimo scontro in seno alla direzione del Partito Democratico. “Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro”. Hai capito? Non esiste alcuna emergenza! Allora ci siamo sbagliati tutti! Stiamo dicendo delle scemenze! Altro che (ricordate?) “grande problema che si pone a noi, a noi sinistra e non soltanto a noi sindacati”! Ma che problema? Nessun problema!

E poi, sempre il secondo ritaglio, continua così: “c’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti”. Le forze conservatrici saldamente dominanti! Ecco chi c’è dietro quella volontà di rinnovare (ricordate?) “profondamente gli strumenti della negoziazione e della contrattazione sociale”, e di costruire “nuove e più flessibili reti di rappresentanza e di tutela”, come si diceva nel primo ritaglio.
dalema_librirete.jpg

Insomma, ci sono due fronti. Da una parte chi pensa, già dal 1997 – come nel caso della mia prima citazione, del primo ritaglio- che la sinistra debba farsi carico di una trasformazione profonda del modo di regolare il conflitto tra capitale e lavoro. Dall’altro chi pensa – come nel caso della mia seconda citazione, del secondo ritaglio, quello più recente – che si tratti di un falso problema, che nasconde le solite logiche delle forze conservatrici. Insomma, il dibattito c’è, ed è aspro. Che il dibattito ci sia, è bello e giusto.

Resta a questo punto solo da precisare che l’autore dei due ritagli è lo stesso, ed è Massimo d’Alema. Che il dibattito (essendo lui il più intelligente e il più capace, lo dicono tutti) se lo fa con se stesso, da solo. Una forma rinnovata di centralismo democratico. E che soprattutto (a me pare) è terribilmente incazzato; all’idea che quella riforma del mercato del lavoro da lui stesso auspicata, e ritenuta necessaria, la faccia adesso qualcuno altro.

Maurizio Puppo

3 Commentaires

  1. Nella riforma del lavoro, le citazioni sono pietre.
    Caro Maurizio,
    su di una cosa concordo pienamente: la coerenza non la si acquista al supermarket. Tra l’altro, a conferma che le parole – più che « leggere », come per Lalla Romano – sono piuttosto « pietre », come per Carlo Levi, rammento che il primo Premier a sostenere l’opportunità di una « moratoria » dell’art. 18, fu il D’alema dell’autunno 1998!
    Però, se ci si attarda sulle posizioni di coloro che una volta erano i « duri e puri » dell’ex Pci ed oggi sono politicamente morti « renziani » e/o, al massimo, si prestano a rappresentare quella specie di parodia di opposizione interna al Pd, rischiamo di perdere solo tempo prezioso.
    Piuttosto, vorrei evidenziare che non è mai stato vero, in assoluto, che un datore di lavoro dovesse rassegnarsi a « sopportare » un lavoratore non gradito. Ha sempre avuto la possibilità di un licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo oggettivo o soggettivo; se non disciplinare. Naturalmente, non poteva farlo per un suo semplice « capriccio »; se calavano gli ordini – come dici tu – poteva tranquillamente farlo.Dopo la legge Fornero è tutto più facile.
    Tu auspichi, inoltre, un altro pò di flessibilità in uscita.
    Al riguardo, è appena il caso di evidenziare che quel poco di « rigidità » in uscita che resta in Italia, rispetto agli altri paesi dell’UE – consulta, al riguardo i dati Ocse – è già stata ampiamente ridimensionata dalla legge Fornero del 2012. Se a questo dato, aggiungi che la vigente normativa oggi offre decine di tipologie contrattuali che tutto fanno meno che « legare le mani » ai datori di lavoro – concedendo tutta la flessibilità possibile in entrata – il quadro ti apparirà meno parziale!
    Inoltre, se hai voglia di approfondire questi aspetti, segui con particolare attenzione quello che è successo in Italia da alcuni anni a questa parte; a partire dal « fantomatico » milione e mezzo di occupati in più di cui si vantava il pregiudicato di Arcore!
    Aggiungi che, contrariamente a quanto sostengono quelli che io amo definire esperti « prét à porter », la flessibilità introdotte in Italia, o, per meglio dire, la tantissima precarietà prodotta, non ha affatto realizzato maggiore occupazione. Anzi, i dati ufficiali dell’ Ocse dicono addirittura il contrario.
    Certo, si può scegliere di seguire le leggende metropolitane che tanti – a partire da Renzi, Pietro Ichino, Confindustria, ecc – hanno interesse a diffondere. Personalmente, continuo a ritenere opportuno che sia sempre indispensabile approfondire i dati prodotti da Organismi non « di parte » e traviati da altri interessi, spesso inconfessabili.
    Cordialità, Renato Fioretti

    • Nella riforma del lavoro, le citazioni sono pietre.
      Caro Renato, grazie per il commento. L’argomento della riforma (o meglio: delle tante riforme fatte e mancate) del mercato del lavoro è estremamente specialistico, tecnico, scivoloso. A parlarne con cognizione di causa, si rischia di addentrarsi in un labirinto di se e di ma, e di perdere di vista il quadro generale; ma a parlarne senza, si corre il rischio di parlar di nulla o per sentito dire. Insomma, detto altrimenti, in modo più sintetico: è un grande casino. La mia modesta esperienza personale, alcuni decenni vissuti nell’ambito dell’industria para-pubblica e poi privata, a cavallo tra paesi diversi, mi porta a pensare questo. Il conflitto tra capitale e lavoro, in una democrazia liberale, e in un’economia di mercato, esiste sempre e sempre esisterà(l’alternativa è il corporativismo fascista, o il collettivismo comunista, ed entrambe queste alternative a me non piacciono). Quindi il lavoratore va fortemente tutelato e su questo non c’è dubbio. Credo tuttavia che vada tutelato anche chi corre e si assume il rischio di impresa, tutelato contro la possibilità di ritrovarsi persone inadeguate o incapaci o disoneste, tutelato contro il rischio di non riuscire più a pagare i dipendenti a fine mese, la luce etc, tutelato contro il rischio che un ciclo economico negativo (magari temporaneo) distrugga l’azienda. A volte, temo che nelle discussioni sul mercato del lavoro si abbia tendenza a considerare uno solo dei due lati del problema, una sola delle due esigenze. Un caro saluto, maurizio

      • Nella riforma del lavoro, le citazioni sono pietre.
        Caro Maurizio,
        la tua risposta – che ho gradito molto – merita almeno due/tre considerazioni di massima.
        La prima è che concordo con te: le « verità » su questioni di Legislazione del lavoro – come, d’altra parte anche quelle di diversa natura – vanno lasciate a esperti « indipendenti » (vedi Alleva, Gallino, Romagnoli e, per fortuna, tanti altri); piuttosto che a quelli « a libro paga » di politici o datori di lavoro. Personalmente, diffido sempre delle posizioni che assume Pietro Ichino; dall’art. 18 al c.d. « salario minimo legale », passando attraverso il suo contratto a tutele crescenti!
        La seconda è relativa alla tua – legittima – preoccupazione di non considerare, come dici tu, « Uno solo dei due lati del problema, una sola delle due esigenze » (la tutela del solo lavoratore, a danno degli interessi del datore di lavoro).
        Ebbene, caro Maurizio, come già sinteticamente riportato nel mio primo commento, questo era da sempre (ampiamente) previsto dalle normative vigenti nel nostro Paese.
        Tra:
        1) licenziamento per giusta causa;
        2) licenziamento per motivi soggettivi;
        3) licenziamento per motivi oggettivi;
        4) licenziamento disciplinare;
        5) licenziamenti collettivi;
        e, perché no, 6) licenziamenti « discriminatori », impossibili da dimostrare, da parte del lavoratore al giudice,
        il datore di lavoro non era (è) certo penalizzato!
        Tutto sta, in sintesi, nel tentare di tutelare un pochino in più la parte più debole tra le due.
        Soprattutto evitare, per il futuro, un vera e propria condizione di « servilismo » del lavoratore. A tuo parere, quanti lavoratori – senza più l’art. 18 – protesteranno per:
        a) la mancanza di condizioni di « sicurezza » in fabbrica?
        b) orari e paghe diverse da quelle concordate?
        c) trasferimenti illegittimi?
        d) divieto di iscrizione al sindacato?
        e) mobbing?
        e, naturalmente, sai bene che potrei continuare con almeno un altro centinaio di esempi!
        Chiudo con la terza considerazione.
        Quello che viene presentato come l’onere della famigerata « Reintegra », è un « falso ideologico », una « vigliaccata », una « leggenda metropolitana », se non una vera « porcata »; a beneficio di chi ignora le cose o, piuttosto, mente sapendo di mentire!
        Infatti,qualsiasi esperto « in buona fede » potrebbe confermare – come egregiamente illustrato da Umberto Romagnoli, attraverso le pagine di « Eguaglianzaelibertà » – che nel nostro Paese: « Mancano (rispetto alla disposizione del giudice di reintegrare il lavoratore) mezzi di coazione diretta capaci di vincere il rifiuto ad adempiere del condannato »!!!
        Il Romagnoli, grande « esperto » e, soprattutto, « in buona fede », la chiama: « Stabilità immaginaria ».
        Ma di cosa parliamo?
        Ti abbraccio, renato
        p.s. gradirei ricevere i tuoi « pezzi » presso la mail che è in possesso della Redazione di « Altritaliani.ne »

LAISSER UN COMMENTAIRE

Please enter your comment!
Please enter your name here