Maggio, di buone nuove?

“Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera, il nuovo amore getti via l’antico nell’ombra della sera…” È “La canzone dei dodici mesi” che Francesco Guccini cantava (ispirato al quattrocentesco Agnolo Poliziano) in una lontana stagione di belle speranze, chissà quanto tradite. Era il 1972, e i giovani nutrivano pensieri e canzoni, in un futuro immanente e ammiravano le “Vaghe stelle dell’Orsa”.

Troppi anni ci separano da quelle stagioni nelle quali si aveva l’ambizione di costruire la storia giorno per giorno, guardando lontano. Tutto sembra ora affievolito da una consuetudine che non lascia molto spazio alla costruzione del Nuovo. Sembra pure che possa accadere qualcosa in una società apparentemente in movimento, eppure tutto si consuma nel più breve lasso di tempo. Sembriamo immersi in una semioscurità, statica ancorché fluttuante, nel liquido amniotico di mesi e mesi rubati alla vita.

Ci si guarda intorno in questi borghi e città che appaiono avviluppati in spirali dinamiche, eppure sono immobili: il tempo vola su di essi lasciando un segno spesso deleterio. La linfa vitale, quella dei giovani che dovrebbe sorreggerne le ambizioni, è talvolta soggiogata come per una infausta legge di contrappasso. Sovvertire questo tempo infausto, che infetta con il corpo anche i rapporti umani.

Ci rimanda a un verso terribilmente bello: “i minimi atti, i poveri / strumenti umani avvinti alla catena / della necessità, la lenza / buttata a vuoto nei secoli”. È di un poeta del secolo scorso, Vittorio Sereni. Parole gravi che potrebbero condurci ad una maggiore riflessione su questo tempo costretto. E nei nostri borghi, luoghi che avranno pure un nome: gravitano attorno ad un monte alato (di chi scrive) che da lontano appare come un avvoltoio, così almeno lo hanno definito i latini: Vultur lo chiamavano.

Ma il fermento dov’è? Dove sono quei ragazzi che dipingevano le strade, che profumavano di impegno e di futuro le proprie azioni? Sembra invece che tutto rimanga svigorito, pur nell’approssimarsi di una stagione nuova. Ancora Sereni ci riconduce ad una semantica visione: “Non lunga tra due golfi di clamore / va, tutta case, la via; / ma l’apre d’un tratto uno squarcio / ove irrompono sparuti / monelli e forse il sole a primavera. / Ma i volti non so più dire”. Quei volti che dovrebbero sorridere a primavera, perché il verde si rinnova e “le piante turbate inteneriscono”. Ci saranno pure dei possibili colpevoli in tutto questo, in un crepuscolo di valori e di saperi? È probabile che lo si ritrovi negli intrinsechi meandri della vita quotidiana, in questo ed in quello che decide le sorti di una comunità, e persino di una nazione, in quelli che hanno sbagliato le scelte nei precedenti lustri, in quelli che sono lì e che non meritavano di stare lì. Ci sarà sempre qualcun altro da investire della propria irresponsabilità: noi ne siamo esenti?

La riflessione pende in una fantasia notturna, di un maggio che porti buone nuove e simulacri di esistenze davvero rinnovate. Eppure – suggerisce Sereni – “i volti non so più dire”.

di Armando Lostaglio 

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