Le elezioni per l’Eliseo: Un clima di scarsa passione tra paure e sfiducia.

A più di due anni dall’emergenza Covid, con lo spettro di una nuova variante in arrivo e a quasi quaranta giorni dal ritorno della guerra in Europa, i francesi si trovano a dare un voto che va al di là dei loro equilibri politici interni. Con il paese in presidenza UE in una delle fasi migliori per l’Unione che è riuscita a trovare politiche comuni di gestione dei vaccini, che ha approntato un condiviso piano di rilancio economico e che, di fronte all’aggressione Russa in terra Ucraina, ha evitato le divisioni che invece vi furono nella debacle dell’Afganistan dando così un dispiacere ed una sorpresa a Putin, riuscendo a marciare compatta come non mai, nelle scelte di dure sanzioni economiche contro l’orso russo avviando finanche dialoghi più avanzati sul futuro di una politica estera e di difesa comune.

Emmanuel Macron

È evidente che comunque l’attacco in Europa è solo l’inizio di una fase geopolitica che si prospetta molto tormentata e che probabilmente ricostruirà nuovi equilibri mondiali. Equilibri non ancora prevedibili, ma che appaiono comunque inevitabili. Il tutto con l’incubo di una crisi energetica sotto la minaccia della chiusura di forniture di gas russo, che rischia di vanificare i primi dati positivi della ripresa economica europea.

Ecco perché la scelta dei francesi avrà un valore esemplare ed un peso che sarà avvertito in tutto lo scenario europeo e non solo.

Il paradosso è che malgrado tutto ciò, le elezioni francesi rischiano di passare come quelle più sottotono della V Repubblica. In tanto perché, la mediaticità della guerra Ucraina ha tolto spazio al dibattito e finanche le convention dei tanti candidati e le loro passeggiate nei mercatini di città e villaggi hanno finito per essere poco appassionati e seguiti. Poi, la penuria di candidati di spessore e di nuove candidature ha finito per non scaldare i cuori dei transalpini.

Una novità, in un contesto di candidati che ogni cinque anni irremovibili ci riprovano, senza speranze e solo Dio sa il perché lo fanno, c’è ed è Eric Zemmour, un giornalista affabile ed ultranazionalista, che promette un French First di trumpiana memoria, che evoca anche per noi alcune sortite salviniane. Per diverse settimane il polemista Zemmour è sembrato poter costituire la vera novità delle presidenziali, ma poi è andato perdendosi specie dopo aver preso posizioni blande rispetto a Putin e alla sua politica imperialista. A lungo nei sondaggi ha contrastato la seconda piazza, utile per il secondo turno elettorale, a Marine Le Pen che ora sembra non avere più ostacoli al superamento del primo turno.

Marine Le Pen

Pare proprio che con la Le Pen e Macron si dovrebbe vivere la rivincita delle ultime elezioni francesi. Nella destra si soffre questo dualismo Le Pen contro Zemmour che nel primo turno potrebbe favorire il successo dei macroniani. E proprio a casa Le Pen si consuma l’ennesima lacerazione dopo la sofferta disputa padre e figlia tra il vecchio Jean-Marie e Marine, ora la nipote, Marion Maréchel Le Pen, già eletta nel Fronte Nazionale, tradendo la dispotica zia, è passata al partito di Eric Zemmour. In ogni caso, resta l’incognita del secondo turno, se i voti che Zemmour raccogliesse alla prima tornata si riversassero in massa sulla Le Pen alla seconda, allora il prevedibile successo di Macron finirebbe per essere messo in discussione.

I pezzi e pezzetini della sinistra, per protagonismo dei candidati e per le obbiettive difficoltà di un’area politica che in Francia come altrove è in cerca d’autore, si presentano divisi (e anche questo il perché solo Dio lo sa). Quelli di più sana e robusta costituzione sembrano i sostenitori di Jean-Luc Mélenchon, ancora una volta candidato e sempre con la sua France Insoumise, che allo stato nei sondaggi occupano la terza piazza abbastanza distanziati dalla Le Pen;  i resti di quello che fu il Partito Socialista si affidano alla sindaca di Parigi Anne Hidalgo, sul cui spessore politico c’è l’ombra di un 2% nei sondaggi, poi i comunisti candidano Roussel, i verdi che nelle ultime elezioni hanno avuto dei buoni score, dopo primarie divisive e piene di polemiche, puntano su Yannick Jadot, responsabile di Europa Ecologia. Natalie Arthaud per Lutte Ouvrière e il sempiterno Philippe Poutou per il Partito Anticapitalista, chiudono il nutrito carnet della gauche.

Poi resta la pletora di candidati di partitini, sempre gli stessi, sempre uguali.

E Macron?

Fu proprio lui la novità delle ultime elezioni. Si ricandida e sembra poter passeggiare, visto le premesse, sul velluto. A tal punto che in pratica la sua campagna elettorale si può dire che sia iniziata solo ora. Certo il suo incarico all’Eliseo l’ha costretto a lungo a ben altro che alle elezioni. L’uscita dall’emergenza Covid, il piano di utilizzo dei fondi europei e soprattutto la sua funzione, in prima linea, nell’opera di mediazione per cercare una soluzione pacifica al conflitto russo/ucraino l’hanno obbligato a limitare le sue sortite elettorali.

Jean-Luc Mélenchon

Macron è saldamente in testa nei sondaggi, ed in giro non c’è nemmeno più la tensione e la collera dei tempi dei Gilet gialli, caduta, almeno per ora, la paura del terrorismo, con una campagna elettorale in cui davvero dei programmi si parla poco e visto l’insieme dei candidati, appare scontato il successo di Macron.

Ed è bene così anche perché i competitor più prossimi appaiono più dannosi che utili. Di questi tempi, la Francia ed una ritrovata Europa non hanno certo bisogno delle retoriche demagogie di una Le Pen o di un Mélenchon. Le ombre che si allungano sul futuro del continente e del pianeta nel suo complesso impongono politiche solide, responsabili ed autorevoli e i due competitor più prossimi nei sondaggi all’attuale presidente, non offrono in questo senso garanzie.

Resta quel Partito Repubblicano, già UMP, erede delle glorie golliste, che candida Valérie Pécresse, con esperienza come ministro o al governo della regione di Parigi, che sembra tuttavia sempre più in calo nei gusti degli elettori, specie dopo aver richiesto il sostegno di due navigati politici, ma troppo compromessi finanche sotto il profilo giudiziario, come l’ex presidente Nicolas Sarkozy e il già primo ministro Fillon. Due autogol che rischiano di ecclissare le speranze della destra più moderata.

Rimane il dubbio delle astensioni e degli indecisi. La partecipazione popolare al voto, nelle ultime tornate elettorali, è stata sconfortante, a volte si è penato per arrivare alla metà degli aventi diritto, e la sonnacchiosa campagna elettorale di questi ultimi giorni lascia presagi funesti. Va aggiunto che, secondo gli studi della IPSOS francese, il 37% dei cittadini ancora non ha deciso se votare e per chi votare, un dato inquietante per i candidati ma certamente anche per la democrazia francese che sembra sempre meno popolare, colpa di una politica che non appassiona, chiusa tra immobilismi conservatori e fanatismi da secolo scorso, palesando una difficoltà di ascolto dei reali interessi delle persone specie dei giovani che di quel 37/% compongono la più larga parte.

Eric Zemmour

Ma la crisi della politica e la conseguente crisi della democrazia sono temi che investono ormai tutte le democrazie occidentali, una crisi a cui non si riesce a porre rimedio certo per carenza di idee forti, ma anche per l’assenza di personalità che sappiano interpretarle.

Chiunque il 24 aprile salirà all’Eliseo dovrà fare i conti anche con questa diffidenza ormai endemica dei cittadini, dare risposte ad una sfiducia generalizzata che sempre più assume il carattere di una sfiducia finanche esistenziale sul proprio futuro. Poi naturalmente c’è tutto il resto da affrontare a cominciare da Putin.

Nicola Guarino

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Nicola Guarino
Nicola Guarino, nato ad Avellino nel 1958, ma sin dall’infanzia ha vissuto a Napoli. Giornalista, già collaboratore de L'Unità e della rivista Nord/Sud, avvocato, direttore di festival cinematografici ed esperto di linguaggio cinematografico. Oggi insegna alla Sorbona presso la facoltà di lingua e letteratura, fa parte del dipartimento di filologia romanza presso l'Università di Parigi 12 a Créteil. Attualmente vive a Parigi. E’ socio fondatore di Altritaliani.

1 COMMENTAIRE

  1. Oggi la situazione è questa ed è perfettamente descritta. Ma i più avvertiti analisti della politica francese temono le sorprese di un tempo di guerra che nessuno si aspettava di vivere cosi nella nostra Europea . La page est-elle tournée pour « Le Monde d’hier »?

    Sylvie

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