Nomadismo e deportazioni di Rom: Maria davanti alla “mia” chiesa.

La pagina nera che sta scrivendo la Francia con le deportazioni dei Rom rischia di estendersi in Italia e in Europa. Alla base di tutto, l’ignoranza e la diffidenza verso i diversi da noi. La testimonianza che segue non può lasciare in silenzio o indifferenti nessuno. Nei commenti all’articolo, risponde il filosofo
Umberto Galimberti.

Sono giorni che si parla insistentemente degli zingari che il Presidente francese intende allontanare dalle proprie città, dai propri confini. Una quasi deportazione, ammonisce qualcuno. Giudizi favorevoli, contrastanti, carità cristiane e ordine pubblico. Diversificate e mai unanimi sono le posizioni.

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Il pensiero va a Maria, giovane mamma macedone; se ne sta lì da anni ogni domenica, davanti ad una chiesa di Rionero (Basilicata), a farci sentire il senso di colpa di essere nati in una nazione che loro, nonostante tutto, invidiano. Siamo agiati noi, sebbene trasciniamo addosso tutti i problemi atavici che la storia ci ha destinati. Se ne sta lì Maria, spesso col suo giovane marito e un bambino. Il parroco offre loro sollievo, vivande e vestiario provenienti da parrocchiani di buona volontà. Loro parenti presidiano altre chiese e il cimitero, più affollato di domenica. Con la mano tesa. Proprio non riescono a mettersi in “regola” per un lavoro. Per questo, devono andar via da noi. E poi l’accattonaggio mette a nudo la nostra (presunta) civiltà. Infine, rubano.

“Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire – non l’ho mai visto scritto da nessuna parte – che gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto.” E’ l’asserzione che Fabrizio De André lanciava provocatoriamente una ventina di anni fa, lui che ai Rom in particolare dedicava canzoni struggenti. Nel suo ultimo album Anime Salve dedica agli zingari una delle liriche più ricche di valori: Khorakhané. E’ vivo e solidale l’interesse del poeta verso il mondo dei diseredati, degli ultimi, degli zingari. Il pezzo è fondato sulla vita nomade dei Khorakhané, nome di una tribù Rom di provenienza serbo-montenegrina. De André, durante un concerto affermò persino che “i Rom sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre 2000 anni.”

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Parole coraggiose, dure verso la nostra modernità, eppure loro sono lì, da prima del Muro di Berlino, oggi persino comunitari, come i Rumeni. In quella canzone i Rom vengono rappresentati come individui senza una vera casa e per questo assolutamente liberi e privi di condizionamenti economici e sociali.

Il viaggio degli zingari non ha una meta, anzi, gli zingari non si preoccupano neanche di averne una. Il loro eterno peregrinare non ha uno scopo, ma fa parte da millenni del loro Dna.

Nel film di alcuni lustri fa, presentato a Venezia da Mario Soldini Un’anima divisa in due, si evidenzia la impossibilità di una integrazione sociale nonostante l’amore fra un giovane italiano ed una zingara. Vige il disagio di non saper lavorare o di rispettare un impegno di lavoro, ovvero sentire più dignitoso quell’allungare la mano e chiedere un aiuto, soldi magari. Tutto questo ci rende impotenti e forse a disagio con quella cultura del prendere-senza-dare. In quelle realtà urbane dove maggiormente si avverte la presenza di nomadi, ogni discorso pretestuosamente umanitario non attecchirebbe affatto, perché la sicurezza sociale è un valore ed una conquista che non andrebbero mai sminuiti, né patteggiati.

Eppure Berthold Brecht ci ricorda questi versi, scritti nel 1938: ogni commento è superfluo.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.

di Armando Lostaglio


Fabrizio De Andrè – Khorakhanè

3 Commentaires

  1. Deportazioni di Rom: Maria davanti alla “mia” chiesa.
    Due sono le considerazioni che il suo articolo mi suggerisce in quell’accostamento che lei fa tra il nostro benessere e la povertà dei nomadi, e in quella memoria, troppo spesso dimenticata e rimossa, dello sterminio degli zingari in epoca nazista.

    Nel 1946, a guerra appena conclusa, Karl Jaspers accusava i suoi connazionali di una colpa che a suo parere non era solo giuridica, né politica, né morale, ma di fondo « metafisica », da lui enunciata con questa espressione: « Che noi tedeschi siamo ancora vivi, questa è la nostra colpa ». Si tratta di quella colpa che infrange il principio di solidarietà tra gli uomini, senza il quale è a rischio la stessa appartenenza al genere umano, dal momento che questa ha come suo fondamento il riconoscimento di se stessi nell' »altro ».

    Misconosciuta e atrocemente negata in epoca nazista, oggi questa appartenenza non è ancora garantita, a giudicare dai pregiudizi che ancora costellano i nostri atteggiamenti nei confronti dei Rom. Eppure in questa gente senza fissa dimora è possibile leggere la simbolica del futuro che ci attende e che ci obbligherà a fare i conti con un prossimo sempre meno simile a noi e sempre più « altro », quindi con la diversità. Una diversità più difficile da gestire per noi cresciuti sotto la tutela di un territorio, di una proprietà, di una legge, che forse oggi tutelano solo la nostra intrinseca debolezza, lasciandoci impreparati per quel cambiamento a cui stiamo assistendo, e che rende incerto il confine non solo territoriale, ma soprattutto culturale tra noi e chi è altro da noi, ma che oggi abita con noi.

    E, a globalizzazione ormai avvenuta, per quanti sforzi facciamo, non riusciremo più a negare agli uomini, quel privilegio che oggi accordiamo solo alle merci: la loro libera circolazione.

    Umberto Galimberti

    (Da “D” di Repubblica – 22 gennaio 2011)
    Scrive Nietzsche: « Chi anche solo in una certa misura è giunto alla libertà della ragione, non può poi sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante ».

  2. Deportazioni di Rom: Maria davanti alla “mia” chiesa.
    Les Roms… En écho à l’article de Armando Lostaglio du 18/09/10, voici une lettre d’actualité qui vient de m’être transmise:

    Lettre de Flaubert à Georges Sand 12 juin 1867 Correspondance,édition de la Pléiade tome 5, pp. 653-654)

    « Je me suis pâmé, il y a huit jours, devant un campement de Bohémiens qui s’étaient établis à Rouen. Voilà la troisième fois que j’en vois. Et toujours avec un nouveau plaisir. L’admirable, c’est qu’ils excitaient la haine des bourgeois, bien qu’inoffensifs comme des moutons. Je me suis fait très mal voir de la foule, en leur donnant quelques sols. Et j’ai entendu de jolis mots à la Prudhomme. Cette haine-là tient à quelque chose de très profond et de complexe. On la retrouve chez tous les gens d’ordre. C’est la haine qu’on porte au Bédouin, à l’Hérétique, au Philosophe, au Solitaire, au Poète. Et il y a de la peur dans cette haine. Moi qui suis toujours pour les minorités, elle m’exaspère. Du jour où je ne serai plus indigné, je tomberai à plat, comme une poupée à qui on retire son bâton. »

    • Deportazioni di Rom: Maria davanti alla “mia” chiesa.
      Se Berthold Brecht se l’aspettava l’appoggio dalla parte dei zingari, omossessuali o comunisti, mi dispiace per lui.
      Comunque, ritengo che i Rom devono essere ripatriati in loro Romania. In Europa non fanno altro che rubare, chiedere elemosine o… ancora rubare. Da secoli non sono stati capaci di integrarsi nei Paesi dove abitavano o dove abitano ora. Quindi è logico (e lo ritengo giusto) ciò che si fa in Francia.

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