La sparizione dei giornali italiani in Francia

Arrivato a Parigi, venti anni fa, per prima cosa ho cercato i giornali. Fino a un minuto prima anche io (come tanti) ero tentato dalla sindrome dell’anti-italiano. (Quella che porta a dire che in Italia è tutto sbagliato, tutto da rifare. A idealizzare l’altrove).

Fino a un minuto prima, Parigi era il sogno, la fuga. Donne bellissime, con il broncio (chissà poi perché). La lingua, un abisso di libertà in cui scomparire. Le cose sono cambiate non appena vi ho messo piede per restarvi (a lungo, forse per sempre). In quel preciso momento ho scoperto di essere italiano. Prima di allora, pensavo che la mia nazionalità fosse un dato burocratico, inessenziale. Poi (non appena ho smesso di essere uno di passaggio) ho cominciato a sentire gli stereotipi dei francesi sugli italiani: il gesticolare, il parlare ad alta voce, gli uomini sempre dietro alle donne. Ho reagito: basta con questi luoghi comuni! Ma in cuor mio mi sono chiesto: che abbiano ragione? Perché mai non sto fermo con queste mani, perché parlo così forte e faccio lo scemo con le donne? Non tutto era vero, in quei clichés. Ma non tutto falso. Ho capito allora che il mio destino individuale era (anche) fatale ripetersi di una vicenda comune. Quella dell’italiano che si crede unico ed è come tanti. Battezzato, comunicato e persino sposato (prima di divorziare) in chiesa, non per vera fede (quello va benissimo) ma perché così fan tutti (come una volta si prendeva la tessera del partito fascista, dicendo «mica son fascista!»). L’italiano per cui il calcio non è uno sport ma parte della vita, come le nuvole, le strade, le case. L’italiano che parla forte, mentre i francesi sussurrano (infatti tra loro non si capiscono, sempre a dirsi  «pardon?», “comment?”. O, i maleducati, «quoi?»), e devono ripetere le cose mille volte. Mentre noi (sarà il gesticolare, il volume o quel che è) bene o male ci capiamo.

Quindi, un minuto dopo essere arrivato qui, a Parigi, venti anni fa, ho capito che non potevo non essere italiano. Allora ho cercato casa mia: i nostri giornali. Per ritrovare ciò da cui stavo fuggendo. Repubblica. Corriere della Sera. La giudiziosa Stampa. Il Giornale. Sole 24 ore. Per gli appassionati di sport, la Rosea, cioè la Gazzetta. Tutti lì, già la mattina presto, pronti in edicola. Per me. I giornali erano amore della vita, consolazione, rifugio. Avevo cominciato ai tempi della vecchia Repubblica, deliziosamente imprevedibile (all’opposto di quella odierna, terribilmente conformista) su cui si scannavano Bocca e Pansa, mai d’accordo (non per nulla Scalfari, con intelligente sadismo, li faceva scrivere sulla stessa cosa). Edmondo Berselli con la sua dolente ironia (quanto mi sarebbe piaciuto non solo scrivere come lui, ma proprio essere lui). Beniamino Placido e la sua prosa crociana, da meridionale colto. E poi il Corriere della Sera, a cui mi ero accostato con batticuore, per il suo status di quotidiano delle segrete stanze del potere. Mi attiravano le sue severe (allora) pagine culturali, l’odore da bella borghese che non conosce le miserie della povera gente, il sudore umiliante dei contatti. (Ma, nonostante questa disgrazia, cerca di capire cosa è il mondo). Via Solferino, Milano, i quadri grigi, i tuoi cortei. Le pagine su cui avevano scritto penne indimenticabili come Buzzati, Malaparte, Parise, Montale, Moravia; scaltre come Montanelli; umane e forse troppo umane come Pasolini. Li amavo tutti, i giornali. Anche quelli innominabili di cui parla Montale (comprati alla stazione, nel freddo, nella nebbia). Amavo il fruscio delle pagine, l’odore della carta e dell’inchiostro. Li sottolineavo, evidenziavo, ne collezionavo i ritagli in cartelline destinate a non essere mai più aperte. Li portavo sulle panchine dei giardini mal frequentati, sulle spiagge solitarie. I giornali sono diventati, per me, il fischio, il segno di riconoscimento di quando (ancora Montale) ci si ritrova a essere morti senza saperlo.

Poi il tempo è passato. Con la grande diffusione di Internet, l’accesso continuo all’informazione. Nelle edicole parigine i giornali italiani hanno cominciato a farsi più rari.  Dei tanti che mi corrispondevano, sono rimasti solo Repubblica e Corriere. Poi, poche settimane fa, solo il Corsera: triste, solitario y final. Adesso, scomparso anche lui. Io passo lo stesso (come un innamorato tradito, illuso): dove ho trovato negli anni milioni di pagine, ora è il vuoto a ogni gradino. Chiaro: il destino è segnato. Piovono offerte di abbonamento digitale. Vuoi mettere la comodità (dicono)? Tutte le notizie sul tuo schermo. Inutile spiegare (a chi non ha capito già) che non la comodità, cercavamo. Ma quell’ebete vita che ci innamorò. Di cui facevano parte le pagine di giornale, l’inchiostro che macchia le mani, la ricerca in edicola, la preziosa lettura mattutina: preghiera dell’uomo moderno, per Hegel.

Ora, per pregare, anche io alzo lo sguardo al cielo: e il cielo è un abbonamento Internet.

Maurizio Puppo

10 Commentaires

  1. Vraiment un article et des commentaires intéressants… A parte il problema crescente della reperibilità di quotidiani (e di alcuni settimanali) italiani, che comunque in alcune zone di Francia sembrano resistere, c’è in effetti quello dell’uniformizzazione dei contenuti… Senza generalizzare, chiaramente, nei confronti di chi ancora si impegna a fornire un lavoro di penna più autonomo, attento e approfondito… Oggi sta a noi distinguere (!), capire dinamiche ed effetti degli abbonamenti/della « digitalizzazione di massa », o privilegiare l’informazione televisiva, non sempre superficiale, più che buona su alcuni canali, e sempre ottima… in tardissima serata (a patto, ovviamente, di rinunciare a quel « proustiano » odore cartaceo!).
    Par ailleurs, c’est vrai que Mickey, Donald et tous les autres (en grande partie grâce à la traduction de scénaristes italiens au talent reconnu) constituent un excellent point de départ pour tout futur lecteur averti !
    Infine, e con vostra gentile concessione… qui di seguito l’indirizzo di un sito italofrancese, anche per cercare di superare quei cliché negativi cui Lei fa riferimento (ma in realtà molti francesi, anch’essi soggetti a cliché, sanno apprezzare pienamente l’Italia e gli italiani…), oltre che per soffermarsi su alcuni pregi o « atouts » riscontrabili in entrambi i paesi 🙂

    https://culturetsante-cultura.info

    • Certo. I francesi apprezzano l’Italia e gli italiani. Io scherzavo un po’. E poi negli stereotipi c’è sempre una parte (magari piccola, magari nascosta) di verità. Grazie, Maurizio

  2. salve

    tutti i giornali italiani spariti anche a Bruxelles, capitale d’Europa (sic?), senza un segnale, senza avvertire un pubblico che evidentemente si tiene in poco conto.

    Vorrei aggiungere alle giuste osservazioni di coloro che rimpiangono il piacere – anche tattile – della stampa: quando i giornali esistevano ancora, si poteva decidere di comprarne un giorno uno, un giorno un altro. Con gli abbonamenti non è possibile. Ma per i padroni dell’informazione la libertà di accedere a più fonti è irrrilevante (o non ci hanno pensato).

    David

  3. Io li trovo sempre
    Ma li leggo rararamente
    Non é un gran giornalismo
    Informazione internazionale d’agenzia
    Informazione italiana basata sul si dice
    Mancano le terze pagina del passato
    Per leggerò dell’Italia scorerre le monde Diplomatique o l’Economist

  4. Come non ritrovarmi in questa scanzonata rievocazione del comunicare cartaceo… Anch’io assediai vita natural durante una certa edicola della Gare de Lyon, ormai scomparsa (l’edicola!), dove ogni settimana io e mio padre andavamo a cercare …Topolino !! Sono stato cresciuto a Lego e Topolino (stessa generazione del caro Mauruzio Puppo, io classe ’64…), con la differenza che fu mio padre ad emigrare a Parigi (io ci nacqui). La geografia parigina legata all’Italia era proprio quella dei dintorni della stazione d’arrivo dei treni provenienti d’oltralpe, come a Montparnasse si trovano i bretoni ed a gare de l’Est gli alsaziani, tant’è vero che come in tempi più remoti da Napoli parteven’ ‘e bastiment’ per Nuova Yorka o Buenos Aires, negli anni sessanta partivano i treni « pane e cioccolata » che riversavano nei paesi limitrofi l’inarrestavile fiumana di italico umano bestiame destinato ad arricchire i suddetti impoverendo, dissanguandola, la madre patria. Unico legame con la cultura perduta, in un tempo in cui non si era virualconnessi, era la lettura e un po’ la radio se la domenica si riusciva a beccare le radiocronache sportive del buon Sandro Ciotti che, ogni volta da una città diversa, augurava sempre buona sera e buon ascolto nel commentare le partite di calcio. Quindi ci si precipitava in edicola (mi sovviene che fosse di venerdì, se non vado errato, che arrivavano le poche copie del settimanale fanciullesco…) Poi con mio padre facevamo a gara a chi per primo si tuffava nelle storie poliziesche che vedevano protagonisti, oltre al simpatico roditore fiancheggiato dal fido segugio Pluto e all’eterna fidanzata Minnie, il buon Pippo con la sua Clarabella, assieme al quale davano la caccia alla Banda Bassotti, mentre a Paperopoli regnavano Paperino e nipoti, tiranneggiati da zio Paperone col suo forziere zeppo di monete d’oro, quale un moderno Harpagon di molieriana stirpe. Ore ed ore a leggere, leggere, …e sognare. Fantasia, ove fuggita sei tu…?? Mio padre, quando partii a lavorare in America, mi infilò in valigia una copia di Topolino dicendomi « se parti con zio Paperone mi sento più tranquillo…! » Dall’America tornai, senza essermici arricchito. Mio padre ora non c’è più. Rimane una montagna di settimanali la cui copertina gialla ha rischiarato, grazie ad un coragioso edicolante che li faceva arrivare fin qui, quella cosa che si chiamava gioventù…

  5. Je pourrais raconter la même histoire, mais dans l’autre sens. Il y a 10 ans, je trouvais mes journaux français à Naples. Aujourd’hui je les trouve à la médiathèque française à consulter sur place… Et ils n’ont pas le canard qui n’existe pas en ligne, hélas.

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