La scomparsa di sir Sean Connery

La mia opinione è che per arrivare ovunque nella vita
devi essere antisociale – aveva detto una volta – Altrimenti sarai divorato.
Colpa dei miei geni celtici  

«Scotland Forever»!

E, conoscendolo anche solo grazie allo schermo, certo, non c’è da dubitarne. Sean Connery, mancato oggi, 31 ottobre 2020, nel sonno a Nassau, la capitale delle Bahamas  – a detta dei media, in primis la BBC – era davvero un character, sia in senso artistico che letterale.

Grande attore, performer di lignaggio, nonostante le note umili origini, è vissuto tra eccellente e varia professionalità ed appassionato impegno socio-politico-affettivo. Era nato il 25 agosto 1930 a Fountainbridge, Edimburgo, figlio di un operaio cattolico e di una cameriera protestante, ma nelle sue vene, scorreva anche sangue irlandese, per parte di padre, mentre la madre pare facesse risalire le sue origini agli oratori gaelici dell’isola di Skye, l’isola più grande dell’arcipelago delle Ebridi Interne.

È stato amato – e probabilmente lo sarà per sempre – dalla platee femminili e maschili, di sicuro, incondizionatamente.
Il suo innato e forse misconosciuto a lui stesso sex-appeal – … Non saprei, non son mai stato a letto con un sessantenne calvo, diceva con perfetto scottish sense of humour – aveva reso la sua fama planetaria.

La sua carriera di attore ha attraversato decenni e i suoi numerosi premi inclusero un Oscar, piuttosto ‘tardo e secondario’ nel 1988 come attore non protagonista de “Gli Intoccabili” (The Untouchables), comprimari Robert De Niro e Kevin Costner, diretto da Brian De Palma, scritto da David Mamet e glossato musicalmente e mirabilmente dal compianto Ennio Morricone; ebbe anche due premi Bafta e tre Golden Globes.

Sean Connery ne Gli Intoccabili

Sean Connery ha poi interpretato diversi altri film di successo tra cui ‘Caccia a ottobre rosso’, ‘Indiana Jones e l’ultima crociata’ e ‘The Rock’. Iconico interprete di James Bond, è comparso in sette dei film della saga nata nel 1953 dalla penna dello scrittore britannico Ian Fleming.

Pochi mesi fa era stato confermato per acclamazione come il miglior James Bond della saga di 007. Difficile dire quanto abbia sofferto questa associazione obbligata: in gioventù non le diede molto peso (“Mi volevano fare un provino per avere il parere di Ian Fleming. Io mandai al diavolo i produttori e per poco non persi l’occasione della vita”); poi ne fu ossessionato tanto da interrompere bruscamente una storia iniziata nel 1962 con “Licenza di uccidere” dopo cinque successi planetari fino a “Si vive solo due volte” (1967).

In seguito, tentato dal compenso e ormai sicuro dei suoi mezzi, riprese pistola e smoking ‘d’ordinanza’ ancora due volte  per “Una cascata di diamanti” e “Mai dire mai”.

Per sfuggire al cliché di 007, Sean ottenne di alternare il ruolo-chiave con altri film: non fu molto fortunata la sua collaborazione con Hitchcock (per “Marnie” il regista ammise di aver preso un abbaglio, ritenendolo un nuovo Cary Grant), ma andò meglio con Sidney Lumet, per cui interpretò “La collina del disonore”, nel 1965.

Cominciò così a costruirsi un nuovo personaggio (coraggioso, ironico, romantico): è così in “I cospiratori” di Martin Ritt, “Riflessi in un occhio scuro” ancora con Lumet, “Zardoz” di John Boorman, fino a tre capolavori del cinema d’avventura come “Il vento e il leone” (John Milius), “L’uomo che volle farsi re” (John Huston) e, soprattutto, il bellissimo e poco fortunato “Robin e Marian”, di Richard Lester, alla metà degli Settanta. Per certi aspetti la migliore ‘interpretazione’ di un eroe tutto particolare come Robin Hood – mistificato in tante pellicole – in cui leggenda, pietas, coraggio e senso della propria umile umanità prevale su tutto, anche sull’amore, ah, quanto ancor più umano, per Marian, una splendida Audrey Hepburn-Lady/Suor Marian.

A seguire tantissimi i film ed i successi, tutti noti, giusto ricordando il trionfo planetario de “Il nome della rosa” nel ruolo dell’inquisitore-detective Guglielmo da Baskerville, nato dall’omonimo best-seller di Umberto Eco.

Scomparsa di Sean Connery
Sean Connery ne Il nome della rosa

Si vantava di aver indossato per ben quattro volte i panni di un re, da Artù a Riccardo Cuor di Leone.

Un cavalierato atteso da tempo, gli venne finalmente assegnato nel 2000 dalla regina Elisabetta: pare fosse stato trattenuto dal governo laburista, a causa del suo sostegno all’indipendenza scozzese.

Ha sempre affermato di essere rimasto fedele alle sue radici scozzesi nonostante vivesse all’estero.

Ora, dunque, nei prati dell’Eden, sir Sean Connery sarà insieme con le sue vere uniche passioni: la Scozia e… il golf.

di Maria Cristina Nascosi Sandri

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Maria Cristina Nascosi Sandri
Di Ferrara, giornalista pubblicista, critico letterario, cinematografico ed artistico. Collabora da parecchi anni con quotidiani nazionali, periodici specialistici e non, su carta e on line, anche esteri come Altritaliani. Dopo la laurea in Lettere Moderne, conseguita presso l’Università degli Studi di Ferrara, si è dedicata per un po’ alla scuola dove ha svolto attività anche come traduttrice, oltreché docente. Da anni si dedica con passione allo studio, alla ricerca ed alla conservazione della lingua, della cultura e della civiltà dialettale di Ferrara, mantenendo lo stesso interesse per quelle italiana, latina ed inglese, già approfondito dai tempi dell’università, insieme con quello per l’arte, il teatro ed il cinema. Al suo attivo centinaia di articoli e recensioni, e qualche decina di libri sulle discipline di cui sopra, tra cui un'intera collana multilingue sulla propria lingua materna.

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