La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.

La seconda repubblica resiste con tutte le sue forze al cambiamento, impegnando il governo in una guerriglia fatta legge per legge, articolo per articolo. Il governo tiene anche se la sua azione è rallentata. Il risultato è che siamo in recessione come dimostrano i dati ISTAT. L’autunno potrebbe essere caldo.

Quando tra i tanti avvertimmo, nella coraggiosa decisione di Renzi di assumere la guida del governo, il pericolo di un impantanamento, non ci sbagliavamo.

La riprova si ha in questa estate che non vuol decollare né meteorologicamente né politicamente. La battaglia sulla riforma elettorale e per la riforma del titolo quinto della Costituzione, con la conseguente riforma del Senato ha portato via mesi preziosi al governo e alla sua vibrante tabella di marcia.
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Come se non bastasse la stagnazione aggravata dalla guerriglia parlamentare delle opposizioni ha determinato un’ulteriore stagnazione recessiva che, in queste ore, è stata annunciata dall’ISTAT con un meno 0,2% sulla crescita che allarma per la ripresa del prossimo settembre. E’ l’effetto del mancato rispetto del timing renziano. La realtà è che il governo opera con un parlamento che è carico di astio nei confronti del premier, un astio che è ben oltre il limite del personale. Nel dopoguerra la ricostruzione italiana fu realizzata grazie all’accordo di tutte le forze antifasciste, finanche forze decisamente avverse, come il PCI di Togliatti e la DC di De Gasperi.

Oggi non siamo lontani dalla gravità di quella emergenza, ma purtroppo ci ritroviamo una classe politica incolta e priva di senso dello Stato. Solo questo puo’ spiegare l’ingeneroso personalismo contro Renzi e la volontà di affondarlo con tutto il paese.

Tuttavia, si deve almeno dare atto all’esecutivo che, pur con le perdite subite (in termini di credibilità politica), la perseveranza sta comunque premiando e la prima lettura della riforma senatoriale e la svolta sulla legge elettorale sembrano ormai alla portata e prossimi al conseguimento.

Al Senato ferve la battaglia sulla riforma.

Impresa non facile quella di chiedere alla politica (della seconda repubblica) di riformarsi (per la terza repubblica) in prospettiva dei nuovi scenari politici italiani ed europei che si prospettano, con la formazione anche della nuova Commissione Europea.

Non si perdona a Renzi la svolta storica del Nazareno con cui per la prima volta la sinistra ha legittimato come soggetto politico la destra di Silvio Berlusconi. Un qualcosa d’insopportabile per una sinistra che avendolo combattuto (vanamente) per venti anni, si è vista di fatto disconoscere, dal suo nuovo leader, una strategia sostenuta con forza per quanto fosse evidentemente perdente.

Non è un caso che oggi i più duri nemici del rinnovamento della sinistra si annidano proprio a sinistra e tra i parlamentari del PD, che ancora una volta sviluppa le sue tendenze suicidarie ed invece di amministrare il 41% dei consensi espressi dai cittadini, inscena una faida interna (determinata dai gufi della vecchia nomenclatura, dagli apparati immobili del sindacato e da chi ancora oggi, mostra nostalgia verso una estrema gauche folcloristica, colorata e sostanzialmente inutile e dannosa, come ha dimostrato la vicenda della riforma del Senato.
Grillo e Vito Crimidei 5 stelle al consulto.

Dietro la guerriglia dei seimila emendamenti di SEL, dell’Aventino di M5S, e delle sceneggiate della Lega, si nascondono diverse motivazioni e sentimenti. Ma va detto che in ogni caso queste opposizioni hanno solo dimostrato nei fatti, di non voler cambiare nulla e di voler mantenere il sistema paese bloccato com’è, senza apportare nessuna vera e concreta modifica.

Una cosa grave. Se è vero che proprio questo sistema, incancrenito da un ventennio di delegittimazioni reciproche, di leggi “ad personam”, di assoluta assenza di una politica industriale e di strategie, specie per i giovani, per incentivare il lavoro, hanno portato il paese sull’orlo dell’abisso. Ricordiamo la lettera della Commissione Europea del 5 agosto 2011. Altri tre anni passati vanamente.

Chi dice che le priorità non sono le riforme della macchina istituzionale e del potere legislativo, ma le riforme economiche, in realtà mente sapendo di mentire. E’ proprio il bicameralismo perfetto, concepito per altre stagioni storiche e con un sistema elettivo proporzionale, che ha favorito l’attuale impasse economico e sociale italiano. E’ stata la pletora di partiti e partitini con un sistema legislativo vulnerabile ai giochi dei veti che ha impedito fin qui qualsivoglia riforma. Liberare la Camera da questo anacronistico doppione significa liberare straordinarie potenzialità per il legislatore e sciogliere le mani ai governi che finalmente potranno essere esecutivi nel pieno delle proprie responsabilità.

In nessun caso l’opposizione ha dimostrato una coerente volontà di partecipare al processo riformatore propedeutico al rilancio del Paese. SEL ridotto ai minimi termini e con una diaspora interna, ha sacrificato la sua alleanza “storica” con il PD, alla ricerca di una vana gloria e visibilità, tenendo bloccato per settimane il Senato.

M5S fatti due calcoli si è reso conto del vantaggio (essendo la seconda forza in Italia, con una destra alla deriva) di favorire con il suo retorico Aventino, la felice conclusione della riforma frutto del Nazareno. In fondo in prospettiva potrebbe giovarsene, con i suoi premi di maggioranza e riuscendo a conquistare qualche regione, peserebbe anche nella camera che sostituirà il Senato.

La Lega rispolvera il “celodurismo” di bossiana memoria, consapevole che una posizione intransigente puo’ favorirla sia rispetto all’elettorato più impaziente dei grillini, sia rispetto al pubblico berlusconiano che assiste all’equivoco di una Forza Italia che si propone come opposizione ma che concretamente diventa il puntello più affidabile per Renzi e i suoi.

La “rivoluzione” dell’ex sindaco di Firenze tuttavia, non trova ostacoli solo in un parlamento che non è il “suo”, trova difficoltà anche rispetto ad un insieme di forze e di poteri che si annidano in tutte le pieghe della nostra “res publica”.

Una guerriglia che vede al primo posto in queste ore la ragioneria dello Stato, sobillato dal commissario Cottarelli, che dopo essersi fatto carico di una corposa spending review, alla fine ha di fatto gettato la spugna nella consapevolezza che toccare la Pubblica Amministrazione e fare tagli in quel campo, significherebbe smuovere un estenuante Vietnam, ancora più pericoloso di quello messo in scena al Senato.

Cambiare la società, significa cambiarne la cultura politica. Un’impresa titanica e che richiede tempi più cospicui di quelli preconizzati dal premier. Mettere mano ai funzionari pubblici, che nel sottobosco coltivano un intreccio di affari ed interessi politici, personali e di lobby, con tanto di gratificazioni economiche e di vanità politica, è necessario ma, certamente, in questo il governo non potrà trovare facile sostegno nell’attuale parlamento che spesso è stato presupposto della formazione di tali poteri e privilegi.

Un intreccio di clientele, corruttele, che ha portato spesso i tecnici nominati dai politici ad essere manovratori degli stessi, non fosse altro che per una migliore conoscenza della pubblica amministrazione. Ecco perché li occorre, anche a rischio di qualche impopolarità e delle ire di qualche sindacato (anch’esso, spesso coinvolto e complice), usare la scure più che il fioretto.

Il problema resta quello. Anche se Renzi gode di una popolarità vastissima, e la domanda di rinnovamento è inequivocabile, questo processo riformatore non potrà che andare a rilento, fino a quando, chiusi nella ridotta a gestire i bottoni del potere, restano gli stessi sciagurati operatori che hanno condotto il Paese in recessione e ai drammatici dati economici a cui assistiamo quotidianamente.

Il ministro dell'economia Padoan

I sondaggi sembrano dire che la fiducia nel premier e anche nel suo governo è sempre altissima (vedremo se è ancora cosi dopo il meno 0,2 sancito dall’ISTAT), anche per il dato di un’assenza reale di alternativa, ma i viet-cong di SEL, dei grillini, e delle varie lobby e caste che si sono corposamente arricchite nella stagnazione di questi anni, ciascuno per il proprio interesse, confidano nello sfinimento di Renzi, nel suscitare nell’opinione pubblica una caduta di fiducia, nel cercare di costruire uno scenario di “tradimento renziano”. Siamo insomma alla visione rivista e aggiornata della politica del “Tanto peggio, tanto meglio”.

I ridotti ma significati risultati raggiunti dall’azione di governo, non devono indurre lo stesso ad estenuanti trattative. Già si parla di abbassamento della soglia di eleggibilità al 4% dei voti per aiutare partitelli che fin qui hanno (con la lodevole eccezione del NCD) spinto solo per impedire la governabilità. Viceversa, la scarsa rappresentatività politica di forze come SEL o Fratelli d’Italia, oltre ad imporre una riflessione sul senso storico di queste presenze, impone al quadro politico di virare sempre più ad un sistema che premi le grandi forze politiche e le capacità di queste di coagularsi su progetti politici sempre più chiari e distinti.

Il pensiero politico di questi decenni dimostra; la scarsa validità propositiva e costruttiva, almeno sul piano della coerenza di progetto, di quei partiti personalizzati o addirittura “liquidi”, incapaci di esprimere un’idea di futuro che non sia perennemente contraddittoria e confusa, nonché la scarsa incidenza ed efficacia di formazioni troppo piccole ma capaci tuttavia, di influenzare e ricattare il quadro politico. Qual è il senso di favorire masochisticamente l’accesso politico a forze cosi poco rappresentative della società e dell’esigenze del Paese?

Personalmente resto dell’idea che la legge elettorale non vada modificata dalla sua prima lettura, evitando le preferenze, fautrici in passato di pratiche corruttive, che le soglie di sbarramento devono consentire un’agevole governabilità al partito vincitore (non è una tragedia se un partito che ha la maggioranza governa, nella migliore Europa si fa cosi), restando salvo poi la possibilità di alternanza alla prima occasione elettorale.

E’ una prassi tutta italiana quella di vedere nel vincitore il nemico da delegittimare con ogni mezzo anche a costo di paralizzare il paese.

A chi pensa alla delegittimazione che fu fatta verso Berlusconi va detto con franchezza che, al netto degli errori che hanno ridotto il dibattito politico e culturale per venti anni in uno sterile Berlusconi si, Berlusconi no, va tuttavia, riconosciuta che quella stagione, figlia di un’altra rivoluzione, quella di “mani pulite”, fu tuttavia caratterizzata dall’anomalia insita in quella figura d’imprenditore che gestiva gran parte dei mezzi di comunicazione e che aveva interessi specifici e personali in quasi tutti i settori dell’economia. Anomalia drammatizzata dal continuo uso di leggi « ad personam » atte a favorirlo in ogni campo.

Questa considerazione valga anche per coloro che continuano ottusamente ha chiamare Renzi figlio di Berlusconi, mai personaggi furono cosi lontani sia per i rapporti con il potere, sia per stile di vita. Basterebbe pensare per rendersene conto.

Solo l’isteria di una vecchia e superata sinistra puo’ coltivare simili falsi pregiudizi.

Matteo Renzi

Ci attende un autunno difficile e dopo il suo terzo incontro con Berlusconi, Renzi vuole farlo partire con l’approvazione dell’Italicum e l’avvio del secondo passaggio della riforma del titolo V della Costituzione. Ma ci sarà l’incognita dell’approvazione del DEF (documento economico e finanziario) una spina dolorosa, specie dopo gli ultimi allarmanti dati dell’ISTAT, che prospettano un buco di almeno 6 miliardi di euro. Non sembrano a rischio le ottanta euro agli undici milioni d’italiani, ma certamente bisogna avviare una severa opera di tagli sulla pubblica amministrazione se si vogliono liberare risorse per ridurre le tasse sul lavoro e per incentivare le imprese.

Occorre rimettere mano al Jobs act, non perché questo crei posti di lavoro, ma perché la semplificazione del mondo del lavoro, favorirebbe le aziende per le assunzioni. La strada dell’abbandono del precariato è una scelta che deve continuare ad essere la stella polare di Renzi e del suo governo e anche su questo territorio le resistenze saranno durissime.

Compiti difficili ma colui che ha segnato la svolta nel paese con il patto del Nazareno, deve continuare sulla via dell’innovazione politica, strada maestra per uscire dal pantano.

In tal senso resta fondamentale, contro le vecchie ed inutili pratiche ideologiche di cui s’infarcisce ad arte il paludismo attuale, il sano e concreto pragmatismo dimostrato e che gli italiani hanno premiato con la loro massiccia adesione.

Insomma, se Renzi fa il Renzi e non diventa Letta (chiudendosi in sterili mediazioni e meditazioni), ce la si puo’ fare. Il paese è con lui, e non è poco.

Nicola Guarino

5 Commentaires

  1. La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.
    ** La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi. **
    La speranza che qualcosa possa cambiare nel desolato panorama politico italiano è veramente tanta e, sicuramente, l’ avvento di una figura come Matteo Renzi potrebbe significare qualcosa di nuovo. Il punto è, tuttavia , se questo nuovo potenziale può essere utile al Paese. Detto questo, sento la necessità di esprimere alcune considerazioni dissonanti rispetto al trasporto ed alla fiducia nel Premier che traspaiono dall’ articolo del caro amico Nicola.

    Innanzitutto vi è da interpretare il significato di quel 40,8 % di preferenze che ha concorso a consacrare l’ex Sindaco di Firenze a Capo del Governo. E’ da ritenere che ancor più di uno spostamento a sinistra dell’elettorato italiano, tradizionalmente cauto e sospettoso del nuovo, abbiano avuto un ruolo non marginale la deriva autoritaria e delirante in senso anti – europeistico del M5S che ha fatto temere per la tenuta dell’euro, la cui caduta è considerata da non pochi analisti una vera catastrofe finanziaria, segnatamente per l’Italia. L’implodere della destra berlusconiana, sotto l’incalzare degli scandali e dei provvedimenti giudiziari dell’ex Premier, ha fatto il resto. Non ci troviamo, quindi, di fronte ad una conversione ideologica dell’elettorato sulla scorta di una folgorazione sollecitata da un convincente programma politico !

    L’operato del Premier deve necessariamente essere sottoposto al controllo ed al vaglio di forze sia interne al Parlamento, sia ad esso esterne ed espressione del mondo culturale e della società civile. Questo è fisiologico in un contesto democratico ove chi dissente costruttivamente non può essere considerato un “ gufo “. Il Presidente del Consiglio deve , in modo irrinunciabile, comprendere ed ascoltare la voce di chi lo vorrebbe garante del “ nuovo “ attraverso un cambiamento il cui parametro di riferimento non può essere la mediocrità del passato berlusconiano. In effetti le critiche all’operato di Renzi hanno significato diverso ed esprimono sensibilità differenti a seconda della fonte , e differente è il fine che le muovono. Per questo motivo non possono essere ridotte ad un singolo schema.

    Le realtà politiche e culturali, che più consapevolmente hanno lottato contro la degenerazione berlusconiana,non hanno potuto guardare se non con una certa apprensione a quel “ patto del Nazareno “ che ha, nei fatti, riabilitato e dato nuova forza alla figura divenuta ormai traballante dell’ex Cavaliere. E’ un vulnus, nell’ambito di una Sinistra presentatasi come forza di Governo, che nasce dall’ovvia considerazione che colui che offre la propria collaborazione istituzionale ( peraltro al momento sottoposto a provvedimenti restrittivi per reati fiscali passati in giudicato), non lo fa spinto da senso dello Stato, sentimento che non gli è proprio, ma bensì motivato da concessioni a lui funzionali di cui, al momento, poco sappiamo. Trattasi di manovra ambigua e, diciamolo pure, insopportabile agli occhi di quella Sinistra che sperava realmente di voltare pagina. Legittimo è il sospetto, dunque, di chi legge questo accordo come espressione di una certa continuit à con il passato, forse necessaria a chi non si sente sufficientemente forte politicamente e quindi desideroso di una irrinunciabile ampia legittimazione. Si è trattato, dicevamo, di manovra ambigua, il cui costo politico ed i cui parametri di scambio ci sfuggono e, tutto questo, non può aver lasciato indifferente chi, nell’ambito della Sinistra più consapevole, e non solo, per anni ha lottato contro lo strapotere del Caimano e contro la sua devastante deriva populista. Questa vicenda ha turbato molti, ma, francamente, non ha alimentato, nel concreto, il nascere di un diffuso sentimento di sospetto tale da far considerare Matteo Renzi l’epigono di Berlusconi e, quindi, avversario politico da annientare da parte di una Sinistra estrema , magari anche interna al PD, rancorosa ed ideologizzata.

    L’impegno dell’Esecutivo si sta estrinsecando elettivamente nell’ambito della riforma della macchina istituzionale. Trattasi di manovra interessante, seppur non scevra da pericoli per le garanzie costituzionali: non dimentichiamo, ad esempio, che con la riforma del Senato i senatori saranno nominati dai Consigli Regionali,e, di conseguenza, di nomina partitica, esautorando gli elettori da ogni potere decisionale. Tutto questo non esclude per definizione che se saggiamente condotta,la manovra non possa liberare nuove energie per il Paese. Ma pensare che la riforma del Senato o la nuova Legge Elettorale, una volta attuate, possano da sole spianare la strada al rinnovamento è pura illusione. E’ vero , sappiamo come la burocrazia parlamentare abbia potuto rallentare l’azione di governo, e questo va corretto nelle sue manifestazioni estreme, ma è pur vero che, storicamente, lo stesso meccanismo ha concorso a ridurre l’approvazione di provvedimenti legislativi “ Ad personam”. Peraltro, dobbiamo considerare che ciò che concorre a rallentare l’azione parlamentare non va ricercato esclusivamente in fattori legati alla burocrazia interna, quanto in una deriva utilitaristica dell’azione politica ed in una carenza di spirito di servizio, fattori culturali, questi, che una mera riforma istituzionale non potranno correggere.

    In un momento come quello che vive il nostro Paese, in cui il futuro sembra aver perso la luce della speranza, ben altre sono le preoccupazioni che attanagliano il mondo reale. Rispetto a queste inquietudini il Presidente del Consiglio balbetta. Da più parti, sia nell’ambito del mondo politico più accorto, sia nell’ambito della Stampa più attenta, spesso vicina allo stesso PD, si pone l’accento su altre priorità irrinunciabili : corruzione, evasione fiscale, Pubblica Amministrazione, criminalità organizzata, privilegi di casta, lavoro. Questi sono i temi che bruciano la pelle di chi ogni giorno si scontra con le difficoltà del quotidiano. Questa è l’agenda che potrà consacrare la credibilità di una maggioranza governativa, non i bizantinismi da salotto cari ai Mandarini del potere! Tutto questo, prendendo a prestito le parole di Roberto Saviano, un gufo, animale osservatore e solitario,l’avrebbe intuito subito.

  2. La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.
    La speranza che qualcosa possa cambiare nel desolato panorama politico italiano è veramente tanta e, sicuramente, l’ avvento di una figura come Matteo Renzi potrebbe significare qualcosa di nuovo.
    Il punto è, tuttavia , se questo nuovo potenziale può essere utile al Paese.
    Detto questo, sento la necessità di esprimere alcune considerazioni dissonanti rispetto al trasporto ed alla fiducia nel Premier che traspaiono dall’ articolo del caro amico Nicola.

    Innanzitutto vi è da interpretare il significato di quel 40,8 % di preferenze che ha concorso a consacrare l’ex Sindaco di Firenze a Capo del Governo. E’ da ritenere che ancor più di uno spostamento a sinistra dell’elettorato italiano, tradizionalmente cauto e sospettoso del nuovo, abbiano avuto un ruolo non marginale la deriva autoritaria e delirante in senso anti – europeistico del M5S che ha fatto temere per la tenuta dell’euro, la cui caduta è considerata da non pochi analisti una vera catastrofe finanziaria, segnatamente per l’Italia. L’implodere della destra berlusconiana, sotto l’incalzare degli scandali e dei provvedimenti giudiziari dell’ex Premier, ha fatto il resto. Non ci troviamo, quindi, di fronte ad una conversione ideologica dell’elettorato sulla scorta di una folgorazione sollecitata da un convincente programma politico !

    L’operato del Premier deve necessariamente essere sottoposto al controllo ed al vaglio di forze sia interne al Parlamento, sia ad esso esterne ed espressione del mondo culturale e della società civile. Questo è fisiologico in un contesto democratico ove chi dissente costruttivamente non può essere considerato un “ gufo “. Il Presidente del Consiglio deve , in modo irrinunciabile, comprendere ed ascoltare la voce di chi lo vorrebbe garante del “ nuovo “ attraverso un cambiamento il cui parametro di riferimento non può essere la mediocrità del passato berlusconiano. In effetti le critiche all’operato di Renzi hanno significato diverso ed esprimono sensibilità differenti a seconda della fonte , e differente è il fine che le muovono. Per questo motivo non possono essere ridotte ad un singolo schema.

    Le realtà politiche e culturali, che più consapevolmente hanno lottato contro la degenerazione berlusconiana,non hanno potuto guardare se non con una certa apprensione a quel “ patto del Nazareno “ che ha, nei fatti, riabilitato e dato nuova forza alla figura divenuta ormai traballante dell’ex Cavaliere. E’ un vulnus, nell’ambito di una Sinistra presentatasi come forza di Governo, che nasce dall’ovvia considerazione che colui che offre la propria collaborazione istituzionale ( peraltro al momento sottoposto a provvedimenti restrittivi per reati fiscali passati in giudicato), non lo fa spinto da senso dello Stato, sentimento che non gli è proprio, ma bensì motivato da concessioni a lui funzionali di cui, al momento, poco sappiamo. Trattasi di manovra ambigua e, diciamolo pure, insopportabile agli occhi di quella Sinistra che sperava realmente di voltare pagina. Legittimo è il sospetto, dunque, di chi legge questo accordo come espressione di una certa continuità con il passato, forse necessaria a chi non si sente sufficientemente forte politicamente e quindi desideroso di una irrinunciabile ampia legittimazione. Si è trattato, dicevamo, di manovra ambigua, il cui costo politico ed i cui parametri di scambio ci sfuggono e, tutto questo, non può aver lasciato indifferente chi, nell’ambito della Sinistra più consapevole, e non solo, per anni ha lottato contro lo strapotere del Caimano e contro la sua devastante deriva populista. Questa vicenda ha turbato molti, ma, francamente, non ha alimentato, nel concreto, il nascere di un diffuso sentimento di sospetto tale da far considerare Matteo Renzi l’epigono di Berlusconi e, quindi, avversario politico da annientare da parte di una Sinistra estrema , magari anche interna al PD, rancorosa ed ideologizzata.

    L’impegno dell’Esecutivo si sta estrinsecando elettivamente nell’ambito della riforma della macchina istituzionale. Trattasi di manovra interessante, seppur non scevra da pericoli per le garanzie costituzionali: non dimentichiamo, ad esempio, che con la riforma del Senato i senatori saranno nominati dai Consigli Regionali,e, di conseguenza, di nomina partitica, esautorando gli elettori da ogni potere decisionale. Tutto questo non esclude per definizione che se saggiamente condotta,la manovra non possa liberare nuove energie per il Paese. Ma pensare che la riforma del Senato o la nuova Legge Elettorale, una volta attuate, possano da sole spianare la strada al rinnovamento è pura illusione. E’ vero , sappiamo come la burocrazia parlamentare abbia potuto rallentare l’azione di governo, e questo va corretto nelle sue manifestazioni estreme, ma è pur vero che, storicamente, lo stesso meccanismo ha concorso a ridurre l’approvazione di provvedimenti legislativi “ Ad personam”. Peraltro, dobbiamo considerare che ciò che concorre a rallentare l’azione parlamentare non va ricercato esclusivamente in fattori legati alla burocrazia interna, quanto in una deriva utilitaristica dell’azione politica ed in una carenza di spirito di servizio, fattori culturali, questi, che una mera riforma istituzionale non potranno correggere.

    In un momento come quello che vive il nostro Paese, in cui il futuro sembra aver perso la luce della speranza, ben altre sono le preoccupazioni che attanagliano il mondo reale. Rispetto a queste inquietudini il Presidente del Consiglio balbetta. Da più parti, sia nell’ambito del mondo politico più accorto, sia nell’ambito della Stampa più attenta, spesso vicina allo stesso PD, si pone l’accento su altre priorità irrinunciabili : corruzione, evasione fiscale, Pubblica Amministrazione, criminalità organizzata, privilegi di casta, lavoro. Questi sono i temi che bruciano la pelle di chi ogni giorno si scontra con le difficoltà del quotidiano. Questa è l’agenda che potrà consacrare la credibilità di una maggioranza governativa, non i bizantinismi da salotto cari ai Mandarini del potere!
    Tutto questo, prendendo a prestito le parole di Roberto Saviano, un gufo, animale osservatore e solitario,l’avrebbe intuito subito.

    • La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.
      Non posso che essere d’accordo con Luciano Licciardi, sul punto del valore di questo 40,8% a favore del PD di Renzi. Sarebbe anzi bene che i democratici non si illudessero di ripetere un simile exploit. Quel dato è l’evidente frutto di un sistema politico che a parte la speranza Renzi offre ben poco se non una destra già defunta espressione del Cavaliere e una rabbia vana e narcisistica espressa dai grillini e dai loro capi Grillo e Casaleggio. Nel momento in cui si riuscirà a maturare un quadro poliico più razionale e propositivo quel 40,8% non potrà che calare. Certamente, i 100 giorni di Renzi per la scossa al paese sono diventati 1000 e la riforma al mese ha subito un preoccupante rallentamento, ma credo che il Fiorentino di ferro abbia ragione a voler modificare prima di tutto il sistema parlamentare e la legge elettorale. Solo un parlamento funzionante e non bloccato, puo’ consentire l’avvio di quelle riforme necessarie a riavviare un paese paralizzato da anni di nulla e da una recessione di cui l’esclusiva responsabilità è di chi era protagonista della seconda repubblica.Il rallentamento di Renzi e i suoi, al di là delle ipocrisie, è frutto di un parlamento che gli è in buona parte ostile, essendo figlia di quegli sciagurati protagonisti di una stagione politica ormai al tramonto. Credo che Renzi sappia bene che i suoi nemici sono nei salotti romani e magari milanesi, nelle baronie e nelle caste che fin qui hanno vissuto di privilegi e di rendite, sa bene che bisogna premiare il merito ed anche in questo senso le sue riforme, specie in materia economiche e del lavoro, potrebbero essere all’attuale quadro politico non gradite. Infine, sul Nazareno, vorrei solo dire che quella sinistra ideologica, ormai presente residualmente solo in qualche salotto « buono » o nei circoli canottieri, ma non certo tra i giovani, i disoccupati, nelle fabbriche, ecc., non ha capito che l’accordo con Berlusconi era un fatto inevitabile e peraltro una mossa politicamente per il PD utilissima. Forse un giorno gli storici diranno che con quell’accordo, Berlusconi (ormai stremato anche dall’età) si è definitivamente impiccato al PD. Infatti, non puo’ non accettare le riforme che il PD propone, essendo fuori da un governo lasciato improvvidamente ad Alfano e i suoi ed incapace di proporre un’opposizione credibile. Oggi dopo questi episodi Forza Italia è un partito in via di estinzione. Con questa mossa si è chiuso il capito berlusconismo con il suo « anti », ovvero quella cosa con cui la sinistra (ideologica) ha consentito 20 anni di popolarità al re del « bunga bunga ».

  3. La battaglia d’Italia: tra recessione e paludi.
    Grazie, Nicola, leggo con piacere i tuoi articoli . Imparo moltissimo sulla situazione particolare d’Italia – paese che amo sinceramente – ma non mi sento in grado di discutere più ampiamente la retroscena politica e i personalità al potere. Spero che continuerai a mandarmeli. Buona estate ! Doris

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