In libreria: ‘Nina, Vico Storto Concordia, 10’. Adelia Battista dalla Ortese ad Eduardo.

Sono molti i fattori che ispirano la creazione di un romanzo, un libro. Spesso un ricordo, un trauma vissuto, un sogno o semplicemente la casualità di un evento.

Proprio quest’ultima, la scoperta fortuita di alcuni fascicoli abbandonati negli archivi del Reale Albergo dei Poveri di Napoli, a seguito dei lavori successivi al terremoto del 23 novembre del 1980, è la premessa da cui nasce «Nina, Vico Storto Concordia, 10» (ed. Libreria Dante e Descartes, 2021), il nuovo romanzo della scrittrice e ricercatrice irpina Adelia Battista.

L’autrice è una profonda conoscitrice e biografa della scrittrice Anna Maria Ortese, co-fondatrice dell’agenzia di stampa DWpress, nonché coraggiosa curatrice della collana “Minima” per le Edizioni Spintegrazioni, che propone racconti inediti, italiani e stranieri, a volte davvero magnifici.

Ma veniamo a Nina, che appena uscito è già in ristampa, diventando un caso letterario.

Come accennato, la casualità ha voluto che Adelia Battista, si trovasse nel “Grande Archivio” di Napoli al momento di questo ritrovamento di vecchi fascicoli dove vi erano numerose pagine che raccontavano di orfani. Incuriosita con alcune sue amiche archiviste ha finito per imbattersi nella storia di quella che sarà la sua eroina, Nina.

I freddi e burocratici dati relativi al ricovero dell’orfanella sono stati rielaborati con abilità dalla Battista che ha saputo, partendo dalla realtà del personaggio, romanzare le sue vicende costruendo intorno a lei anche figure di pura finzione che tuttavia non sono distoniche dall’impianto realista che il romanzo preserva con cura.

In breve, la vicenda è quella di un’orfanella che viene affidata con la sorella maggiore alla nonna materna, nel cuore della vecchia Napoli (vico Storto Concordia) degli anni ’50. La fanciulla, figlia di una madre sventurata e di un padre violento e alcolista, più che parlare, canta, con una voce forte e sublime: “Io sono nata per cantare!” e poi: “Senza la musica il mondo non gira”, sosterrà con convinzione la nostra protagonista, presagendo, in qualche modo, quello che sarà il suo destino.

Il romanzo si inserisce nel solco di una letteratura sociale che ha in Napoli la sua capitale morale, in un contesto letterario che da sempre in Italia si è caratterizzato specialmente per il racconto “borghese” se non addirittura “aristocratico”. Il romanzo sociale, tranne qualche lodevole eccezione, pur considerando le opere veriste, specialmente meridionali, ha avuto tra i suoi principali interpreti, autori come Capuano, Rea, Striano, la Ferrante per citare solo alcuni esempi e senza dimenticare chi napoletano non fu come Silone, Deledda, Verga, Vittorini di Conversazioni in Sicilia ed altri, trova il suo naturale teatro nel contesto partenopeo, dove realtà sociale e sua rappresentazione diventano un tutt’uno.

Nina è anche un romanzo profondamente cristiano, cattolico, e la cosa ha un senso se si guarda, oltre alle convinzioni dell’autrice anche alla Napoli del dopoguerra, dove spesso la provvidenza, la grazia, la preghiera, il prete e il frate erano il conforto di un popolo che ogni giorno respirava la fame e la miseria sempre materiale e spesso morale. Del resto tutti i personaggi sono immersi nella cultura e nella credenza religiosa. Belle pagine sono dedicate a frate Clemente, alla sparizione di un crocifisso, al confronto tra il frate e il suo superiore e poi i sogni che turbano Nina, come ricorda nonna Rosa sono voluti da Dio.

Sulle intenzioni inequivocabili dell’autrice fa testo la citazione da Gilbert Cesbron che apre ed introduce nelle vicende di sole e nuvole di Nina: “Voi dimenticate un particolare…Voi dimenticate Dio… E lui si beffa altamente della logica del mondo… Voi avete ragione, ossia nove volte su dieci. Ma la decima possibilità mio caro si chiama Grazia…”.

Ma Nina evoca tante cose e sicuramente può essere inserito anche nel solco della letteratura popolare, quella che fu di Francesco Mastriani o finanche di Liala. Ora che la cultura si è finalmente liberata di certi odiosi ideologismi che furono della vecchia ed egemonica sinistra, si può dire senza retropensiero che quella letteratura, come quella di tanti feuilleton francesi o quella di Dickens in Inghilterra e nel mondo, ebbe il merito di avvicinare alla lettura tanta gente che era emarginata dalle produzioni librarie. E questo già di per sé è un gran merito, specie in un paese, come l’Italia, dove il 42% della popolazione non legge neanche un libro all’anno. Forse anche questo spiega il successo della Battista che in meno di un anno è già alla seconda ristampa.

Quindi romanzo sociale, popolare e di fede. Ricco di una scrittura, dove la Battista, liberatasi da certi intellettualismi e da una scrittura troppo meditata e costumata, che avevano caratterizzato il suo precedente libro, ancora una volta dedicato alla sua Ortese:  “La ragazza che voleva scrivere” edito dalla Lozzi Publishing, abbraccia finalmente, sul piano della sobrietà stilistica, un maestro del realismo e della commedia sociale, come Eduardo De Filippo, affidandosi al cuore e ai sentimenti, come è giusto che sia, trasmettendo emozioni semplici, senza perdersi in labirintiche elucubrazioni, che avrebbero tolto fiato alle drammatiche linee delle vicende che racconta.

In tal senso il libro ha due meriti. Il primo è di riproporre il mondo napoletano, nelle sue contraddizioni sociali ed inevitabilmente morali che sono costantemente presenti nel capoluogo campano, senza tuttavia ostentare o cadere al facile macchiettismo che tanto irrita parte degli studiosi del luogo, su tutti citiamo Gigi Di Fiore e la sua recente: “Napoletanità”; l’altro merito, anche maggiore, è come detto quello di offrire una scrittura semplice che non eccede in lirismo, che nella sua sobrietà e correttezza ben si offre a tutti i lettori e non solo a quelli campani e su questo forse l’editore dovrebbe meditare.

Adelia Battista

Niente compiacimenti intellettuali, una scrittura scevra da ideologismi, in un mondo dove esistono ancora autori che si sentono in “dovere” di affermare una loro fede socialista o comunista, qui se c’è fede è almeno per una religione il che denota anche l’onestà intellettuale di Adelia Battista.

Romanzo sociale e crediamo socializzante nel senso che la vicenda di Nina narra aspetti di vita e sogni in cui tanti degli ultimi o penultimi possono riflettere e riflettersi. Le vicende della protagonista, che si appresta a diventare una cantante, crediamo di successo, hanno già un suo sequel che si prospetta all’orizzonte con il titolo: “Napoli è una canzone – Nina canta a New York”,

In un mondo come il nostro, che si perde in mille supereroi di cartone, possiamo sperare in un’eroina vera che, dall’orfanotrofio, dove è finita, persa la madre per una polmonite e con un padre violento e alcolizzato sbattuto in prigione, attraverso l’amore della nonna ritrova la via della vita e il filo dei sogni da realizzare magari con la voce e il canto in cui è un talento naturale.

«Nina, Vico Storto Concordia, 10» di Adelia Battista, ed. Libreria Dante e Descartes – Napoli 2021 €.12,00.

Nicola Guarino

LINK INTERNI ALTRITANIANI:

Anna Maria Ortese, la ragazza che voleva scrivere. Un libro di Adelia Battista e la recensione di Nicola Guarino
https://altritaliani.net/adelia-battista-anna-maria-ortese-la-ragazza-che-voleva-scrivere/

Procida nel cuore. Lettere tra Juliette Bertrand e Marino Moretti. Un articolo di Adelia Battista.
https://altritaliani.net/procida-nel-cuore-lettere-tra-juliette-bertrand-e-marino-moretti/

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