Il vocabolario italiano e il coronavirus– Parte 1

Per divertimento, ma anche per esorcizzare il timore del virus, Claudio Antonelli, studioso appassionato di lingua italiana espatriato in Canada, ha voluto forzare il suo isolamento-confinamento, sconfinando nel labirinto lessicale alla ricerca di parole comunemente utilizzate nel corso dello sviluppo della pandemia e delle “mutazioni” da virus subite dal nostro vocabolario. Pubblichiamo una selezione della sua ricerca in due puntate.

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PREMESSA

La pandemia ha investito non solo il nostro mondo ma i nostri discorsi, facendovi irrompere parole nuove, espressioni particolari, e ponendo, a guisa di corona da covid-19, una connotazione “virale” su molti termini. Lo stesso aggettivo “virale”, del resto, ha subito un degrado semantico venendo associato ormai, più  che alla magica Rete, alle reti dei letti d’ospedale.

vocabolario italiano e coronavirus

Vi è stato ad esempio il contributo linguistico “lockdown”, termine che  non poteva che provenire da un paese, gli USA, che registrano il più  alto numero di detenuti al mondo in rapporto al numero di abitanti. In Italia, il termine “confinamento” ha evocato la messa al confino dei dissidenti del tempo del fascismo, ma anche la messa al confino, in epoca post-fascista, di tanti mafiosi che hanno causato lo “spread” della mafia in regioni fino allora non “contagiate”.

“L’autarchia”, nobilitata elegantemente come “indipendenza produttiva” da Emmanuel Macron, ha fatto la sua riapparizione, fortemente sostenuta da Trump che è un sostenitore implacabile di una politica anticinese; e lo è oggi più che mai, dopo la “polmonite di Wuhan” come lui avrebbe preferito chiamare il coronavirus/covid-19.

Il coronavirus ha popolarizzato parole assai poco usate prima ad esempio virologo, infettivologo, epidemiologo, sanificare etc. Ha alterato subdolamente il significato di altre (spread, distanze sociali, gregge…). Ha dato un senso ristretto a certi termini fino allora “asintomatici” (curva, positivo, focolaio, guanti, mascherine…). Oggi una curva pericolosa è per tutti una curva ascendente; e il “focolare” non è quello domestico ma è quello d’infezione.

Quel che è peggio, la pandemia ha eliminato il rifugio dei sogni di evasione: il magico “Altrove” infettato anch’esso dal virus.

Ho cercato nel mio lessico di chiarire il significato di “congiunti”, “fidanzati”, “Europa/Ue”, “domiciliari” e altri termini ormai costretti ad abbandonare la loro innocenza “pre-virus”.

Prima non c’erano parole che battessero in popolarità “condivisione”. Tutti ci tenevano a condividere. Oggi, la condivisione è tabù. I muri e la porta di casa sono tornati ad essere il focolare domestico da difendere ad ogni costo contro l’“Altro”, il “Diverso”: potenziale focolaio d’infezione.

Il coronavirus, prodotto mondialista per eccellenza, ha arrecato una battuta d’arresto alla mondializzazione, causa quest’ultima di una pandemia che non conosce frontiere. È stato un duro colpo per il sogno di unione planetaria fino a ieri caldamente accarezzato dai cittadini del mondo, i quali si sono trovati molto a disagio nei loro nuovi panni di “cittadini del morbo”. E molti di loro hanno ingrossato i ranghi dei populisti, nazionalisti, sovranisti, e soprattutto i ranghi dei “localisti” ossia di coloro che si sentono legati prima di tutto alla comunità locale.

Hanno incontrato gran favore nei proclami e nei discorsi i termini guerrieri, con intere categorie di lavoratori acclamati come “eroi”, ad esempio l’intero personale sanitario, perché combattenti di prima linea, o responsabili del delicato  “triage” (termine napoleonico da campagna di guerra e da ospedali da campo) ossia della scelta dei pazienti da curare… o da non curare.

Vi auguro una buona lettura!

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 PRIMA PARTE

Abbassare la guardia.
“Tenere alta la guardia!”, “Mai abbassare la guardia!” Di fronte a un coronavirus che richiede soprattutto l’efficienza della guardia medica, simili espressioni hanno perso incisività e senso d’emergenza anche per il troppo uso che se n’è fatto. Al loro posto più d’uno comincia ad usare espressioni come “Non allentiamo la presa!”, “Non bisogna mollare la presa!” o ancora  “Non bisogna mollare!” Tutte espressioni valide, ma una cosa è sicura: mai pronunciare “Boia chi molla!”, slogan condannato dalla storia.

L’altro, il diverso.
I “Diversi”, che fino a ieri erano acclamati in nome del mondialismo, del globalismo, dell’internazionalismo, del “siamo tutti figli di Dio”, oggi vanno respinti o segregati, messi in confinamento, ai domiciliari, in quarantena. Noi non siamo più disposti ad accogliere l’Altro, perché l’Altro rischia di essere un Diverso ossia un contaminato. Oggi disperati e  diversi siamo anche noi. E nessuno è disposto ad accoglierci.
È stato il coronavirus ad operare questo ribaltamento. Oggi tutti noi siamo inclusi nella “diversità”. Non ci resta che obbedire al perentorio “Tutti a casa!” il quale esige che ognuno rimanga, fino a  nuovo ordine, in casa propria tenendo la porta ben chiusa. I Diversi non li vuole proprio più nessuno.

L’altrove.
Il coronavirus ha infettato il magico “Altrove”.
La storia dell’umanità è una via crucis: carestie, guerre, dittature, epidemie… Ma il coronavirus  è solo in apparenza uguale ad altre calamità. A questo virus spetta di diritto la corona. Infatti, l’attuale morbo ha un effetto secondario che nessun’altra calamità ha mai comportato: l’annullamento, l’abolizione, la scomparsa dell’“Altrove”.
L’altrove geografico nei momenti più duri ha sempre arrecato conforto all’essere umano. Il prigioniero pensa alla sua dimora, all’esiliato arreca conforto l’immaginarsi nelle strade dell’amato luogo lasciato. L’isola d’Ischia esercita su di me un forte richiamo, e ancora di più Amalfi, dove da ragazzo trascorsi una lunga magica vacanza che mai dimenticherò. Immaginarmi in quei luoghi mi arrecherebbe conforto, oggi che mi trovo in isolamento nel mio domicilio a Montréal, a due passi dall’“Ospedale Ebraico” e non distante dal cimitero di “Côte-des-neiges”. Che sento sempre più vicino…
Il ritrovarci con il pensiero in una delle meravigliose località in cui abbiamo vissuto, o trascorso del tempo anche se solo da turisti, ci darebbe oggi il conforto dell’“Altrove”, eterno rifugio delle anime in pena. Ma il coronavirus ha messo fine a queste fantasie geografiche perché il morbo imperversa ovunque. Non vi è confine ch’esso non abbia superato, non vi sono angoli di terra in cui non sia presente. Il morbo è mondiale.

C’era da aspettarselo. Il globalismo che tanto attraeva i nostri “cittadini del mondo”, amanti dello spaghetto al dente ma ardenti sostenitori del superamento di frontiere, muri, portoni, cancelli, ha prodotto il suo frutto perfetto: un virus planetario che ha fatto degli aspiranti “cittadini del mondo” dei “cittadini del morbo”; ormai privati persino delle fantasie care agli esiliati, ai prigionieri, ai segregati, ai confinati … Ma cosa volete, il coronavirus ha infettato, oltre al luogo in cui viviamo, anche il magico “Altrove”.

Autarchia.
La Cina non ci inonda più di prodotti, e l’idea di una certa autarchia torna di moda. Dopo aver esaltato per decenni il commercio internazionale ed aver approfittato della convenienza di importare gli articoli più svariati sulla base della sola considerazione del loro basso prezzo, tanto che moltissimi produttori italiani di articoli si sono riciclati in importatori dalla Cina, i governi si accorgono che in periodi di crisi certi semplici, ma importanti articoli, dall’estero non arrivano più perché servono ad altri. Mascherine e guanti chirurgici ad esempio. Occorre quindi essere previdenti nel caso di un’altra emergenza non delegando ad altri la produzioni di certi prodotti da considerare essenziali per la Nazione.

Fino ad oggi i vari governi si preoccupavano soprattutto degli armamenti. Di questi, per prudenza, cercavano di mantenere sempre un’ampia disponibilità per non doverli poi ordinare in extremis, forse a guerra già scoppiata. Oggi ci si accorge che nel caso di una pandemia tutti i governi competono tra loro cercando di accaparrarsi il necessario per poter far fronte al morbo. Diventano tutti nemici. Occorrerebbe quindi un ritorno ad una certa autarchia. Emmanuel Macron l’ha chiamata elegantemente “indipendenza produttiva”, espressione che dà una certa rispettabilità alla famigerata “autarchia” del tempo della battaglia del grano, del bagnasciuga e delle fedi per la patria.

mascherine trend e fashionGucci, Pucci, Versace, Prada sfornano capi di abbigliamento di gran stile, tra cui biancheria intima di gran classe, ma spesso validi solo per una sfilata in passerella. Si sono messi ora a produrre anche mascherine e camici mettendo al bando mutandine e fronzoli, per mirare unicamente ad efficacia e durabilità. E il fatto di mettere ben in vista il loro prestigioso marchio di fabbrica su mascherine e camici ha spinto l’intero popolo italiano – gran adoratore dei feticci della moda – a farne uno sfoggio quotidiano.

 Autodisciplina.
“Gli italiani hanno dimostrato autodisciplina” è il confortante giudizio sul comportamento dei cittadini della Penisola nei confronti delle restrizioni imposte dalle “autorità competenti” in relazione all’emergenza coronavirus. Il generoso giudizio di Walter Veltroni: “Un dramma che avrebbe potuto essere accompagnato da mille forme di disobbedienza. Invece gli italiani, quelli raccontati come furbi e cinici, sempre pronti ad aggirare regole e leggi, si sono dimostrati,  fin qui, più saggi di molti altri.”

Forse che gli italiani hanno improvvisamente cambiato carattere divenendo ossequiosi di leggi e regole? No, è stata la paura il fattore decisivo. La paura di subire il contagio. Ma soprattutto la paura delle sanzioni, perché questa volta i controllori hanno controllato e anche infierito. Spesso con severità, contenti di riuscire ad imporsi senza le solite reazioni, contestazioni e critiche, come invece avveniva nel passato.
Gli appartenenti all’una o all’altra delle numerose categorie di preposti all’ordine, che erano soliti chiacchierare fra loro durante le ore di servizio con il pubblico mantenendo le terga girate verso la gente, hanno infine voluto, anzi dovuto, fare il proprio dovere intervenendo e punendo i trasgressori; talvolta, se fortunati, anche in diretta Tv.

Condividere.
Grazie al celebrato “mondialismo”, nemico di frontiere, barriere, muri, recinti, porte che rischiano di opporsi all’auspicato libero flusso di merci e di esseri umani, fino a ieri tutti erano favorevoli alla condivisione. Oggi, con il coronavirus – trionfante  prodotto mondialista – i sentimenti sono cambiati. “Statevene a casa!” è l’imperiosa consegna.
Le navi da crociera, fino a ieri quintessenza di multiculturalismo e di mondialismo spinto fino all’ammucchiata, oggi con il diritto di approdo invece negato e con il ritorno non più garantito sono ormai considerate delle gigantesche trappole galleggianti da cui occorre tenersi molto lontani. E infatti non navigano più.

Bisogna stare molto attenti alla contaminazione ed evitare quindi di toccare ciò che l’altro ha toccato. In sintesi: la condivisione, fino a ieri celebrata, è oggi tabù. E se nonostante tutto vorrete ancora condividere, occorrerà prima disinfettare accuratamente, igienizzare, sanificare l’oggetto della prevista condivisione.

Curva.
La curva del coronavirus è una curva che non svolta né a destra né a sinistra, ma che invece s’innalza, o che invece segue un andamento più o meno piatto, oppure che infine discende.
La curva può risalire può rallentare può calare, può far segnare un picco ma può anche discendere a picco. Il celebrato plateau della curva mostrerebbe che la sua ascesa è terminata, si spera definitivamente. E dopo l’appiattimento c’è da aspettarsi una salutare discesa. Più veloce è la discesa e meglio è per noi, bersaglio del virus.
Solo la curva che s’innalza è una curva pericolosa che rischia di mandarci fuori strada.

Claudio Antonelli

Seconda puntata. Ecco il link: https://altritaliani.net/il-vocabolario-italiano-e-il-coronavirus-parte-2/

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