Il sopravvissuto all’orrore di Auschwitz che commuove gli studenti

Non basta parlare di Shoah e razzismo una volta all’anno. In questo paese dove si spara a qualcuno solo perché ha un colore diverso dal nostro, l’attenzione contro queste recrudescenze di violenza, fascista e nazista, si impone. Ecco cosi una bella iniziativa per ricordare le persecuzioni contro gli ebrei, svoltasi di recente al liceo Colletta di Avellino, in Campania. I giovani emozionati, sfatano il luogo comune sulla loro superficialità.

Auschwitz

L’infanzia finita troppo presto e l’adolescenza iniziata in un campo di sterminio. Sami Modiano ha gli occhi profondi, come le cicatrici della sua anima. Sopravvissuto all’orrore di Birkenau-Auschwitz, le sue parole sono arrivate al cuore degli studenti del Liceo “Colletta” di Avellino. Per lui, che dialoga come un nonno premuroso, la speranza è proprio nelle lacrime di quei ragazzi, che, seduti sul parquet della palestra del plesso scolastico, hanno ascoltato le atrocità, e non tutte, perché molte sono ancora imprigionate dentro di lui, che le ha vissute sulla propria pelle. Non è stata una proiezione di un film sull’olocausto che colpisce, di solito, la sensibilità di chi guarda, ma sa bene che si tratta di un prodotto cinematografico.

La narrazione minuziosa e dettagliatissima di Sami, così lo chiamano amichevolmente tutti, specialmente coloro che gli vogliono bene, è stata una scossa fortissima nelle coscienze di chi era lì ad ascoltarlo. Sami Modiano inizia da lontano, da quando viveva a Rodi con papà Giacobbe, mamma Diana e la sorella Lucia, dalle leggi razziali del ’38 fino alla decisione dei tedeschi, quasi a guerra finita, di deportare i duemila della comunità ebraica dell’isola delle Rose. Il ricordo agghiacciante e allo stesso tempo toccante di chi, a tredici anni, è stato costretto ad indossare quel maledetto pigiama a righe.

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“Sono tra i pochissimi sopravvissuti al campo di sterminio di Birkenau Auschwitz. Ho un ricordo bellissimo della mia infanzia, ma nel 1938, a otto anni, in terza elementare, il mio insegnante mi comunicò l’espulsione dalla scuola. Singhiozzando chiesi il perché, ma fu poi mio padre a spiegarmelo: non accettavo, non capivo. Non l’ho mai capito perché non mi considero diverso. Da allora la mia vita è cambiata. Ad undici anni rimasi orfano di madre e mia sorella, tre anni più grande di me, mi fece anche da mamma. Spesso, durante la guerra, quando il cibo scarseggiava, approfittava di qualche mio momento di distrazione per mettermi nel piatto quel poco che lei aveva nel suo.

Il diciotto luglio del 1944 i tedeschi prendono la decisone di deportarci. Una deportazione che avvenne, a guerra quasi finita, il mattino del 23 luglio.

Tutto iniziò al porto di Rodi, dove fummo ammassati nelle stive tra escrementi e urina di animali, solo cinque secchi d’acqua e un bidone vuoto. Poi, il viaggio nei vagoni di legno fino a quelle baracche e a quel filo spinato. Fino alle camere a gas.”

Gabriele De Masi insieme a Sami Modiano

Poi la separazione, gli uomini da una parte, le donne d’altra. A destra chi era destinato ai lavori forzati, a sinistra chi doveva finire nelle camere a gas o nei forni crematori. Le botte prese dal padre, morto insieme alla sorella nel campo di sterminio, e quel terribile numero B7456 che Sami mostra sul braccio sinistro, una cifra che rappresenta le tante vittime dell’olocausto.

“Da quel momento fummo numeri da smaltire, non più persone, divisi, in lager, da filo spinato ad alta tensione. Dodici ore di lavoro, al termine delle quali ci spettava un chilo di pane da dividere in otto ed un litro di acqua sporca che loro chiamavano minestra. Chi tentava di riposarsi durante il lavoro veniva ammazzato, chi si nascondeva per non lavorare veniva impiccato. Ma ricordo le parole di mio padre prima di morire nella camera a gas: Tieni duro Sami, tu ce la devi fare.

Poi quel gesto d’amore nei confronti di Lucia, la sorella, mai più abbracciata. “Cercavo in tutti i modi di vederla quando eravamo separati nei lager. Una volta, da lontano, le lanciai i miei 125 grammi di pane, per ricambiare quello che lei aveva fatto per me quando ero più piccolo, ma lei mi rilanciò il fazzoletto con dentro anche la sua fetta. Anche allora mi fece da mamma”.

Una tragedia che Sami rivive attraverso quelle immagini ancora nitide nella mente. “Nel gennaio del ’45, pesavo 25 chili e deliravo, quando mi trovò quella soldatessa russa tra i cadaveri. Quando mi resi conto di essermi salvato, mi chiesi perché, solo io. Il Padreterno mi aveva scelto. Quando verrà il mio momento me ne andrò in pace perché la risposta l’ho trovata: la speranza siete voi ragazzi. Ma attenzione: esiste ancora qualcosa di quel germe. Primo Levi ha scritto: Attenti, tutto questo può risuccedere. Molti negano, ma è ancora tutto là, in quella fabbrica della morte. Vi ritorno spesso e ne parlo con i giovani perché sappiate e non possiate più dimenticare.

In occasione dell’incontro, Sami, commosso, ha accolto i versi a lui dedicati e che riportiamo, firmandoli con il suo numero di matricola e con le parole “Mai più!”

Cinque secchi d’acqua

(a Sami Modiano)

Finiva la mia infanzia,

in terza elementare, e così,

pure la contentezza di bimbo.

Prendemmo il cargo bestiame

con cinque secchi d’acqua

per cinquecento anime, da Rodi,

viaggio dal Mediterraneo, senza ritorno.

Stringemmo mani fraterne,

mai più riviste, fissi a memoria

occhi lontani, sprofondati di baratro,

per il terminal ferroviario

del campo di sterminio. La storia

passava tra i comignoli delle baracche

con i pennacchi di fumo nero

da carni sfatte, straziate.

Finiva, così, la mia infanzia!

Gabriele De Masi

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