Il fumo nell’eterna illusione.

Non fumeremo più. Del resto, io ho già smesso. Da sette anni. Dopo un incidente sugli sci, stordito dall’antidolorifico, avevo acceso una Marlboro. Perso i sensi. Al risveglio, ho detto: è stata l’ultima sigaretta della mia vita. (Come nel finale “Con gli occhi chiusi” di Federigo Tozzi: “Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più”).

Novello Zeno di Svevo, l’avevo già detto (invano) mille volte e più. Le prime fregate a mia madre (Muratti Ambassador), dopo la scuola, ascoltando la radiocronaca di partite improbabili (cose tipo Levski Lipsia-Milan, nel freddo, nella nebbia). Poi, un’abitudine. Un’ossessione. Il fumo con le donne, la complicità, gli accendini smarriti e poi trovati a frotte, tutti assieme. Le sigarette sono tutta la mia vita, dice la protagonista di “Todo sobre mi madre” di Almodovar. Proprio così. Oggi non ho ancora fumato, ho fumato troppo, una non mi fa niente, mi ammalerò e morirò (ogni dolorino interpretato subito come segno indubitabile della fine), la tosse, i buoni propositi, fumo solo dal pomeriggio in poi, solo la sera, solo quando bevo (e bevo solo quando fumo). Le prime limitazioni negli uffici, nei locali, che creano ancora più intima e quasi sessuale complicità (usciamo a fumare?).

Le sigarette sono il canto del muezzin, il richiamo alla preghiera, il rintocco delle campane della chiesa, i punti a capo del mondo, l’illusione eterna che la vita ricominci (il divenire nichilista, avrebbe forse detto Severino, o forse no), le tacche sul sentiero, la bella passante incontrata e perduta tra la folla, il viaggio che subito ricominciamo come dopo il naufragio un superstite lupo di mare, la pipa del Baciccia, marinaio ligure simbolo della Sampdoria amore di tutta la vita (mia litania infinita). La ragazza compagna di tutto (compagna di niente) che come me non ne comprava per paura di fumar troppo.

E come me scroccava a tutti, belli e brutti, anche a sconosciuti (“scusa, abbi pazienza, per caso…”). Per finire la serata a cercare un tabacchino aperto (tutti chiusi quei bastardi) per comprarle, restituirle e vedere se poi è tanto difficile morire. Lei è fumatore? Mi fermano negli aeroporti per propormi quell’orrido aggeggio di sigaretta elettronica. (Non-sigarette smerciate in non-luoghi). Mai! (Rispondo). Comunque ho smesso. (“Ma lo dicevo/mentre piangevo”). Ha smesso, bravo! (Bravo un cazzo). Adesso stai molto meglio, vero? “Ora senti di nuovo i gusti” (figuriamoci. Li sentivo benissimo anche prima), “senti gli odori” (può darsi, non è detto sia sempre un gran vantaggio), adesso la tua vita è cambiata? Mah. L’idea che la vita sia un lago di serenità guastato dai vizi (fumare, mangiare porcherie, abbandonarsi al consumismo, passare ore sulle reti sociali a provare a rimorchiare) è puritana, moralista, odiosa. La vita è quel che è. Felicità e disperazione, il rimorso della sera, la noia leopardiana, le nebbie e la pioggia, le morte stagioni e la presente e viva (e il suon di lei), il ricordo dell’infanzia e il bambino che siamo stati che, come per Bernanos, tra tanti che abbiamo conosciuto è il più morto di tutti. Ecco, pensate che il dramma dell’esistenza diventi un placido benessere da SPA perché voi mangiate bio, vegetariano o vegano o cosa ne so io, non fumate più, fate sport, applaudite Greta dicendo che la casa brucia, se proprio dovete scopare lo fate con l’antibatterico incorporato, e frequentate le librerie per sentirvi dalla parte giusta del mondo (che legge e si informa, ceto riflessivo, ecologista, progressista, chenesso-ista?).

No. La vita e il suo stupito (stupido) mistero restano gli stessi, inalterati nell’abisso, anche se fate vita salutista ascoltando estasiati i canti delle balene. Ho smesso perché a un certo punto le cose finiscono. E poi perché lo so anche io: alla lunga fumare tanto bene non fa. Tutto lì. Adesso ho visto che a Milano il sindaco Sala intende proibire il fumo alle fermate degli autobus. Perché no. Quando ancora fumavo, e mi capitava di attendere alla fermata per un bel po’, avevo un metodo infallibile: accendere una sigaretta. Immancabilmente l’autobus appariva subito, costringendomi a buttarla. Adesso, a Milano perché no (tutto sommato gli autobus continueranno ad arrivare). Ma ci pensate a una simile norma adottata a Roma?

Maurizio Puppo

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