Flâneur: L’arte di vagabondare per Parigi

Quest’oggi, cari lettori, vorremmo proporre una lettura alternativa agli amanti di viaggi e di Parigi e a tutti coloro che amano girovagare nella propria città alla ricerca della bellezza: Flâneur: L’arte di vagabondare per Parigi (2017) di Federico Castigliano.

Federico Castigliano Il libro, divertente e colto, presenta uno stile a metà strada fra una guida turistica, un diario di viaggio e un saggio filosofico che ammalia e conduce il lettore a sognare di perdersi nei mille volti della Ville Lumière. Almeno in parte pensiamo che può essere rappresentativo della condizione degli italiani in Francia e all’estero più in generale.

Castigliano, professore di lingua e cultura italiana presso l’Università di Studi Internazionali di Pechino, si è cimentato in un’ardua prova: proporre, attraverso un’insolita modalità, la Ville Lumière in una veste diversa e ben lontana dalla sua immagine stereotipata. Il libro, disponibile anche in francese inglese e cinese, si configura come una entusiasmante dichiarazione d’amore alla città e, più generalmente, alla vita che ritrae nella sua bellezza ossia nella sua disarmante semplicità.

Leggendo il testo non è possibile, infatti, non porsi la domanda: perché non l’ho fatto anch’io prima? Perché non ho ceduto almeno una volta al desiderio di cullarmi nelle vie della città senza fretta, nella quieta ma attenta osservazione e ascolto di ciò che mi circonda? L’arte del flâneur può apparire infatti, proprio per la particolare forza di volontà che richiede, un arduo compito che, però, Castigliano ci ritrae con una seducente naturalezza.

Il libro è il risultato di anni di studi e passeggiate per le strade di Parigi, città che l’autore dimostra di conoscere e di amare profondamente, e che ricorda con dovizia di dettagli suddividendo il testo in capitoli narrativi (quelli dispari) e in altri saggistici (quelli pari). Tale struttura è stata intelligentemente ideata dall’autore al fine di consentirci di leggere liberamente il testo, i cui capitoli sono legati e al contempo indipendenti fra loro.

Ma dove si aggira il nostro flâneur? Con quale proposito?

I luoghi di Parigi che attraverserete con lui appartengono sia alla rive droite che alla rive gauche: tra questi l’Opéra, rue Saint-Denis; la Senna, Palais-Royal, Montmartre; i Grands Boulevards e i ‘Grands magasins’; il Pont Neuf; la Défense fino all’Aeroporto Charles de Gaulle. «Parigi è la droga del solitario, un labirinto inesauribile in cui l’ansia del possibile si placa». Ecco come, fin dalle prime righe, Castigliano non nasconde che sia proprio Parigi la città prediletta del flâneur: un luogo magico con il quale l’autore si relaziona al pari di una vecchia fiamma, di un compagno di giochi o di un nonno saggio.

Passeggiare nella metropoli senza una meta precisa è per l’autore un vero e proprio rituale ascetico durante il quale vive diversamente la quotidianità: acuendo i sensi e rivolgendoli –udite udite– all’arte del dolce far niente, attività di cui lo scrittore spiega le dinamiche.

La flânerie ci conduce alla riscoperta di noi stessi, è un’esperienza per niente scontata e nobilitante che in passato era svolta unicamente da quegli intellettuali, dandy, poeti e artisti che percorrevano la città sia alla ricerca di un’ispirazione che nell’osservazione del cambiamento di un’epoca. ll primo testo letterario che tratta della flânerie risale al 1826 con Le Flâneur, galerie pittoresque, philosophique et morale de tout ce que Paris offre de curieux et de remarquable di Jean-Baptiste-Auguste Aldéguier. Alcuni fra i molti autori illustri che compongono la splendida bibliografia annessa al testo sono: Rousseau, Apollinaire, Aragon, Balzac, Baudelaire, Walter Benjamin, Edgar Allan Poe, Italo Calvino, Jacques Réda e Leon-Paul Fargue, di cui vengono fatte citazioni e ricordati aneddoti come quello relativo a Balzac che riteneva la flânerie la «gastronomia dell’occhio» e –aggiungiamo noi– a costo zero!

Parigi si rivela perciò, nei racconti di Castigliano, il centro del mondo e una pluralità di mondi al tempo stesso, in cui ogni luogo svela, a chi li percorre a piedi, la sua storia, la sua arte e i suoi occasionali abitanti che come comparse appaiono e scompaiono nel racconto attraverso semplici dialoghi: improvvise e già nostalgiche fotografie di vita comune.

Ciò che riteniamo sapiente in Castigliano è inoltre l’essersi concesso alcuni spazi di riflessione su questioni diverse come il gioco e lo shopping, la solitudine e i nostri bisogni vitali, denunciando anche alcune scottanti questioni societarie come la dualità fra il centro urbano e la periferia, i «superluoghi» oppure l’esistenza dei «non-luoghi» citati da Marc Augé e dal noto sociologo Bauman: centri privi di identità, specchi della crisi identitaria e del deperimento della qualità delle relazioni sociali della nostra epoca.

La città costituisce, nelle pagine sapientemente dipinte dal Flâneur, non il mezzo ma bensì il fine del girovagare, riacquistando dignità, autorevolezza e anche una certa sacralità. Non per questo, però, il soggetto errante si limita alla mera contemplazione, al contrario si immerge e si confonde nel panorama circostante, lasciandosi sorprendere, catturare e attraversare dall’estemporaneità degli eventi.

Castigliano ci insegna che, per essere un vero flâneur, è necessario spogliarsi dal pregiudizio e, in un certo senso, dal nostro “Io” «facendolo tacere». Tuttavia, ciò che l’autore lascia immaginare è che, per perdersi, dobbiamo essere in grado di superare il timore di sentirsi irrimediabilmente spaesati, in altre parole di vincere la ritrosia di lasciarsi alle spalle i familiari punti di riferimento.

Dal canto nostro vogliamo far notare che, al fine di trarre un vero giovamento dalla flânerie, è quindi necessario spegnere il telefono e dedicarsi senza interruzioni al fine che ci siamo posti: non avere un fine al di fuori del girovagare senza meta. Regola d’oro che si aggiunge a quella –altrettanto importante– di farlo da soli o al massimo in coppia. Ogni altra cosa può essere eseguita secondo il proprio ritmo, energie e necessità perché, come ci insegna Federico Castigliano, l’arte della flânerie è un «esercizio di libertà» di cui ci viene fornito, in conclusione all’opera, un memorandum qui sintetizzato: muoversi a caso nella città, ignorare le guide turistiche, fuggire la banalità del quotidiano, rifiutare le dinamiche consumistiche, abituarsi all’osservazione profonda delle cose, essere allenati a camminare per ore, non trascurare le strade ed i luoghi poco noti, sentirsi liberi di perdere se stessi.

Castigliano riesce così, in un armonico e divertente susseguirsi di immagini e riflessioni, a prenderci la mano conducendoci lontano dalle tenaglie della vita quotidiana, invogliandoci a scoprire un’altra dimensione della città: più autentica, per niente stressante e soprattutto più arricchente rispetto alla consueta attività turistica.

A conclusione di questa lettura non possiamo quindi non immaginarci il suo autore nell’atto di girovagare per le strade della caotica e affascinante Pechino, augurandoci che in un futuro –non troppo lontano– ci possa nuovamente deliziare con una simile esperienza sensoriale e onirica, conducendoci con lui in una nuova avventura.

Giulia Del Grande

flaneur l'art de vagabonder à Paris

L’autore: Federico Castigliano, Dottore di Ricerca in Letterature Comparate (Università di Torino), è Professore Associato in Italianistica. Dopo aver lavorato per diversi anni in Francia, attualmente insegna all’Università di Studi Internazionali di Pechino. I suoi scritti sovrappongono lo stile saggistico a quello narrativo e si incentrano sul rapporto tra individuo e spazi urbani, esplorando le possibilità della città di oggi.

Il sito di Federico Castiglione

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