Edoardo Sanguineti, 18 maggio 2010 – maggio 2020. Dove cercarti adesso?

Resta il fatto che qualcosa è accaduto, in tutti i sogni miei. Nel film Profumo di donna (da un libro di Arpino) il capitano cieco, Fausto (Vittorio Gassman) va a trovare una prostituta (Moira Orfei). In questa piazza di Genova che è santa Brigida, e porta a Via Balbi, alla facoltà di Lettere, davanti alla scalinata della biblioteca universitaria. Dove un giorno era caduta una studentessa, a rotoloni, mentre il professore Edoardo Sanguineti stava andando a bere un caffè. Sanguineti insegnava (fumava, beveva caffè e guardava studentesse cadere) proprio lì. Sulla studentessa rotolante scrisse una poesia. Pelle bianca e macchie di sangue gli avevano fatto impressione.

A me faceva impressione che uno come Sanguineti stesse a due passi da dove potevo andare, tanto per dire, anche io. Perché Sanguineti da me era lontanissimo, per forza. Aveva fatto il gruppo ‘63 con Arbasino, Balestrini, Eco; se ne parlava a scuola; aveva litigato con Pasolini. Litigare con Pasolini era un bel modo di volergli bene. Perché Pier Paolo (da vivo disperato e tragico, intelligente e incerto), da morto è stato trasformato in monumento. “Quanto ci manca”, “profetico, aveva capito tutto”, quelle frasi sceme tutte cocktail e seminario. Invece Sanguineti di Pier Paolo diceva (più o meno) che di politica non capiva un tubo. Che la sua nostalgia, il suo idealizzare un popolo non ancora corrotto dallo “sviluppo” erano segni di paternalismo reazionario. È chiaro che uno che litiga con Pasolini, come minimo, abita alle porte del cosmo, nell’iperuranio, non è un essere umano come me e come voi (hypocrites lecteurs, mes semblables, mes frères).

E tuttavia, quello stesso essere diabolico, poeta della palus putredinis, stava a due passi da me. Abitava in un quartiere popolare delle alture del ponente genovese (di uomini destri. Ansaldo San Giorgio Sestri. Dice il poeta). Questo luogo del cielo si chiama Begato. Bellissimo perché in campagna, alto sul mare. Disperato per il casermone di edilizia popolare costruito negli anni Ottanta. Ci abitava per civetteria, diceva qualcuno. O per coerenza (altra forma di civetteria) con la sua ideologia marxista. Da quel mio ponente genovese prendi il treno, qualche fermata (oppure l’autobus e scendi prima di Caricamento; Genova di sgomento), e sei lì: via Balbi, Sanguineti. Gli mando (è il 1986) alcune orride poesie. «Caro Puppo (risponde), tutti scriviamo versi che significano essenzialmente: “voglio scrivere poesie”. Poi, col tempo, può capitare di scrivere qualcosa che assomiglia a una vera poesia. Nel suo caso, i versi che iniziano con “molti uomini ubriachi…” mi sembrano indicare una possibile direzione». La lettera finisce così, e dopo la fine c’è il silenzio.

Un anno dopo, nella Torino di Arpino, dove è nato il capitano Fausto, su una bancarella trovo quel meraviglioso libro sanguinetiano con copertina rossa e bianca, Einaudi, “Guido Gozzano. Indagini e letture”, che gioia, che emozione! E quel libro lo porterò sempre con me. Adesso però è già il 1991. Devo fargli un’intervista. Fuma sigarette sottili (ci siamo passati tutti. Credi di fumar meno, invece tiri come un disperato). “Si scrive sempre contro qualcuno”, dice. “Il caro diario finisce quando si dice: io ce l’ho con quel tale”. Io, che mi credo furbo (e non sono cambiato), replico “oggi non è cosi facile individuare il nemico”. Risponde: “Non ci sono che nemici”. Mi parla del suo esordio con Luciano Berio, la prima a Torino, “dall’esito felicemente catastrofico”.

Due anni dopo, l’esame con lui. Che strizza. Il Novellino. Dante. Gérard Genette. Alla fine mi dice, “saprebbe indicarmi un’opera che si basa sul rovesciamento dello stereotipo narrativo del suo genere?”. Mi dico: alea jacta est: la sparo grossa, vada come vada. “I telefilm del Tenente Colombo. Il colpevole rivelato all’inizio”. Ride. “Trenta e lode. Lei è uno strutturalista nato. Che lavoro fa?”.

Poi fugge irreparabile il tempo e ora è già il 2007. Parigi, Collège de France, conferenza su Don Quijote. Noiosissima, poi prende la parola lui e ogni cosa d’incanto è illuminata. Vado a salutarlo. (La tristezza poi ci avvolge, anzi mi avvolge come miele, per il tempo scivolato su noi due). Lo vedo vecchio (anche se so che vecchio è una parola che nessuno vuole più dire) e stanco. Come se la vita fosse trascorsa invano. Attorno, l’odore di studentesse giovani, bellissime. (Per loro, come per noi, il tempo rinnova il suo inganno).

La vita, per Samuel Beckett, è un eterno smarrirsi sulla porta di casa; Sanguineti si smarrisce, fino a morire, un giorno di maggio 2010, dieci anni fa, all’ospedale di Villa Scassi, nel quartiere genovese di Sampierdarena. Dove sono nato io. E cosa è questa ebete vita che ci innamora se non nascere dove un giorno un altro morirà? Un altro che potevi essere tu, se il mistero dell’esistenza (perché sono io e non un altro, perché tu sei tu e non me) non fosse quell’abisso dove il tesoro giace inalterato. Un mistero che cerchiamo e tastiamo come il capitano cieco di Arpino cerca e tasta la bella prostituita, sotto il sole di Satana di quella piazza Santa Brigida inizio e fine del mondo, e da lì in via Balbi dove Sanguineti c’era e ora non c’è più. Dove invano ormai, passassero mille anni e più, potrei cercarlo. O per dirla con lui: place-scene, plage-plage; / dove cercarti, / adesso?

Maurizio Puppo

LINK INTERNO: In morte di Edoardo Sanguinetti: Ballata delle donne

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