Di fronte all’orrore della guerra restiamo umani.

Le vicende italiane, troppo spesso ci allontanano, in un mondo globalizzato, dal sacro orrore per la guerra. Dovremmo tutti, uscire dalla nostra quotidianità ed indignarci innanzi agli scempi che si consumano alle nostre porte.

Penso che l’odore del massacro ha il sapore crudele di un incubo.

Odore di sangue, di carne bruciata, esalazioni di merda, di disumano. Guardo con rassegnazione le foto che provengono da troppe parti del mondo e riconosco quell’odore annusato tra le parole e le immagini. C’è una foto, tra le tante, che faccio fatica a dimenticare, la foto di una bambina Palestinese il cui corpo giace tra le braccia di un uomo disperato. Lunghi capelli castani, le sue braccia distese, affondate nel vuoto, i vestitini sporchi di polvere e sangue. Angoscia continua, incensante, soffocante e senza senso.
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Mi chiedo, facendo molta attenzione all’onestà della risposta, al diritto che faccio mio di parlare del dolore degli altri, dell’incubo che vedo e che tuttavia non mi appartiene.
La mia casa è sicura, io e mia figlia non rischiamo di morire o di subire violenza in ogni minuto della nostra esistenza, i suoi giochi sono protetti e le nostre risate serene.
Ma cerco una risposta per non rischiare la disonestà dell’ appropriazione di una sofferenza non mia.

Ma è poi così lontana da me?

Mi fermo. Sento che non rimango fredda, accolgo la mia non indifferenza e anche se non ho nessuna possibilità di porre un rimedio, so che la mia rabbia e la mia indignazione sono necessarie.

Non salva delle vite la mia protesta certamente, ma la mia voce, unita a quelle di tante altre, contribuisce ad urlare la nostra appartenenza al mondo umano che rifiuta l’orrore a difesa dei nostri fratelli e sorelle che subiscono violenze indecenti. E mi arrivano con ribrezzo le parole bugiarde che tentano di difendere l’orrore, trasformandolo in una carosello ipocrita tra ragioni di stato e trappole nazionaliste o religiose.

Sento che la sofferenza altrui mi appartiene e non comprendo le logiche di chi vede e non si sente offeso ogni volta che un oltraggio piomba su altri uomini, di chi assiste indisturbato al massacro e non muore di sdegno come per ferita rovente al suo cuore.

Provo un dolore crescente davanti al corteo desolato dei corpi piccoli e grandi avvolti nei sudari, degli sguardi smarriti che accompagnano i morti, delle case distrutte.
Pietà infinita per le mani di quelle madri e di quei padri orfani di abbracci, carezze e consolazioni.

Continuo allora a pronunciare il mio necessario No.
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Continuo le mie piccole rappresaglie, il boicottaggio di prodotti complici.
E sento che vorrei abbracciare i mille volti in lacrime, stringere quelle piccole dita infantili che si proteggono gli occhi per nascondersi all’orrore. Vorrei non trovare una spiegazione a tutto questo, affinché il disumano non abbia mai una difesa a sua giustificazione.

Penso alla forza dei Palestinesi, che davvero “insegnano al mondo come si vive e si resiste”, sotto un assedio criminale. Osservo altre foto di bimbi che giocano tra le stesse macerie, di piccoli appena nati, anche in giorni di dolore, accolti festosamente, fiori meravigliosi, promesse per nuove e più umane possibilità di vivere.

Mi chiedo quale coraggio riesce a muovere questi uomini e queste donne.
Ho una piccola, personale risposta che cresce bellissima sotto i miei occhi, raggiante nel sorriso spensierato e fragoroso di mia figlia, anche lei resa orfana ma non vinta dalla vita.

E capisco che l’essere umano e la sua vitalità sono più forti di quello che ferisce.
Qualcosa di più potente della disperazione resiste ed esiste, nascosto tra la certezza tenace e prepotente che niente è perso per sempre.

E il mio pensiero va, di nuovo, a Vittorio Arrigoni e al giovane fotografo Simone Camilli, ucciso di recente a Gaza, come possiamo dire che non ci siano più quando le loro parole, il loro coraggio e la loro esistenza, oggi, gridano e riecheggiano ancora più forti?

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È così assordante il monito “Restiamo umani” che mai il fragore delle bombe o la polvere sollevata dal colpo di mortaio lo potrà coprire.

E sempre di più i mille cortei degli umani gridano il loro sdegno e la loro rabbia. E sempre più forte abbracceranno quel grido: “Restiamo umani” facendolo risuonare, in tutti gli angoli del mondo, come una bandiera splendida che gioca con il vento.

Marina Mancini

4 Commentaires

  1. Di fronte all’orrore della guerra restiamo umani.
    Grazie Marina! Non sono in grado di esprimere in altro modo la condivisione ed il riconoscermi in ciò che ha scritto.
    Grazie per aver ricordato che le figlie ed i figli, i diritti, i valori, hanno la stessa importanza ad ogni latitudine. Non possiamo accettare scale di valore per importanza e posizione geografica; nè tantomeno utilizarli per imporre una presunta supremazia.
    Grazie. Simonetta

    • Di fronte all’orrore della guerra restiamo umani.
      Grazie Simonetta,
      grazie a te perchè il tuo messaggio conferma quello che credo, che non siamo soli e non siamo pochi a gridare il nostro sdegno e la nostra rabbia per le storture e brutture di questo mondo.
      Questo spudorato e ostinato rimanere umani è oggi la nostra resistenza.
      Un abbraccio Marina

  2. Di fronte all’orrore della guerra restiamo umani.
    È “proprio” vero, Marina, restiamo umani. Il tuo scrivere leggiadro e nello “stesso” tempo pesante parla alle nostre coscienze e mi piace tanto la mia considerazione che tante volte ti ho espresso a voce, il tuo dolore è mio, la tua gioia è mia, non è utopia ma tutto concorre al bene per chi ama. Il pregio dei tuoi scritti ? Ce lo ricordi, uperche sei una testimonianza vivente di una nuova umanità che va emergendo, capace di indignarsi, di inveire, ma che ci dice io vado avanti per la mia strada, siamo in tanti non ci arrendiamo. MARINA grazie per la tua passione, per il tuo amore per l’umanità.
    Un sentito grazie agli « Altritaliani » che pubblica e diffonde questi capolavori di una penna ispirata da una bella anima.

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