Daniela Pericone e la sua raccolta poetica ‘Distratte le mani’.

Per Missione Poesia, Daniela Pericone e il suo Distratte le mani un lavoro che, impeccabile nello stile,  riflette la fragilità dell’esistenza,  lascito culturale dell’età barocca, ripreso da Gesualdo Bufalino – caro all’autrice – il quale concepisce l’essenza stessa dell’umanità come vista tra la vita e la morte, nell’irregolarità della perfezione.

Daniela Pericone poesie
Daniela Pericone

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Passo di giaguaro, Ed. Il Gabbiano, 2000 (nota di Adele Cambria), Aria di ventura, Book Editore, 2005 (prefazione di Giusi Verbaro), Il caso e la ragione, Book Editore, 2010, L’inciampo, L’Arcolaio, 2015 (prefazione di Gianluca D’Andrea e nota di Elio Grasso), Distratte le mani, Coup d’idée, 2017 (postfazione di Antonio Devicienti).

Cura, con enti e associazioni, eventi culturali e reading. E’ autrice e interprete di letture sceniche e recital (tra cui Orfeo ed Euridice, lo sguardo sull’ombra e Caravaggio). Interventi critici sulla sua poesia sono pubblicati su « L’immaginazione », « Poesia », « Capoverso », « La Nuova Tribuna Letteraria », ecc. Suoi testi di critica letteraria, poesie, prose brevi sono presenti in volumi antologici (tra gli ultimi, Pane Poesia, a cura di Vincenzo Guarracino), riviste, siti e blog letterari. Collabora con varie riviste letterarie su carta e online. Sue poesie sono tradotte in lingua romena. Ha ricevuto premi e riconoscimenti per la poesia edita e inedita, tra cui « Città di Corciano », « S. Domenichino », « L. Montano », « A. Contini Bonacossi », « Antica Badia di S. Savino », « Tra Secchia e Panaro », « Francesco Graziano ».

Conosco Daniela Pericone da diverso tempo, ho letto i suoi lavori, con lei mi sono confrontata anche per mie pubblicazioni, e posso dire che il rigore della rappresentazione formale, che rasenta la perfezione, coincide molto con il suo modo di essere e di fare. A pelle è una persona con la quale è impossibile non trovarsi in sintonia e non condividerne le emozioni lasciate sulla carta. Perché di questo alla fine, sempre si tratta. Leggendo e rileggendo i suoi testi, si tende a entrare sempre di più dentro il suo stile, nelle stimmate della sua anima, e chiudendo i suoi libri si resta intrisi di un mondo di grande ricchezza interiore dal quale è difficile staccarsi. Daniela sarà ospite dell’appuntamento del mese di aprile 2018 della rassegna Un thè con la poesia, che curo al G.H. Majestic di Bologna.

Distratte le mani

Distratte le mani Daniela PericoneLa lettura di un libro di poesie come Distratte le mani di Daniela Pericone spiazza, di primo acchito, anche il lettore più attento e abituato a frequentare il genere. Prova ne siano le recensioni che ho incontrato nel percorso di documentazione sull’opera e che affrontano principalmente il discorso della cifra stilistica dell’autrice, della ricerca effettuata sul linguaggio, della severità con cui si approccia alla forma dei testi e via dicendo, fatta eccezione per il bellissimo saggio di René Corona che propone anche una possibile interpretazione di carattere sostanziale. Ora, se è vero che la poesia può bastare a se stessa anche solo attraverso la musicalità e la perfezione dei suoi versi, se è vero che la lingua rimaneggiata e adibita a nuovi abbinamenti può riempire lo spazio e costruire ponti che, da soli, portano a colmare la questio del “senso”, se è vero che la parola ricercata, rimodulata, offerta in contesti inusuali può infervorire le menti più audaci e rinverdire polverosi campi semantici, colmandoli con la sonorità, è altrettanto vero che la ricerca di un significato, giusto a sbagliato che sia sta, sempre e comunque, alla base della lettura di un testo, anche poetico. Sempre, chi legge, cerca una relazione tra la propria esperienza, quella dell’autore e il testo. Sempre è l’empatia che si sprigiona dal “sentire uguale” che rende un testo unico e indispensabile al lettore. E, senza nulla togliere alla forma riconducibile al genere – che senza di questa non si parlerebbe di poesia -, è la possibilità di costruire un percorso interiore che faccia conoscere l’autore al lettore, e nel quale quest’ultimo possa più o meno specchiarsi, che insinua la scintilla dell’interesse, proponendo la verità tra la pagina e la vita.

Distratte le mani si compone di tre sezioni che mostrano nel proprio titolo, Furori, Lucori, Disertori, la luce dorata delle loro intersezioni: quell’oro che è portatore di bene – luce –  o di male – oscurità – a seconda del punto di vista di chi lo osserva, dell’uso che se ne fa, dell’ambientazione in cui si colloca. Questo è già, simbolicamente, un primo dato di fatto che parte da una concezione linguistica, si basa su una parola, ma anche su ciò che avviene nella mente, pensandola. Non basta. Le tre parole sono indubbiamente portatrici di sentimenti connessi a uno stato dell’anima, magari derivante da un evento, forse una sfida, una battaglia, una guerra, pensiamo per estensione: che a causa di una forte emozione che provoca rabbia (furore) per un accadimento, la luce che abbaglia (lucore) può far decidere a qualcuno di abbandonare qualcosa, anche di molto importante (disertore). Forse è un azzardo esprimere così chiaramente questo collegamento, forse lo svelamento, anche se è solo un tentativo – che non rientra nelle intenzioni di chi ha scritto i versi: sciogliere nodi/è mestiere da penelopi – sarebbe meglio restasse nell’oblio ma, da lettrice esigente, che ricerca quella sopramenzionata intesa interiore con l’autrice, trovo sia giusto provare ad esprimerlo, non prima di una necessaria avvertenza: lo svelamento può essere portatore di due presunte verità che camminano parallele, di due tipi di significato che convivono nel testo, non necessariamente incontrandosi.

Infatti, non accontentandosi di accogliere una soluzione di lettura del libro solo da un punto di vista estetico e linguistico, che già sarebbe bastevole per annoverarlo tra i migliori usciti nel 2017, e andando a scandagliare tra la scarna pienezza delle forme ecco che, chi avesse la resistenza mentale di incaponirsi troverebbe sicuramente i rimandi – tra una sezione e l’altra – a un campo di battaglia dove si sta giocando un sfida terribile e che, probabilmente, non avrà ne vinti ne vincitori, anche se molte risulteranno le ferite e i dolori inflitti: la prima, quella tra l’uomo e il suo destino, magari comprensivo della dimensione amorosa; la seconda, un’analoga sfida, senza esclusione di colpi che verrà giocata tra il poeta e la poesia. Laddove, infatti, si legge Arrivo da uno sproposito/da crude frasi e voci/che tempo distingue e imploro/d’amore animale – adagio/di natura senza cifrari./Perpetuo esercizio/di filatura a inseguire/la forma d’uovo più prossima,/o meno ostile, al pensiero/che la genera […] è del tutto evidente che la doppia sfida viene gestita dalla Pericone nei due tempi precisi dell’amore e del pensiero, che tutto generano. Mentre, quel bagliore di lama che convive con schianti di betoniere, quella torcia/che si dà fuoco quale preludio della distrazione delle mani – che forse non sanno più tenere quelle che della persona amata, o che non tengono più la penna per scrivere – e che provocano nel vuoto/un lamento di prefica sono dimensioni che mortificano chi scrive, al punto da fargli desiderare la solitudine, quale condizione utile all’uscita dalla propria coscienza dei furori che deragliano l’io poetico.

E, continuando, dai furori si passa ai lucori, alla lucentezza, all’abbaglio che non migliora la condizione. Dicevamo, infatti, della duplicità di senso della parola oro, duplicità che vale anche per la parola luce che porta con se, sempre e inevitabilmente, una zona d’ombra. Così, se dal bianco viene un bene/che forse non sai/[…] e la rosa del deserto resiste/alla notte intenerita/lontana chiarità di un verso al tempo stesso, la Luce che tua ho lasciato/partisse, non salga a lenire/il perdono,[…] , e se Il buio/è tempo eremita ove riposare […], Scrivere accresce lontananza/da mani disutili e nomi inceneriti[…] e Verrà il torchio dei dolori sarebbe necessario desistere dal contemplare/il dolore, spargere nel chiaro/dilagare in respiro mentre Il tempo rinvia/di troppa ferocia o indulgente/ [e] quest’ora va sola a morire. Una sofferenza, dunque, che parla già della morte, della vita… dell’amore… della parola… e che preannuncia i disertori, ultima sezione del libro.

Chi sono i disertori? Sempre pensando a un duplice binario interpretativo i disertori rasentano le inquietudini dei sentimenti con la madre: Nessuno/che al mio nome/dia nascita di latte/ – solo dolcissima inflessione figliamadre –; con il padre: padre che non ebbi ventura/di incontrare eppur mi riconosco/nome in cui mi inoltro e specchio/solitario grembo alla solitudine/ch’è amica sempre ai disertori […]; con la vita stessa: Serrata porta/dietro cui t’intesti/e senti che nulla/t’appartiene/di quel corteggio; ma anche l’inquietudine nel rapporto con l’arte di scrivere: poi la luna si combina all’oro/solleva carte, scompigli da nulla/cattura una matita – una riga/è musica che disordina/ schioda  e inchioda senza posa/un albero, in un verso, scuote l’aria.; e ancora Imbracciare la baionetta/e crivellare il petto al foglio/a minimo spargimento/d’inchiostro, passare intere notti/a riordinare arsenali degni/di un campione di rime al bersaglio/ – a un toppo di parole ancestrali […]. Un’arte che, a dire il vero, per la Pericone è in combutta con la vita stessa, come espresso nelle intenzioni di poetica a inizio libro, in un rapporto di cui non c’è da fidarsi in quanto l’una si teme inadatta/dissemina l’aria di sfingi e barbagli e l’altra disdegna l’ardore/con finto altruismo ti cede/alle braccia rivali.

Per concludere citerei un momento della recensione di Corona – nominato all’inizio dell’articolo – per riprendere il discorso della cifra stilistica dell’autrice, inquadrata in una dimensione barocca dello scrivere, laddove – seppure possiamo figurarci tra le righe i campi di battaglia del Tasso e dell’Ariosto –  il barocco tuttavia è un qualcosa di profondo ed esistenziale, che ha a che fare con la fragilità dell’esistenza, idea che è possibile ritrovare negli scritti di Gesualdo Bufalino – caro alla Pericone – il quale concepisce l’essenza stessa dell’umanità come vista tra la vita e la morte, nell’irregolarità della perfezione.  E proprio nelle sbavature di senso, sul filo della perfezione formale utilizzata della nostra autrice sta, ritengo, il valore di questo libro nel quale, soffermandosi con molta attenzione è possibile ritrovare una sorta di catalogo dei destini umani, così come diceva Calvino a proposito della dimensione della fiaba, dimensione e ambientazione che, a tratti e in modo quasi impercettibile, sembrano affiorare avvolte in lievità di sentimenti e concretezza di forma, come se le parole emergessero dai colori nei quali nasciamo: si dà caso che un azzurro/oppure un cremisi/s’adatti a intendimenti/d’ieri o del momento […] fino all’uno del bianco/dall’uno de nero/divisi, inaccessibili.

Qualche testo da: Distratte le mani

 FURORI

Un difetto di fabbrica
e salta il congegno
di sorti reboanti.
Le autostrade del sole
sono la burla di un ingegnere
che inseguiva fole d’artista.
È accanita la mira, la firma
schizzi di cemento
e schianti di betoniere.

*

Quando preme alla nuca
quando un troppo d’amaro
assilla in regresso
non regge l’adesso né tardo
destino esubera l’ora.
Divisa da incuria
e inverso il respiro, figlia
tra i barbari agli anni informi
– distratte le mani
ma esatte a disperdere fuochi
e inculcare nerezze –
parola s’apre spezzata
e fierezza è uno stelo reciso.
Non salvo da colpa chi batte
in cori sciamani e pavido cuore
– spente radici d’ardenza, nel vuoto
un lamento di prefica.

*

ora vado a sparire, vi lascio dire fare
parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi
stare, io per me non sono niente, né voi
siete niente niente per me – un treno
m’è caduto ai piedi, no sono io caduta
da un treno, io ho deragliato, ho tirato
su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro
giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori
fuori di me fuori

LUCORI

Nulla dei nostri deliri
che non sia da salvare – un’aquila
tiene in piedi il sole
nel lascito d’occhi trova riparo –
se ancora trascinano
insanie e insultano a lungo
nessuna conclude delitti.

*

Il buio
è tempio eremita ove riposare
a incerti segnali avverto gli umori
radure elusive. Le estranee cose
non mutano – colonne
che deludono i risvegli –, tra l’acque
un viavai di torpide epoche
e diserzioni. Scambiamo timidezze
con poesie – vedi le scritte meraviglie?
da un po’ non aspiro che mitezza.
Il tempo è stretto, dimentico
di libri e disamori, per tutto l’orizzonte
un rado volitare e tacito, basti
per essere, pensarsi.

*

DISERTORI

Ago
breve
d’acuzie
in auspicio
di leggerezza
a presagire tempi
di libero discernimento
– non distrarre da tanto
disagevole mistura
s’estorca allo spasimo
dalla finta realtà
la minima
misura
d’io.

Bologna, 25 marzo 2018