Intervista a Susanna Camusso: E’ l’ora della crescita.

Intervista a Susanna Camusso, Segretaria della CGIL, il più rappresentativo tra i sindacati italiani. La delicata situazione economica italiana è scenario dello scontro sindacati – Confindustria per una riforma del lavoro che deve preparare il terreno per la fase due del governo Monti, quella della crescita. Una fase decisiva per il destino europeo dell’Italia.

Il governo Monti appare affaticato dopo lo slancio degli inizi, sembra oggi logorato dalle estenuanti trattative con i partiti politici, che più che occuparsi di rilanciare la politica, magari con tagli sui costi, abolendo le province, dimezzando il numero dei parlamentari e dei consigli regionali, e mettendo regole chiare sui rimborsi elettorali, sembrano più interessati a veti incrociati per non perdere rendite di posizione in vista delle prossime elezioni.

Ma anche il corpo sociale del paese sembra interessarsi solo ai tanti particolarismi e privilegi, restando sordo a qualsivoglia spirito di sacrificio e solidarietà, essenziali in una fase così drammatica come la più grave crisi economica mondiale dal 1929. Sulla riforma del lavoro, il governo ha dovuto infine recepire, non senza riluttanza, le diverse posizioni provenienti da partiti e sindacati, in un gioco di equilibrismo estenuante quanto necessario.

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Se è vero che per il bene del paese e per la sua credibilità internazionale occorre che politica, tecnici e parti sociali, si muovano il più possibile all’unisono. E proprio mentre ci si rallegrava per l’accordo tra i sindacati e la ministro Fornero, anche sul famigerato art. 18, ecco, che tocca alla Marcegaglia, presidente uscente della Confindustria, sparare ad alto zero contro Monti e il governo, proprio sul sudato accordo per la riforma del lavoro.

Abbiamo, a questo punto raggiunto Susanna Camusso, leader del sindacato più rappresentativo, almeno per numero d’iscritti, in Italia, per ancor meglio chiarire il punto di vista del sindacato. Un sindacato che come vedremo forse a torto è accusato di occuparsi solo di chi il lavoro ce l’ha e non anche dei tanti giovani precari o disoccupati. La ringraziamo per aver accettato questa breve intervista per Altritaliani.

N.G. I sindacati e la CGIL sembrano ora più disponibili dopo l’accordo tra i partiti e Monti che rivede l’art.18 consentendo il reintegro anche nel caso di manifesta insussistenza dei motivi economici. Non le sembra che anche dopo l’intervento della Confindustria ci sia il rischio di una rigidità in uscita e in entrata nel mercato del lavoro che renda finanche più difficile l’accesso ai giovani e meno giovani nel mondo del lavoro?

S.C. Noi sosteniamo ciò che la stessa Europa afferma, ovvero che la forma contrattuale principale debba essere quella a tempo indeterminato. La flessibilità introdotta negli ultimi vent’anni ha creato una sacca di precarietà che coinvolge due intere generazioni, impedendo la pianificazione di una idea di futuro per i tanti – oramai non più – giovani. Non credo ci sia un rischio rigidità che possa impedire l’accesso dei giovani al lavoro: le 46 forme contrattuali che contraddistinguono il nostro mercato non hanno determinato la crescita ma, al contrario, sono state un fattore della crisi stessa.

Ma venendo al punto: abbiamo salutato il compromesso sull’articolo 18, con la reintroduzione del reintegro nei casi di licenziamenti illegittimi, come un primo risultato della mobilitazione messa in campo in queste settimane. Così come, allo stesso tempo, abbiamo espresso la volontà di non ‘smobilitare’: il direttivo del prossimo 19 aprile deciderà le modalità di una mobilitazione che accompagnerà e vigilerà sull’iter parlamentare di un provvedimento che, dal 23 marzo alla formulazione poi del disegno di legge, ha fatto registrare su alcuni punti preoccupanti arretramenti.

Mi riferisco ai passi indietro fatti sulla flessibilità in entrata e sulla revisione dei contratti di ingresso.
Altresì, sugli ammortizzatori sociali non c’è quella universalità e inclusione che lo stesso governo aveva posto come obiettivo del suo intervento. Al contrario, su quest’ultimo punto, c’è una grave sottovalutazione degli effetti ancora lunghi della crisi e della necessità di garantire ai tanti lavoratori che ne rimarranno invischiati strumenti di tutela e sostegno. E ci limitiamo a parlare dei provvedimenti sul lavoro mentre non si possono dimenticare gli effetti disastrosi sui lavoratori e sui giovani in particolare, dell’intervento sulle pensioni.

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N.G. Lei come spiega l’accanimento dell’Europa affinché in Italia sia riformato l’art. 18 e anche le dure prese di posizioni di giornali come Wall Street Journal, finanche contro il tanto decantato Monti, ora che sembra raggiunto un accordo sostanziale sul punto anche con i sindacati?

S.C. Non sembra essere un segreto che al centro dell’attacco che ha caratterizzato in questi anni la politica europea ci sia il sistema di welfare. Sorprende il fatto che le stesse ricette che hanno determinato la crisi economica siano adesso contrabbandate come l’unica via d’uscita possibile dalla crisi stessa.
Ancora una volta gli interventi messi in campo, sostenendo che costituiscono l’unica soluzione possibile e praticabile, sono quelli che scaricano il peso maggiore sui ceti meno abbienti. Una pratica esplicitata attraverso una ottusa dottrina che ha come unico parametro il rientro del debito. Il governo Monti pensa infatti di poter aggiustare quanto di negativo prodotto nella gestione della crisi dal precedente governo e ricostruire la credibilità perduta con i partner internazionali, semplicemente lavorando sul debito, attraverso l’adozione di ‘riforme’ che, non si capisce come, dovrebbero rimetterci in corsa.

Nel frattempo languono i provvedimenti per la crescita che non sembrano trovar spazio tra le priorità del governo. Il risultato è che la recessione s’aggrava, il Pil rallenta e il debito aumenta. Per questo la nostra mobilitazione non cessa anche dopo il passo indietro del governo sull’articolo 18, anzi si presenta con nuovi temi a partire dal fisco, perché l’azione per la crescita conquisti il primo piano.

N.G. Ma davvero la crescita dipende tanto da questo articolo 18? Qual è la vostra ricetta per la crescita e soprattutto sull’inserimento dei giovani. La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli drammatici. Non le sembra che i sindacati e la stessa CGIL siano un po’ in retroguardia su questo tema? Cosa ne pensa?

S.C. Che la crescita non abbia nulla a che vedere con l’articolo 18 non siamo i soli a dirlo. L’Ocse stessa segnala che, per quanto riguarda la rigidità in uscita, il nostro Paese si colloca al di sotto della media europea. L’Italia, sempre secondo l’istituto parigino, non costituisce affatto un caso anomalo nel quadro europeo.

logo3_ridotto.jpg L’accanimento sull’articolo 18 è l’esplicitazione di una volontà di scaricare i costi della crisi sui lavoratori, semplicemente sbarazzandosene. Ma non è questa la via d’uscita, non è la sola attenzione al debito che farà ripartire l’Europa, come dimostra l’evoluzione della crisi in Grecia. Noi pensiamo che, per non cadere nella stessa situazione, sia sempre più urgente mettere in campo una politica di investimenti sia pubblici che privati. Così come pensiamo si debba rimodulare il fisco secondo una vera linea di equità, alleggerendo il carico fiscale sui lavoratori e sui pensionati, spostando il carico maggiore sulle grandi ricchezze e sui grandi patrimoni.

Quanto ai giovani, le farei notare che siamo stati i soli a porre la questione come prioritaria. Per questo la rilanceremo anche in questi giorni e sarà un punto centrale della nostra mobilitazione per combattere la precarietà e l’incongruenza delle 46 forme contrattuali presenti nel nostro sistema. Siamo tra i pochi che, nel panorama italiano, hanno messo e mettono al centro del loro agire politiche per i giovani che permettano di costruire prospettive certe e tali da garantire effettivamente un’idea di futuro.
Voglio solo ricordare la campana promossa da ‘Giovani NON+ disposti a tutto’ per essere finalmente liberi dalla precarietà e suggerisco di leggere attentamente le loro osservazioni ai provvedimenti che il Governo intende adottare, che vi allego.

N.G. Ora che il disegno di legge di riforma sul lavoro sembra pronto all’approvazione del parlamento, mentre infuria il pressing della Confindustria, cosa temete per l’art. 18 e quali sono i punti della riforma che non vi convincono e sui quali a vostro avviso le camere dovrebbero intervenire?

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S.C. Tra il testo varato dal consiglio dei ministri del 23 marzo e il disegno di legge ci sono stati, come ho già detto, degli oggettivi arretramenti e una preoccupante carenza di risposte per i giovani. Se l’obiettivo prefissato dallo stesso governo era quello di ridurre la precarietà allora il passo indietro è davvero preoccupante. Così come, per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, non si può non tener conto della situazione di crisi economica ancora molto pesante.

E’ impensabile, ad esempio, che non si trovino soluzioni concrete in grado di tutelare tutte quelle persone uscite dal mondo del lavoro e che hanno visto, con la riforma del Governo Monti, allontanarsi di molto la prospettiva della pensione. Pensiamo sia altresì necessario che il Parlamento adotti soluzioni tali da rimettere in equilibrio il rapporto tra le modalità di ingresso al lavoro e gli ammortizzatori sociali indispensabili. Per quanto riguarda, infine, l’art.18 abbiamo giudicato l’accordo fatto dal Governo con i partiti della maggioranza un primo risultato positivo. Ovviamente vigileremo affinché questo risultato venga esplicitato in modo più chiaro e non diminuito o ridotto.

Ringraziamo Italo Stellon, Presidente INCA-CGIL Francia per aver raccolto per noi la documentazione che segue ad integrazione delle parole di Susanna Camusso.

Nicola Guarino


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2 Commentaires

  1. Intervista a Susanna Camusso: E’ l’ora della crescita.
    Scusa Nicola ma né te né la Camusso toccate nessuno dei 10 punti che secondo me devono essere toccati:

    1.- Un sistema che ha portato a salari ridicolmente basi, tasse alte, servizi non esistenti ed a un paradiso della evasione fiscale (sistema logicamente da difendere a spada tratta per la miope e conservatrice struttura sindacale italiana)

    2.- Un sistema discriminatorio: bianchi (tempo indeterminato), neri (tempo determinato)

    3.- Un sistema complicatissimo nessuno è capace di leggere la propria busta paga. Un sistema ereditato dal ventennio fascista con le sue categorie: Dirigente, Quadro, prima, seconda…..

    4.- Un sistema pieno di parassiti: Avvocati, consulenti del lavoro, associazioni industriale, sindacati esterni (tanti e ritualistici) e di dirigenti non dirigenti

    5.- Un sistema falsato: lo stipendio non corrisponde al costo aziendale e senza rete di sicurezza. Perdi o cambi lavoro hai soltanto i tuoi risparmi, la tua famiglia

    6.- Un sistema dove è più facile e meno caro divorziare che licenziare, pieno di dirigenti incapaci, autoritari, piccoli dittatori

    7.- Un sistema che porta via dall’imprenditore / management l’unica loro ragion di essere: ottimizzare le risorse interne alla azienda

    8.- Un sistema capitalista solo di nome, i capitali non ci sono, la impresa per l’imprenditore soltanto una mucca da mungere

    9.- Un sistema dove le banche attraverso il loro castelletto si parano apparentemente il di dietro dividendo il rischio tra di loro, ma aumentandolo di fatto

    10.- Un sistema dove nessuno vuole andare oltre le quindici persone per motivi ovvii

    • Intervista a Susanna Camusso: E’ l’ora della crescita.
      Gentile lettore,
      le sue domande sono suggestive e in alcuni casi anche drammaticamente ironiche, e credo abbiano un filo comune che riguarda l’etica (un tema a noi caro, ne parliamo spesso quando accenniamo alla necessità di quella che chiamiamo la riforma della politica). Sono certo che sia un tema che interessi anche la Camusso, che in qualche modo anche rispondendo alle nostre poche domande ha evidenziato quelle risposte che sono sottintense ad alcune delle sue domande, per così dire retoriche. Tuttavia nella drammatica realtà attuale forse con eccesso di pragmatismo abbiamo cercato di fotografare lo stato delle cose cercando di mettere in luce la posizione della CGIL che a lungo quasi da sola con gli altri sindacati si è opposta alle prime stesure della riforma del lavoro. Credo si possa essere d’accordo o meno con lei ma certamente la sua « critica » non scade mai nel populismo, cercando, dal suo punto di vista, di entrare nel profondo dei problemi.
      Nicola Guarino

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