Gore Vidal, si è spenta una stella. Un ricordo omaggio.

Di padre italiano, cosmopolita autore sempre in giro per il mondo, amante dell’Italia dove ha vissuto per trenta anni, intellettuale iconoclasta, ironico e provocatore, firmò come sceneggiatore alcune delle più celebri opere del cinema, come “Ben-Hur” e “Quei bravi ragazzi”. Un suo “cammeo” come attore in “Roma” di Fellini. Quasi certo il suo ricordo alla prossima Mostra di Venezia.

Alla notizia della scomparsa del drammaturgo e sceneggiatore americano Gore Vidal (di padre italiano), il ricordo va alla ormai lontana 47^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 1990, nella quale lo scrittore è stato presidente della Giuria. Era affiancato da personalità del cinema e della cultura cinematografica, da Omar Sharif ad Alberto Lattuada alla regista argentina Maria Luisa Bemberg, che portò al Lido il suo eccellente “Io, la peggiore di tutte” film che ci fece conoscere la poetessa messicana del ‘600, suor Juana Ines de la Cruz.

Fu una mostra quella, diretta da Guglielmo Biraghi, nel segno del cinema di qualità vocato volentieri al testo letterario. Fu infatti premiato un film che solo i fortunati accreditati del Lido e gli spettatori hanno potuto apprezzare, un’opera quasi del tutto estranea ai canali distributivi: “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” diretto da Tom Stoppard, con i promettenti Gary Oldman e Tim Roth, opera ispirata all’esistenzialismo e al teatro dell’assurdo.

Premiati col Leone d’argento (ex-aequo) Martin Scorsese con “Quei bravi ragazzi” e Jane Campion per il sublime “Un angelo alla mia tavola”; Leone alla carriera a Mastroianni. Gore Vidal impresse, non senza diatribe, la propria eclettica personalità su quella Mostra; una figura altamente stimata non solo in America per la pungente satira politica e per una propria libertà sessuale. Per trent’anni ha vissuto in Italia dalla metà degli anni ’70, fra Roma e Ravello sulla Costiera Amalfitana, luogo wagneriano ispirativo per eccellenza.

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Vidal col cinema ha avuto un rapporto incisivo firmando sceneggiature di spessore: come “Ben-Hur” (1959) di William Wyler nel quale suggeriva (con troppo anticipo) una sorta di rapporto vagamente omosessuale fra i due protagonisti (ed ovviamente censurato, e quindi riveduto e corretto).

Vidal che conierà in una sua opera la parola “gay” ancora in voga. Ed ancora sceneggiature come “Io, Caligola” che Tinto Brass girerà nel 1979, “Il Siciliano” di Michael Cimino del 1987 e un capolavoro di Francesco Rosi “Dimenticare Palermo” (del 1990). Per Fellini reciterà se stesso nel multiforme “Roma” del 1972, con la Magnani nella sua ultima apparizione sullo schermo. Gore Vidal va celebrato per quella intrinseca eleganza, una ironia indipendente e fuori dal coro, almeno così lo ricordiamo in quella apparizione al Lido di Venezia.

Armando Lostaglio

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Armando Lostaglio
ARMANDO LOSTAGLIO iscritto all'Ordine dei Giornalisti di Basilicata; fondatore del CineClub Vittorio De Sica - Cinit nel 1994 con oltre 150 iscritti; promotore di altri cinecircoli Cinit, e di mostre di cinema per scuole, carceri, centri anziani; autore di testi di cinema: Sequenze (La Nuova del Sud, 2006); Schermi Riflessi (EditricErmes, 2011); autore dei docufilm: Albe dentro l'imbrunire (2012); Il genio contro - Guy Debord e il cinema nell'avangardia (2013); La strada meno battura - a cavallo sulla Via Herculia (2014); Il cinema e il Blues (2016); Il cinema e il brigantaggio (2017). Collaboratore di riviste e giornali: La Nuova del Sud, e web Altritaliani (Parigi), Cabiria, Francavillainforma; Tg7 Basilicata.