La “pillola di Puppo”.
Sono cresciuto senza animali: nella mia infanzia, non c’è mai stato un gatto, mai un cane. (Solo un passero, entrato in casa e finito in una gabbia da cui poi un giorno volò via. Lo guardavo ma non osavo toccarlo). Per strada c’erano ancora lunghi cani randagi, magri, tristi, occhi obliqui e orecchie lunghe, a rovistare nei bidoni della spazzatura; il loro modo di pregare un Dio che li aveva fatti venire al mondo per poi abbandonarli. Un giorno, ero alle scuole medie, partimmo per una gita scolastica. Un mio compagno di classe aveva un cocker, venuto a salutarlo. Le lacrime colavano dagli occhi marroni di cane. Il mio compagno di scuola lo prendeva in giro. Ma era anche lui malinconico.
Ho visto, tanti anni fa, in una corrida, un torero giovane che aveva preso una incornata: molta paura e nessuna ferita. Era tornato al suo compito, bianco come la carta in viso; aveva piantato la spada tra le corna del toro, là dove non c’è protezione ossea. Avevo in testa le suggestioni dei racconti di Hemingway, comprendevo il senso arcaico di quella rappresentazione antimoderna e con pretese di sacralità; ma vedevo anche la gratuità retorica di quel gioco crudele.
Molti anni dopo, ho finalmente avuto anche io un animale domestico. Un gatto nero. Un giorno si è perduto, sul cornicione, ed è finito in casa di una vicina. Era sotto il letto, nascosto; si sentiva in territorio sconosciuto. L’ho preso in braccio. Nel fare le scale mi ha ferito a sangue. Sentivo il suo cuore battere all’impazzata. Ogni paura che avevo provato in vita mia era dentro quel battito. E non erano diverse, la sua paura e la mia.
Poi ho fatto un viaggio in Kenya. Non ho potuto fare a meno di unirmi alle schiere dei turisti che vanno a fare i voyeurs del mondo animale. A pochi passi da me, ho visto zebre e gazzelle pascolare in mezzo a paradisi di luce, e però già impercettibilmente tendere le orecchie al pericolo che di lì a poco si sarebbe abbattuto su di loro; ho visto le carcasse squassate, preda degli uccelli, venuti a finire il lavoro dei predatori. Tra gli ippopotami il branco è guidato da un maschio dominante che uccide i figli generati da un padre diverso; quelli che riescono a scampare vanno in esilio, per poi tornare una volta cresciuti, per sfidare il capobranco e provare a prenderne il posto. Mitologia e tragedia. In una pagina meravigliosa di Danubio, Claudio Magris racconta le sofferenze atroci di un coniglio che non ha chiesto mai di venire al mondo, e che deve affrontare tremante un supplizio insensato.

Una persona, importante per me, si occupa di cani senza padrone né collare, abbandonati nei cosiddetti canili-lager, spaventati e umiliati, legati alla catena (l’abitudine, dice Beckett, è la catena che lega il cane al suo vomito), fantasmi. E che un giorno ritrovano, grazie a una struttura adatta, libertà di correre velocissimi, fino a far scoppiare il cuore, e quella gioia infinita di cane che assomiglia alla felicità; anzi no, lo è proprio, la felicità. Quella senza parole e spiegazioni, senza una ragione né un motivo.
Una goccia nel mare? Chi salva una vita salva il mondo intero, dice il Talmud. Edoardo Sanguineti diceva che i tre fondatori della modernità sono Marx, Freud e Darwin. Marx: siamo figli delle nostre condizioni materiali. Freud: siamo dominati soprattutto da ciò che alla coscienza sfugge. Darwin: dal punto di vista dell’universo, la nostra vita non è diversa da quella di un qualunque altro essere vivente. Ecco. Il rapporto tra esseri umani e animali è complesso e millenario; tocca problemi di coabitazione, sicurezza, alimentazione, salute, e non si risolve in un giorno. Lo so. Non intendo fare la morale a nessuno.
Ma forse almeno su una cosa potremmo essere d’accordo: provare a ridurre le sofferenze, le crudeltà, gli abusi, i maltrattamenti. E invece in questi giorni il parlamento italiano sta esaminando un decreto legge sulla caccia che va nella direzione opposta.

Aumenta il numero delle specie cacciabili, agevola l’uso di “richiami vivi” (uccelli usati come esca per attirare loro simili); allunga i calendari venatori; amplia le aree in cui si può sparare; strizza l’occhiolino al “turismo venatorio ”, cioè al divertirsi uccidendo. Viene eliminato (ad eccezione di qualche periodo) il divieto di caccia nei valichi attraversati dalle rotte migratorie. Vengono diminuiti i poteri dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Esultano cacciatori e commercianti di armi; ha protestato la Commissione Europea, assieme alle organizzazioni ambientaliste. Un decreto che, tra le altre cose, vuole dare alla caccia il titolo di “tradizione nazionale ed espressione culturale che concorre attivamente alla tutela ambientale”. Bell’esempio di neolingua orwelliana, in cui la “guerra” diventa “pace”.
Tra tutti i problemi che il parlamento italiano ha da affrontare, evidentemente, uno dei più urgenti è stato considerato questo. Parafrasando una vecchia canzone di Mina (che a dire il vero si riferiva ad attività decisamente più interessanti), evidentemente, per questo governo, l’importante è sparare.
Maurizio Puppo















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