La lezione degli Ambasciatori d’Italia a Parigi tra 1945 e 1988 (parte 2)

Il volume “Gli Ambasciatori Italiani in Francia (1945-1988)”, a cura di Alessandro Giacone (professore di storia delle istituzioni all’Università di Bologna), appena edito da “Rubettino”, contiene gli interventi al Convegno su di loro organizzato nel 2022 a Parigi dall’associazione “Italiques”, evento già recensito in un precedente articolo Altritaliani (QUI il link). E si estende oltre la presidenza di Nicolas Sarkozy poiché contiene, oltre la prefazione dell’attuale Ambasciatrice d’Italia in Francia Emanuela D’Alessandro, le interviste agli ex Ambasciatori Sergio Romano, Sergio Vento e Ludovico Ortona, con altri interessanti retroscena del N°47 di Rue de Varenne.

LINK ALLA PARTE 1 dell’articolo sui rapporti di missione

Sergio ROMANO (ex Ministro Consigliere dal 1968 al 1977), nell’intervista rilasciata ad Alessandro Giacone e Michele Canonica, conferma la simpatia che Fornari ispirava immediatamente in tutti, che prevaleva in definitiva anche sui formalismi del Presidente de Gaulle e sulla freddezza del Ministro degli Esteri Couve de Murville (pure quando la Francia nel 1965 aveva deciso di avere la sua “sedia vuota” al Consiglio dei Ministri della CEE in opposizione alla proposta di Hallstein dei voti a maggioranza anziché all’unanimità, e pure quando nel 1966 aveva annunciato la sua uscita dal comando integrato della NATO); conferma quanto Malfatti era un diplomatico “tradizionale” nonostante lo fosse divenuto per decreto (del Ministro degli Esteri Nenni dopo la guerra) anziché per concorso, perciò tanto preciso nel lavoro quanto capace nelle relazioni esterne di avere i più utili interlocutori (compreso all’opposizione Mitterrand, a pranzo all’Ambasciata); e conferma infine il carattere di formazione più cattolica di Pompei. Romano descrive anche i primi contatti nel 1969 con l’Ambasciata di Cina per il riconoscimento diplomatico tra i due Paesi.

Sergio VENTO ricorda il proprio arrivo a Parigi nel 1995 dopo il periodo di continue svalutazioni della lira che aveva favorito le esportazioni italiane in Francia, e “amareggiato” il Presidente Chirac che glielo aveva detto al momento della presentazione delle credenziali; e dopo il voto dell’Italia alle Nazioni Unite di condanna degli esperimenti nucleari della Francia nel Pacifico. Dopo la conseguente cancellazione del vertice franco-italiano a Napoli egli si era allora adoperato, anche tramite i più italianofili Philippe Séguin (di origine tunisina) Presidente dell’Assemblée Nationale, Jean Tiberi (che ripeteva: “le Tibre, le fleuve de Rome”…) sindaco ed ex vice sindaco di Chirac, perciò vicini al Presidente, e al suo consigliere diplomatico Jean-Louis Levitte affinché riaffiorassero le condizioni per questo vertice, avvenuto nel 1996 dopo le elezioni in seguito alle quali era divenuto Presidente del Consiglio Prodi (più francofilo del suo predecessore e suo Ministro degli Esteri Dini, invece più anglo-americanofilo ed economicamente più germanofilo), e dopo l’inizio dell’opera di ammissione dell’Italia all’Euro del Ministro del Tesoro Ciampi. Chirac, al castello di Napoli (dov’era venuto anche il Presidente della Repubblica Scalfaro), chiamando dalla scrivania il Primo Ministro Juppé e il Ministro degli Esteri de Charette: “venez voir, c’est le bureau de Joachim Murat, les Italiens ont sorti le grand jeu”! Anche dopo le elezioni del 1997 vinte dai socialisti che avevano portato alla coabitazione “Chirac+Jospin” (Primo Ministro con Védrine Ministro degli Esteri), Vento (dividendosi ulteriormente a causa di questa tra l’Eliseo, Matignon e il Quai d’Orsay) s’era adoperato per la convergenza  della politica estera dei due Paesi anche in Albania (con l’operazione “Alba” a seguito della  risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU), e per la convergenza europea ribadita nel discorso di Prodi all’Assemblée Nationale. Intanto anche i rapporti economici erano intensificati dalle ulteriori collaborazioni tra la Finmeccanica e Airbus, l’ENEL e l’EDF e tra atre società, e dall’accordo sulla TAV al vertice di Chambéry. La convergenza nelle politiche estere di ambo i Paesi era stata tuttavia critica alla conferenza di Rambouillet sul Kosovo, fallita poiché, citando Kissinger, “The Rambouillet text, which called on Serbia to admit NATO troops throughout Yugoslavia, was a provocation, an excuse to start bombing”, comè stato nel 99 quando Vento ha lasciato Parigi per essere Ambasciatore all’ONU fino al 2003 e poi a Washington fino al 2005.

Ludovico ORTONA arriva a Parigi nel 2005 quando Chirac è verso la fine (2007) del suo secondo mandato presidenziale, e dopo il no della Francia al referendum sul trattato costituzionale europeo. Presidente del Consiglio è Berlusconi fino al 2006, poi Prodi fino al 2008 e di nuovo Berlusconi quando Ortona finisce la carriera nel 2009. A seguito delle rispettive elezioni i cambiamenti di governo sono dunque pienamente alternativi in Italia, ma quello in Francia da Chirac a Sarkozy con il sistema presidenziale e le energie del più giovane successore è pure assai significativo. Perciò il ricordo del vertice del 2005 all’Eliseo tra Chirac e Berlusconi è “molto tranquillo” (tra l’altro, secondo “Il Giornale” del 5 ottobre, quasi convergente sulle prospettive d’ulteriore associazione della Turchia all’UE, “ma i francesi diranno l’ultima parola con il referendum”, sull’inefficienza di questa nel favorire gli investimenti anche esteri contro la disoccupazione, sul futuro dell’Irak e su altri temi convenzionali); vertice dunque in cui non c’era “nulla di emozionante” in confronto a quelli successivi tra Sarkozy e Prodi e tra Sarkozy e Berlusconi, tenendo conto del maggior contrasto tra la destra (alla quale Sarkozy s’era ulteriormente ravvicinato a proposito della Turchia e dell’immigrazione) e la sinistra di Prodi (che aveva sostenuto la concorrente socialista Ségolène Royal nel 2007), e della maggiore evidenza delle rispettive personalità tra Sarkozy e Berlusconi. Emozionante era stato comunque il discorso del Presidente della Repubblica Ciampi all’École Normale Supérieure nel 2005, ricevendone il Dottorato Honoris Causa, poiché l’aveva paragonata alla Scuola Normale di Pisa dove si era formato, negli anni in cui Thomas Mann aveva scritto a Benedetto Croce: « Ciò che oggi in maniera oscura passa sull’Europa è un torbido incidente, la cui fine noi vedremo se il nostro impulso vitale durerà”: impulso proeuropeo comune, dunque, sia tra le generazioni di allora che tra quelle di oggi formatesi in queste e in simili scuole.

Ortona, in carica durante i diversi Governi in Italia, insegna (anche come figlio dello storico ex Segretario Generale ed ex Ambasciatore a Washington Egidio e come padre del brillante diplomatico al “piano Mattei” della Presidenza del Consiglio Lorenzo) come nel suo lavoro gli interessi dello Stato devono sempre rimanere prioritari su quelli contingenti del Governo: nell’intervista rammenta infatti che l’Ambasciata con il suo fasto è servita per scegliere Milano per l’Expo del 2015, poiché è lì che la sindaca Letizia Moratti e le altre delegazioni nei passaggi continui accoglievano i responsabili dell’Ufficio Internazionale delle Esposizioni che ha la sede a Parigi; ed è lì che il “made in Italy” si fa valere nelle presentazioni più istituzionali (ad esempio con le creazioni di Roberto Cavalli o con la Ferrari di Montezemolo lì esposte al tempo suo). Sono manifestazioni che lasciano tracce non meno importanti dell’alternante calorosità negli incontri dei leaders politici, come quello a Parigi del 2006 tra Napolitano e Chirac (quando Ortona aveva anche organizzato la visita del Presidente italiano al Musée du Quai Branly per far piacere a quello francese, che lo aveva voluto e che gli ha poi dato il nome); o quelli tra Sarkozy e Prodi e Sarkozy e Berlusconi: poi, con il matrimonio con Carla Bruni, “c’era un minimo d’Italia all’Eliseo”! Ma troppo poco quando Sarkozy aveva rifiutato nel 2008 l’estradizione di Marina Petrella condannata nel 1922 in Italia all’ergastolo per l’omicidio d’un poliziotto (Ortona aveva allora suggerito una lettera di Sarkozy a Napolitanofuribondo”), e troppo poco quando Sarkozy aveva preteso un predominio francese sull’“Unione per il Mediterraneo” (organizzazione intergovernativa fondata nel 2008).

Se agli occhi di Ortona Carla Brunicercava di apparire sempre più francese possibile”, nelle sue relazioni erano più italianofili il Primo Ministro François Fillon (fino al punto di venire spesso nella vicina Ambasciata dal Palais Matignon sulla stessa Rue de Varenne, e fino al punto di trascorrere le vacanze in Toscana e Puglia), e Brice Hortefeux, Ministro dell’Immigrazione, Integrazione, Identità Nazionale e Sviluppo, con moglie italiana, il quale già allora era tra i più vicini a Sarkozy (ne è stato dal 2009 al 2011 Ministro dell’Interno). A causa della sua personalità, il rapporto di fine missione di Ortona è soprattutto concentrato sull’identificazione in Sarkozy del seguito della politica estera (divenuta ancora di più “domaine reservé” del Presidente), poiché “appare improbabile che (egli) riduca l’impressionante vitalità e determinazione di cui ha dato prova nel periodo di presidenza dell’Unione Europea”.

Frase ripresa dall’Ambasciatrice D’Alessandro nella prefazione:L’unione dell’Europa… ha come prima condizione una fondamentale armonia tra l’Italia e la Francia”, che è quella che, dopo l’imprudenza del 2019 di Di Maio con i ‘gilets jaunes’, lei stessa da Consigliere Diplomatico del Presidente della Repubblica, la sua predecessora a Parigi Teresa Castaldo e l’Ambasciatore di Francia a Roma Christian Masset (richiamato momentaneamente a Parigi per protesta contro quell’imprudenza) hanno ricostituito con il vertice intergovernativo al castello di Napoli del 2020, con i Presidenti della Repubblica, del Consiglio e tutti i rispettivi Ministri. Se allora non è stata usata la scrivania di Murat per gli accordi, è perché questi in modo ancora più completo e solenne sono confluiti nel trattato del Quirinale del 29 novembre 2021, che non solo istituzionalizza la cooperazione tra i due Paesi in tutti i settori (compresi lo spazio e la difesa in chiave di autonomia strategica europea), ma a questi fini richiama la parte essenziale delle Ambasciate e dunque di Palazzo Farnese a Roma e dell’Hôtel de La Rochefoucauld-Doudeauville a Parigi: il quale, traducendo “Hôtel” in “Palazzo”, non solo contiene i ricordi storici dalla sua costruzione all’incontro nel 1948 tra i due europeisti De Gasperi e Schuman, ma contiene pure un salottino cinese premonitore delle trattative degli accordi di riconoscimento diplomatico con la Cina, accennate da Romano e condotte dal 1969 per 21 mesi dal futuro Ambasciatore Walter Gardini (come viene ricordato dall’Ambasciatrice); e traducendo “Hôtel” in “albergo”, è sempre di più tale per il passaggio continuo di manifestazioni italiane, con i meriti promozionali e organizzativi ulteriori delle due ultime Ambasciatrici che si aggiungono a quelli di prestigio dei loro predecessori che hanno incarnato.

La raccolta di ricordi di Alessandro Giacone è dunque una testimonianza storica di rilievo, ma offre pure un quadro prezioso e articolato del ruolo svolto dall’Ambasciata d’Italia a Parigi.

Lodovico Luciolli

IL LIBRO: « Gli Ambasciatori italiani in Francia (1945-1988), a cura di Alessandro Giacone, edito da Rubettino, Soveria Mannelli, 2026, pp. 406, € 22.

Article précédentSparirà Manzoni dalle scuole? Via al dibattito
Article suivantLa lezione degli Ambasciatori d’Italia a Parigi dal 1945 al 1988 (parte 1)
Lodovico Luciolli
Altri articoli ALTRITALIANI dello stesso autore

LAISSER UN COMMENTAIRE

S'il vous plaît entrez votre commentaire!
S'il vous plaît entrez votre nom ici

La modération des commentaires est activée. Votre commentaire peut prendre un certain temps avant d’apparaître.