Altritaliani
Lingua italiana

Dimmi le parolacce che usi e ti diro’ chi sei.

martedì 17 maggio 2016 di Nicola Guarino

“Anche Francesco le diceva” è il titolo del nuovo libro di Natale Fioretto (editore Graphe.it €. 5,00), esperto di linguistica italiana all’Università per stranieri di Perugia, con il quale si affronta, sotto tutti gli aspetti dal semantico al comunicativo, un tema sempre attuale e scabroso: le “maleparole”. Un piccolo ed intrigante viaggio che ci aiuta a conoscerci un po’ meglio, una riflessione sociolinguistica.

Anche Francesco le diceva, il Santo non il Papa e forse questo è finanche più scandaloso: “ E giungendo a lui frate Ruffino, egli si gli disse per ordine tutta la tentazione ch’egli avea avuta dal dimonio dentro e di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparso era il dimonio e non Cristo, e che per nessun modo ci dovea acconsentire alle suggestioni: - Ma quando il dimonio ti dicesse più: - Tu sei dannato, si gli rispondi: Apri la bocca; mo’ vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch’egli è il dimonio e non Cristo”.

Anche se da sempre osteggiate a scuola come in tutti luoghi pubblici e sacri e per lungo tempo nella TV come alla radio, le parolacce sono sempre più in diffusione. Finanche alla televisione per non parlare della rete dove conquistano sempre più spazio, diventando tratto identificativo dei vari personaggi.

E se lo si dice in televisione…allora non vi sono regole di comportamento che tengano.

Anche i politici ne fanno un largo uso, un segno della leggerezza o se preferite della liquidità degli odierni messaggi politici.

L’invettiva, le parole grevi, le espressioni corrosive e sarcastiche sembrano coprire le difficoltà di contenuti ideali. Come la grilliana (da Grillo) definizione di psiconano a danno di Berlusconi, o lo stesso cavaliere che durante una campagna elettorale definisce gli elettori che votano a sinistra come dei “coglioni” e che dire della Lega con Bossi che gesticolando freneticamente gridava in un comizio che con la bandiera italiana si sarebbe pulito il culo.

Le parolacce tuttavia sono lievitate nel tempo, forse anche seguendo l’evoluzione della comunicazione e della stessa scrittura che sembrano indulgere sempre più verso l’eclatante, lo “spettacolare”. In un contesto culturale come il nostrano, dove la vis polemica è di casa ed ogni confronto dialettico non tradisce mai impeto e passione. Ma nel suo pamphlet: “Anche Francesco le diceva” Fioretto va ad approfondire anche sul significato di questi termini, spesso usati ed abusati, andandone a cogliere l’evoluzione linguistica e di uso nel tempo. Carpendone l’essenza scatologica verificando l’uso secondo l’azione, dividendo il tipo di turpiloquio, tra oscenità, imprecazioni, bestemmie, con tanto di esempi, mettendo in evidenza come anche in questi casi, la lingua italiana apprende e trasmette regionalismi che diventano con il tempo veri e propri contributi in scala nazionale (abbondano nel lessico quotidiano espressioni a volte turpi ed altre volte fiorite che hanno origine milanese o romana e spesso napoletana).

Interessante, in tal senso, non è solo il ricorso ai dibattiti mediatici o a quelle forme di racconto televisivo, inaugurate con l’avvento del berlusconismo, come la tv "del pianto" o i talk show politici, ma anche l’evoluzione in chiave letteraria e poi teatrale che il turpiloquio ha conosciuto attraverso i diversi registri linguistici, a cominciare dal politichese dei primi anni settanta (si ricorda in tal senso, il celebre “Porci con le ali” di Lombardo Radice e Lidia Ravera del 1976).

Lungi dal fare valutazioni moralistiche, Natale Fioretto evidenzia come la “cattiva parola” incarta in se il portato dell’azione ed esprime il carattere del dicitore, sia esso un politico o un qualunque mortale dei nostri media. Come diceva Dario Fo: “Dimmi le parolacce che usi (noi aggiungeremmo e come le usi) e ti diro’ chi sei, da dove vieni, da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato”.

La parolaccia, edulcorata dalle censure di un tempo, era già presente anche in canzoni come “Malafemmina” del principe De Curtis in arte Toto’, ma, man mano che queste censure sono state travolte dall’evoluzione del costume e del linguaggio, ecco che il turpiloquio diventa strumento di descrizione e d’interpretazione del pensiero. Personalmente sono convinto che proprio l’avanzare del soggettivo più che dell’oggettivo nel nostro linguaggio (scritto e orale) abbia favorito la sintesi (spesso efficacissima) delle parolacce:

“Senta, non mi stia a cagare il cazzo. Mi dimostri che questa siepe è stata rovinata dalla mia bicicletta […], ma se la siepe è rovinata in alto […] come cazzo fanno le biciclette a rovinare la siepe in alto?” (Anche Francesco le diceva pag. 24).

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Natale Fioretto

E’ interessante verificare comunque che la cosiddetta parolaccia alla fine appare, quando usata in modo proprio, intelligente e con creatività, come un arricchimento delle possibilità linguistiche (già infinite) del nostro italiano.

Un pamphlet intelligente, divertente ed anche utile per quegli studiosi dell’italiano che sempre di più avvertono l’esigenza di portare nelle aule delle scuole e delle università, uno studio della lingua che sia sempre più attento alle novità del linguaggio, sempre specchio dell’evoluzione culturale della società.

Forse anche per questo, non è un caso, che questa piccola (per numero di pagine) opera sia il frutto del lavoro di ricerca di Natale Fioretto, un professore che in passato si è molto impegnato nello studio e nella divulgazione dell’italiano neo-standard.

“Andro’ via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Penso di aver diritto a una pausa. Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa |…]. Cazzo ho soltanto ventotto anni!” (Roberto Saviano – lettera a Repubblica dell’ottobre 2008).

Nicola Guarino

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