Altritaliani

Questa Italia è un paese per vecchi.

giovedì 21 gennaio 2016 di Gianluca Cinelli

Pochi giorni fa è stato pubblicato sul Sole 24 Ore un nuovo – direi un altro – articolo dedicato all’emigrazione dei “giovani” italiani, che a quarant’anni non riescono a spendersi un titolo di studio, spesso anche elevato, se non vendendolo al miglior offerente all’estero. In realtà, in Italia i giovani hanno una loro parte nel sistema produttivo: la loro esistenza giova alla retorica e alla propaganda. Il fatto è un altro e più triste: questa Italia è un paese per vecchi.

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Seneca

La vecchiaia, secondo Seneca, ha i suoi pregi. È l’età della saggezza, a patto però che ci si apparti a vita riservata, lontano dalle cure del mondo. Il vecchio sulla breccia, che non depone le armi impugnate a stento, sorretto dalla cosmesi fuori e dalla medicina dentro, non è saggio. È uno sconsiderato egoista che non tollera che qualcosa nel mondo possa accadere senza passare per la sua approvazione.

Il pericolo che ne deriva è anzitutto l’anacronismo. Le norme, i parametri e i giudizi di una generazione non sono necessariamente buoni sempre per tutte le stagioni. Una società sana riconosce l’irrinunciabile funzione sociale degli anziani nella loro capacità di dire che certe cose al tempo loro sarebbero andate diversamente. Questa saggezza è benefica, perché la parola di un anziano, purché saggio e assennato, ispira rispetto e timore, come quella del montanaro che ha scalato molte vette o del marinaio che ha solcato molti mari. Dai nostri predecessori dobbiamo apprendere non a ripetere, ma a ricordare che si è responsabili di ciò che ci lasciamo alle spalle.

Questo insegnamento pratico è fondamentale per i giovani, che nel mondo si gettano con impeto, che hanno tutto da guadagnare nel mettersi alla prova, nel rischiare, nel perdere un’occasione data per certa per ricavarne i mezzi buoni per far fruttare altre dieci, cento, mille occasioni che il futuro nasconde su vie non ancora aperte o impervie e poco note.

Ma se i vecchi stessi sono irresponsabili? Se insegnano che il loro verbo è legge, anziché consiglio; che la loro esperienza è verità? Se usano la loro esperienza non come saggezza per guidare ma come scaltrezza per raggirare? Se in una società i modi del vecchio diventano modelli da seguire e ripetere, i giovani alla lunga finiscono con l’immedesimarsi. Qui inizia la catastrofe: le facce sono fresche, le membra forti, ma la fibra è macilenta, i nervi fragili, le facoltà mentali lente e offuscate.

All’intuizione subentra il calcolo e il coraggio s’estingue, perché per i vecchi cadere è fatale, mentre per il giovane è salutare. Lo stato delle cose ci insegna una lezione severa: che il benessere s’acquista in cambio di obbedienza e conformismo. Non si deve mordere la mano che nutre, bensì bisogna seguire la parola dei maestri, celebrarli e idolatrarli, fingere di credere che il privilegio sia diritto, che la corruzione sia etica, che i ricatti siano consigli, e quel benessere sarà assicurato, per quel che vale e per quanto potrà durare.

Infatti niente permane indefinitamente e il benessere ce lo siamo mangiato tutto, resta solo il conto da pagare. Certe lezioni s’imparano nella sconfitta, non nella vittoria, scrisse un tedesco reduce dalla guerra nazista. La nostra sconfitta è la cosiddetta crisi. Ma è davvero così? Eppure i rapporti di forza non sono stati messi in discussione: i vecchi comandano e i giovani s’adeguano, coltivando il sogno di accedere un giorno, quando anche loro saranno finalmente vecchi, al paradiso sans soucis degli “Over Sixty” ricchi, belli e potenti. Nel frattempo invecchiano presto e si rassegnano, diventano fatalisti, disposti ad accettare e giustificare tutto. E non si accorgono che per la maggior parte di loro quel paradiso è già perduto e che resta loro il triste purgatorio della vecchiaia grigia e della pensione minima, beato chi ce l’ha.

Non credo che ci sia alcuna crisi, questa è solo una comoda parola d’ordine per far abbassare la testa e indurre la rassegnazione davanti alle ingiustizie e alle decisioni politiche impopolari. In realtà il mondo è come prima, salvo qualche piccola differenza di forma. C’è invece la decadenza, che è diverso: vogliamo fare quel che si faceva prima, senza esserne più in grado.

Massacrati da precariato, ricatti, instabilità emotiva, frustrazione, i cosiddetti giovani di questa Italia rischiano di vivere una vita squallida, decrepiti, con un ghigno triste sui teschi abbronzati. Ma il mondo è più grande, non rassegniamoci. Ed è dentro di noi.

Gianluca Cinelli

Gianluca Cinelli vive attualmente a Roma. Ricercatore, collabora al progetto "Lessico leopardiano" all’università di Roma La Sapienza e scrive anche narrativa (del 2011 il romanzo "Fantasmi in Val d’Orcia"). Ha preso il dottorato in italianistica in Irlanda nel 2008 e trascorso due anni all’università di Francoforte come borsista della Fondazione Humboldt, con una ricerca su etica e letteratura in Alessandro Manzoni. Si occupa da anni di autobiografia e letteratura di guerra. Ha pubblicato libri e articoli su Nuto Revelli, Primo Levi, Manzoni e memorialistica di guerra.


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