Altritaliani

Lisboa no vento, di Francesco Bove

giovedì 15 novembre 2012 di Marina Bisogno

Francesco Bove è un giovane attore dell’hinterland napoletano che ha scritto uno spettacolo teatrale intitolato “Lisboa no vento”. Sta portando in giro la sua performance nelle associazioni del napoletano e tra un po’ arriverà a Pisa e in altre città. Il testo è di una poesia straordinaria. Lisbona è un luogo dell’anima e diventa un pretesto, una coincidenza. Marina Bisogno con un’intervista all’autore arricchita di un estratto del testo ci racconta questo suo viaggio mentale.

Lisbona è un luogo e uno spazio dell’anima. È un ricordo, una luce serotina irruente, nel chiaroscuro di una stanza. A questa città sfuggente Francesco Bove, giovane attore napoletano, ha dedicato il suo ultimo spettacolo “Lisboa no vento”. Scritta di suo pugno (mise en espace di Clelia Bove), la rappresentazione è un monologo romantico sull’aporia dell’amore e di certe faccende della vita. Sullo sfondo i vicoli, i bugigattoli del capoluogo portoghese, e al centro tre coppie, sei persone che si inseguono senza riuscire a raggiungersi, a toccarsi. La voce dell’attore ricalca gli umori e i gangli delle relazioni amorose, tutte diverse, tutte in qualche modo difficili. Ma pare quasi che dire difficoltà equivalga a banalizzare, perché è l’asprezza della verità l’unica via di liberazione per i personaggi. E allora Lisbona diventa un pretesto, una coincidenza, un incidente di percorso. La bella città sfuma, scolora nel blu di un mare anonimo, mentre le voci si interrogano e ti interrogano. Il turgore e la musicalità del testo di Francesco rinascono attraverso la sua voce, capace, non so come, di scavarti dentro e trascinarti sulla scena.

Marina Bisogno: Francesco Bove, il viaggio è una costante del tuo spettacolo. Tu che viaggio hai affrontato per preparare “Lisboa no vento”?

Francesco Bove: Un viaggio mentale ostinato e fortemente desiderato, fatto di piccole grandi cose, emozioni, suggestioni, parole e luoghi condivisi. Ho viaggiato e mi sono fatto viaggiare, ho cercato di andare oltre la narrazione, la pagina scritta, credo in effetti che sia un vero e proprio lavoro di ricerca ma non nel senso classico del termine. C’è ricerca perché personalmente mi sono assunto l’onere di ricercare dentro di me le parole che uso in scena, il loro suono, il linguaggio adottato. Un atto di coraggio, a mio avviso, poiché solitamente ci si affida a parole, esperienze altrui per immedesimarsi. Invece qui è come se mi facessi possedere da mille voci, che sono altro da me, ma, al contempo, mi abbandono a me stesso. E’ un viaggio duro ma appagante, e sono contento di riuscire a far vivere questo lavoro come se si assistesse ad un rituale pagano, pieno di simboli. Perché è tutto tranne che uno spettacolo teatrale, ci tengo a precisarlo.

M.B.: Napoli aleggia tra le pagine, esiste nelle tue parole. Alla fine dici che siamo un luogo. Tu quale sei?

F.B.: Io sono il luogo che vivo tutti i giorni. Ma se ti riferisci a Napoli, sono l’acqua del mare di Napoli, i vicoli del centro storico, il loro odore oppure un tramonto infuocato visto dalla Caracciolo, per fare alcuni esempi. Ma vale sempre il discorso di Tabucchi, dove dice che “un luogo non è mai solo quel luogo ma quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”.

M.B.: Parli sempre di bellezza, di sogno. I tuoi personaggi disdegnano la banalità del quotidiano. Quanto ti assomigliano?

F.B.: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e da un sogno è coronata la nostra breve vita”, scrive Shakespeare nella scena I dell’atto IV de “La Tempesta”. Ma non è così? Solo una persona distratta o in mala fede può effettivamente affermare il contrario. In questo mi assomigliano. I miei personaggi chiedono di poter vivere la vita che vogliono, una vita felice, desiderata, superando ogni tipo di struttura. Una vita fatta di desiderio, amore, passione travolgente ma anche di piccole gioie quotidiane. Non il banale quotidiano, ripetuto all’infinito, dell’ “Amore, come stai, che stai facendo, cosa hai mangiato”, delle domande (e risposte) di cortesia messe lì giusto per portare a termine il compitino che un rapporto di coppia richiede ma un quotidiano anche fatto di pesi da trascinare insieme. Qui sta allora la vera bellezza, perché tutti sanno fare assistenza al partner nel momento del bisogno ma la difficoltà arriva quando a dover essere sollevati sono i pesi mentali, quelli che non si vedono e che, a mio avviso, sono i più dolorosi, quelli che fanno da impedimento. Se hai fatto caso, lei, arrivata a un certo punto di Lisboa no vento, dice che vorrebbe obliarsi nell’altro e continua dicendo – prendo il testo che non me lo ricordo - “Sono stanca, sapessi, mi sento sfinita, pensarti mi comporta un dispendio di energie che mi sta logorando pian piano”. Ecco, quando accade questo, siamo di fronte a un autentico miracolo, dinanzi alla Bellezza. Sono corpi pieni dell’Altro e anche in questo mi assomigliano.

M.B.: Quant’è difficile, se lo è, fare teatro a Napoli per un esordiente?

F.B.: Fare teatro è sempre difficile soprattutto se si rifiuta di fare teatro. Io mi cerco da me i contatti oppure, se sono fortunato, approfitto del passaparola. Una persona che è venuta a vedere Lisboa, conosce il proprietario di un locale o di uno spazio, mi suggerisce e così via. Potrei cominciare a mettermi seriamente a promuovermi, a darmi uno status ma forse non voglio. E’ difficile già fare teatro, di suo, poi se a ciò aggiungi Napoli ed esordiente, allora molto meglio lavorare in un call center, si hanno più soddisfazioni. A Napoli abbiamo tantissimi talenti che non hanno ancora lo spazio che meritano. Mi viene in mente la realtà di Teatro in Fabula o Pietro Tammaro, e, a volte mi dico, ma che mondo infame, perché quel tizio riesce ad avere il Mercadante e loro no? Io non faccio testo, sono felicissimo quando mi vengono a dire che si sono commossi con Lisbona e che sono bravo, in realtà non lo sono affatto, cerco solo di essere onesto con chi mi viene a vedere. Tutto qua.

Marina Bisogno

A colpi di penna

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PDF - 67.9 Kb
Estratto di "Lisboa no vento" da scaricare

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PER SAPERNE DI PIU’

Lisboa no vento
Testo di Francesco Bove
Mise en espace da Clelia & Francesco Bove
Performance di Francesco Bove
Musiche di Ysaye, Mark Kozelek, Madredeus, Stavros Lantsias

DATE REALIZZATE

13 maggio Ferro Tre, Scafati
25 maggio 2012 Torchio Spazio, Somma Vesuviana
28 ottobre 2012, bis Ferro Tre, Scafati

PROSSIMA DATA

22 novembre Teatro Rossi @ Pisa, Sceneforum

CONTATTI
C’è qualche teatro o associazione italiana a Parigi interessata allo spettacolo?

FRANCESCO BOVE : francescobove85@gmail.com
3772034563 / 3392075174

COSTI DI ALLESTIMENTO

Tecnico audio : 50 euro
Promozione e comunicazione evento : 40 euro
Materiali di scena : 10 euro


Note bio di FRANCESCO BOVE
Ha recitato in diverse compagnie napoletane e ha partecipato al laboratorio “Diffusione Teatro” condotto da Eduardo Zampella sui testi di Eugenio Barba. Nel 2003 ha affrontato, con un gruppo post-rock, una rilettura atipica degli “Inni alla notte” di Novalis mentre nel 2005 ha scritto e messo in scena uno spettacolo, dal titolo “High Spirits”, sulla canzone d’autore italiana che prevedeva un connubio tra teatro, musica e pittura.Il suo lavoro in scena è un continuo “work in progress”, che punta molto sull’umore dell’attore sul palcoscenico e su un testo-flusso di coscienza solo apparentemente disarticolato ma, in realtà, preciso e schietto. Con “La mia coscienza è un flusso” è stato finalista alla IV edizione del concorso-festival napoletano sul monologo “Fuori Luogo”, diretto da Vincenzo Maria Lettica, rappresentato poi nella sua forma più estesa allo Spazio Libero Teatro di Napoli. Ha diretto la prima edizione di “IntrafesTeatro” a Napoli con Vittorio Lucariello. Nel 2010 ha accompagnato con letture la presentazione de "L’età indecente" di Marida Lombardo Pijola (Bompiani Editore) e scrive per diverse testate di teatro, musica e letteratura (tra cui KLP, Indieforbunnies e Il Recensore). Dal 2010 porta in scena "Prove per una rosa", una mise en espace, che ha toccato vari spazi e teatri italiani, dedicata al discorso amoroso di Roland Barthes.
Dal 2012 ha attivato un dibattito pubblico su Mescalina, nella sezione teatro, a cui parteciperanno addetti ai lavori del teatro italiano che si interrogheranno sulla crisi del teatro in Italia.


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