Conflitto del Nagorno Karabagh: la minaccia di un’escalation fuori controllo e la posizione italiana.

Ani Vardanyan, autrice di questo articolo in cui esprime e spiega la sua profonda preoccupazione, vive a Yerevan. Si trova in mezzo a una guerra che fa molti morti anche tra i civili.  Di recente, il conflitto si è riacceso e la sua internazionalizzazione può solo aggravare la situazione. Il Governo italiano ha espresso la sua posizione. Laureata in Lingue Straniere all’Università di Bologna, da anni Ani Vardanyan è impegnata nel diffondere la lingua e cultura italiana in Armenia. Insegna lingua italiana all’Università Brusov di Yerevan e all’Università Americana in Armenia. Collabora anche con un importante quotidiano armeno (Aravot) scrivendo notizie sull’attualità italiana.

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Domenica scorsa 27 settembre le truppe azere hanno lanciato un massiccio attacco alla Repubblica del Nagorno Karabagh (Artsakh). Gli attacchi hanno preso di mira gli insediamenti civili, inclusa la capitale Stepanakert. Le forze armate dell’Azerbaijan continuano gli attacchi su larga scala lungo tutto il confine del Nagorno Karabakh. Le truppe azere fanno grande uso dei loro armi militari tra cui aerei da combattimento, carri, droni militari, missili aria-superficie a lungo raggio. A questa offensiva è stata immediata la risposta della Repubblica Indipendente di Artsakh dichiarando la legge marziale. L’esercito della difesa di Artsakh mobilizzando le forze armate lungo tutto il confine respinge con successo gli attacchi continui. Migliaia di volontari armeni inclusi i connazionali della diaspora hanno espresso la loro volontà di unirsi all’esercito armeno sin dal primo giorno degli scontri. Giorni fa il Presidente della Repubblica di Artsakh Arayik Harutyunyan aveva dichiarato: “La coesione e la volontà collettiva espresse dal popolo armeno ci avvicinano di più alla nostra imminente vittoria’.

Passata una settimana dall’escalation la situazione diventa sempre più allarmante. L’Azerbaijan continua a concentrare le forze lungo il confine. Le forze armate azere attaccano non soltanto obiettivi militari ma prendono anche di mira soggetti civili. La capitale Stepanakert è sotto continui bombardamenti. Giorni fa quattro giornalisti tra i quali due giornalisti del quotidiano francese Le Monde sono rimasti feriti dal fuoco dell’artiglieria azera nella città di Martunì mentre filmavano civili in fuga dal conflitto. Il Ministero della Difesa armeno ha dichiarato che le forze azere stanno utilizzando missili a lungo raggio causando danni alle infrastrutture civili il che può portare ad un disastro umanitario ed ambientale. Il Presidente dell’Arsakh Arayik Harutyunyan ha annunciato di trovarsi in prima linea per combattere contro il nemico.

Nei giorni precedenti la parte armena aveva dichiarato più volte che è stato l’Azerbaijan a dare il via all’offensiva e che si tratta di un intervento ben pianificato da mesi. Le prove ne parlano a sufficienza. Giorni fa il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato: “Gli attacchi lanciati da parte dell’Azerbaijaan la scorsa domenica non hanno nessuna giustificazione. L’ho detto direttamente al Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliev”.

Il Ministero della Difesa della Repubblica armena ha dichiarato diverse volte che le truppe azere vengono assistite dalla Turchia. Inoltre nei combattimenti sono impiegate anche le armi di fabbricazione turca. Giorni fa l’aereo armeno Sukhoi-25 è stato abbattuto da un F-16 turco. Il rappresentante del ministero della Difesa della Repubblica dell’Armenia Artsrun  Hovhannisyan ha dichiarato che sono state registrate le conversazioni dei piloti in lingua turca.

Dopo il cessate il fuoco del 1994 questa escalation è la più alta mai registrata tra i due paesi. Il 1° ottobre sono stati avvistati droni del nemico violare lo spazio aereo armeno. Tra questi 4 non lontano dalla capitale Yerevan. Sette droni sono stati abbattuti dalle forze di contraerea armena nell’arco della giornata. Inoltre l’artiglieria del nemico ha colpito diverse volte la città di Vardenis (Repubblica dell’Armenia).

Gli esperti in settore concordano unanimamente sulle motivazioni dell’Azerbaijan in questa escalation. Per il dittatore Ilham Aliev si tratta dell’ultima opportunità per prolungare il suo regime. A differenza sua il Primo Ministro armeno Pashinyan che è salito al potere nel 2018 è considerato il simbolo della rivoluzione di velluto. Per placare le proteste nel paese e per distogliere l’attenzione del popolo azero dalla crisi economica, dalle violazioni dei diritti umani, dal regime corrotto della dinastia degli Aliev, il Presidente azero ha deciso di giocare l’ultima carta. Se per Aliev si tratta di una guerra per prolungare il suo potere nel proprio paese, se per Erdoghan la guerra scatenata dal suo alleato è l’ennesima opportunità di destabilizzazione in questa regione, l’Armenia non ha interessi a scatenare la guerra.

Durante l’intervista concessa dal Presidente della Repubblica  dell’Armenia Armen Sarkissyan al canale Al Arabiya il Presidente spiega: “Gli abitanti del Nagorno Karabakh non hanno nessun motivo per attaccare l’Azerbaijan. Loro vivono nella loro repubblica indipendente, loro conducono  una vita normale, perchè mai dovrebbero attaccare l’Azerbaijan e eseguire questo bagno di sangue”.

 

© Sputnik. Ilya Pitalev

In questo conflitto la Turchia ha sempre supportato pienamente l’Azerbaijan. Nei giorni precedenti il governo armeno ha portato all’attenzione della comunità internazionale il fatto che contro l’esercito armeno combattono anche i militanti siriani. Ormai sono confermate le informazioni arrivate giorni fa sul fatto che la Turchia ha addestrato e trasferito ai confitti dell’Artsakh centinaia di jihadisti (mercenari dell’Isis). Il messaggio del premier della Repubblica di Armenia  è stato molto chiaro: “Artsakh lotta contro il terrorismo internazionale che non fa distinzione tra le frontiere geopolitiche dei suoi obiettivi.  Questo terrorismo minaccia ugualmente Stati Uniti, Iran, Russia e Francia. L’Artsakh, l’Armenia e il popolo armeno stanno lottando per la sicurezza globale”.

Inoltre in un’intervista concessa al Washington Post il 30 settembre Pashinyan ha portato all’attenzione della comunità internazionale il fatto che il popolo armeno affronta una minaccia esistenziale ed aggiunge :“Noi dobbiamo usare tutti i mezzi per difenderci’’. Il Premier armeno aveva già avvertito che se non si ferma in tempo, la guerra in Caucaso rischia di destabilizzare la pace mondiale.

Giorni fa Emmanuel Macron ha dichiarato di possedere informazioni confermate che più di 300 militanti siriani sono stati schierati  nella zona del conflitto del Nagorno Karabakh  e che tutti hanno legami con lo Stato Islamico. In seguito anche la portavoce del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, Maria Zakharova ha detto che la Russia possiede informazioni sulla partecipazione dei militanti siriani alla guerra di Nagorno Karabakh. Il portavoce del ministero degli Esteri dell’Iran ha avvertito che l’Iran non permetterà i gruppi terroristici nelle aree adiacenti ai confini nord di diventare un centro di minaccia per la loro sicurezza. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato che sono stati effettuati decine di voli tra La Turchia e l’Azerbaijan per trasportare mercenari siriani.

E l’Italia…. compresi i suoi interessi nel conflitto del Caucaso meridionale

Il Governo italiano ha espresso la sua posizione sulla vicenda il 27 settembre. Sul sito della Farnesina si legge: “Esprimiamo preoccupazione per le notizie di gravi scontri lungo la linea di contatto fra le forze armate azere ed armene. L’Italia chiede alle parti l’immediata cessazione delle violenze e l’avvio di ogni sforzo, in particolare sotto gli auspici dell’OSCE, per prevenire i rischi di ulteriore escalation”. In seguito il 30 settembre il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio ha dichiarato che l’Italia teme una “seria escalation militare” ed è preoccupata per i rinnovati scontri militari lungo la zona di contatto tra Azerbaigian e Armenia. Il 1° ottobre il ministro Di Maio ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Affari Esteri azero Bayramov incentrato sugli scontri in Nagorno Karabakh. In seguito il 2 ottobre il ministro ha avuto un colloquio anche il ministro  degli Esteri armeno Mnatsakanyan durante il quale ha espresso preoccupazione per l’entità degli scontri e ha messo in evidenza la necessità di un cessate il fuoco immediato.

On October 2, Foreign Minister Mnatsakanyan held a phone conversation with Luigi Di Maio, the Minister of Foreign Affairs and International Cooperation of Italy. Foto pubblicata sul sito del Ministero degli esteri della Repubblica di Armenia

Finora l’Italia non ha ancora condannato con fermezza l’Azerbaijan né per gli atti di crimine compiuti  dalle truppe azere, né per i bombardamenti degli insediamenti civili durante i quali sono stati uccisi decine di civili, né la violazione dello spazio aereo armeno che porta il conflitto fuori del territorio del Nagorno Karabagh. Questo invece, è stato fatto al livello di alcuni parlamentari e deputati italiani che hanno invitato il governo ad agire.

L’Italia è il partner strategico dell’Azerbaijan in Europa. Nel 2020 durante la visita del presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev in Italia sono stati firmati ben 28 accordi, tra cui « Dichiarazione Congiunta sul Rafforzamento del Partenariato Strategico Multidimensionale », definito da Aliev stesso come « un documento politico estremamente serio, approfondito e dettagliato, che copre tutti i settori delle nostre relazioni e identifica le priorità chiave per la nostra futura cooperazione ».

Come ben si sa l’Azerbaijan è il primo fornitore di petrolio dell’Italia sin dal 2013. Inoltre grazie al Corridoio Meridionale del Gas nei prossimi mesi il gas dovrebbe arrivare dall’Azerbaijan in Italia via altri paesi europei. Non è da sottovalutare il fatto che tra gli azionisti del progetto c’è anche Snam, la società italiana di infrastrutture energetiche(20%).

Il governo italiano non si affretta a condannare fermamente l’aggressione e la violenza scatenata nei giorni precedenti da parte dell’Azerbaijan parlando del vero colpevole dell’escalation. L’Italia dovrebbe invece accogliere i segnali di un possibile conflitto fuori controllo e notare che l’aggravante tensione e la politica aggressiva e violenta dell’Azerbaijan e della Turchia con il ritrovato panturchismo alle porte dell’Europa sono una diretta minaccia all’Italia stessa e che la democrazia, il diritto dell’autodeterminazione, le vite innocenti dei civili vengono molto prima degli interessi economici.

Ani Vardanyan

 

Approfondimento:

Artsakh detto anche Nagorno Karabakh è un territorio storicamente armeno. Si parla di Artsakh come parte integrante dell’Armenia nelle opere di Strabo, Plino il Vecchio, Claudio Tolomeo. Nel 1921 con la diretta interferenza di Stalin fu presa la decisione di incorporare forzatamente il territorio di Arstakh nell’Azerbaijan in seguito nel 1923 venne incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica d’Azerbaijan come un oblast autonomo. Da sottolineare il fatto che nel 1923 il 94.4 % della popolazione di Artsakh era armena che in conseguenza della politica discriminatoria, aggressiva e violenta dell’Azerbaijan comincia a scendere drasticamente. La fase attuale del conflitto del Nagorno Karabakh iniziò nel 1988, quando in risposta alla volontà dell’autodeterminazione della popolazione del Nagorno Karabakh le autorità azere hanno organizzato i massacri della popolazione amena scatenando la guerra. Nel 1991 Artsakh ha dichiarato la sua indipendenza esercitando il suo diritto all’autodeterminazione che rispetta pienamente il diritto internazionale. Nel 1994 l’Armenia, l’Azerbaijan e Nagorno Karabakh hanno firmato il cessare il fuoco seguito da numerose violazioni.  Attualmente Artsakh  è una Repubblica de facto. Gli abitanti dell’Arstakh non sono separatisti bensì i veri padroni di quella terra e hanno l’innegabile diritto all’autodeterminazione (Patto internazionale sui diritti civili e politici, Patto sui diritti economici, sociali e culturali, in cui si afferma “Tutti i popoli hanno il diritto all’autodeterminazione”).

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