A proposito di Venezia 75. Focus sui film francesi e d’altro…

Il 2018 è stato un po’ un anno di transizione, per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ufficialmente era il 75° – pur se nata nel 1932: tre importanti quarti di un secolo che ha visto progressi (e regressi) a non finire, sia nel campo visivo che in tutti quelli dello scibile, ovvio.

Ma proprio i continui cambiamenti che ci ossessionano, a volte, han fatto sì che anche questa grande ed antica festa del Cinema si sia, come dire, capillarizzata, diffusa, come oggi le mostre d’arte, e si sia anche un po’ persa, in molti rivoli.
Una Mostra per tutte le stagioni, certo, ma che un po’ alla volta sta perdendo d’identità: in maniera conservatrice, potremmo forse azzardare questa definizione, ma l’offerta sparsa, a volte, si è rivelata dispersiva.

Aveva ragione Greenaway che già molti anni fa aveva detto proprio a Venezia che il cinema è morto, ormai, viva il Cinema?
Esagerata  la dichiarazione del grande cineasta britannico che è, in realtà, un multiforme genio, l’ultimo degli eclettici rinascimentali, pieno di altre mille risorse come è – quelle visive a parte – ma, forse, non completamente fuori luogo.

Tanta comunque l’offerta….visiva: dai film in concorso alle corsie a latere, ai Classici restaurati, ai documentari, alle ‘chicche’ che solo ai cine-festival è dato vedere, insomma davvero una grande kermesse per tutte le stagioni ed i gusti, ma avrà accontentato davvero tutti?
Lasciamo il discorso quanto mai interlocutorio – come deve esser poi, per non morire all’ombra di una perfezione inesistente.

Così, dando un’occhiata al particuliér, soffermiamoci brevemente sui FILM FRANCESI, pellicole che difficilmente deludono, che han sempre qualcosa da dire e da dare al visivo fruitore.

In concorso c’era:

Frères ennemis dello sceneggiatore e regista francese David Oelhoffen (uscita in Francia il 3 ottobre), un testo forte, interpretato con grande carica e violenza; una storia forse già raccontata tra crimine e legge,  con Matthias Schoenaerts e Reda Kateb, il primo di origine belga.
Anche la produzione è franco-belga: spesso i ‘destini’ delle due nazioni si incrociano a livello cinematografico.
Notevole la glossa sonora, un sempre più grande Alexandre Desplat, premio Oscar e presidente di giuria veneziana di qualche anno fa.

E Matthias Schoenaerts e Reda Kateb ci ‘conducono’ direttamente all’altro film francese in concorso, Les Frères Sisters di Jacques Audiard, perché entrambi son stati ‘scoperti ed amati’ fin da giovani dal cineasta a tutto tondo: per questo film, uscito da poche ore nelle sale francesi, suo primo di produzione inglese, Audiard ha meritato il Leone d’Argento per la miglior regia.

VENEZIA 75 – Les Frères Sisters -Photo John Reilly

La pellicola, molto criticata per il suo linguaggio ‘sopra le righe’, sarà sicuramente molto apprezzata od odiata: si rifa, per certi versi, ai western cosiddetti ‘alternativi’ che dominarono gli schermi politicamente ed ideologicamente dagli anni Settanta, come Corvo rosso non avrai il mio scalpo, di Sidney Pollack in poi per arrivare fino ai forti testi di Sam Peckinpah come Il mucchio selvaggio, La ballata di Cable Hogue, Pat Garrett e Billy the Kid ed ai più recenti Silverado  o Wyatt Earp di Lawrence Kasdan.

Doubles vies del premiatissimo Olivier Assayas, in concorso, uscirà in Italia con il titolo Non Fiction (uscita in Francia: 16/01/2019).
Con esso il regista ha voluto analizzare i cambiamenti che la rivoluzione del digitale apporta ogni giorno nelle nostre vite: in questo caso è il mondo dell’editoria ad esser preso, con ironia e sorriso, in considerazione, protagonisti di livello Guillaume Canet e Juliette Binoche.

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Fuori Concorso e già nelle sale il film di Valeria Bruni-Tedeschi,  Les Estivantsche l’ha pure sceneggiato –  una coproduzione italo-francese con la stessa B. T., uno ‘sprecato’ Pierre Arditi, Valeria Golino, Vincent Perez ed altri (uscita in Francia 30/01/2019).

Uno spaccato di vita estiva in ricca villa sulla Costa Azzurra, manco a dirlo, tra i ricordi giovanili della nostra: l’incomunicabilità, la solitudine o, forse, il nulla (personale e sociale) che avanza?

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L’Année dernière à Marienbad de Alain Resnais figurava tra i Classici Restaurati.

Il film è uno dei capolavori del grande regista francese ma occorre ricordare che la sceneggiatura ed i dialoghi sono di Alain Robbe-Grillet,  uno degli scrittori – cardine de Le nouveau roman, come è noto, e si ispira al romanzo L’invenzione di Morel, dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares (n.d.r. QUI la recensione Altritaliani).

Un film difficile, certo, sulla morte, l’amore, la solitudine, l’immortalità e forse datato ormai – Leone d’Oro forse non ben compreso alla Mostra del Cinema del 1961, ma pur definito ‘perfetto’ a modo suo, protagonista il nostro grande Giorgio Albertazzi (presente pure in due fotogrammi della sigla d’apertura d’ogni film di quest’anno) insieme con la brava Delphine Seyrig.

Da L’Anno scorso a Marienbad, con Giorgio Albertazzi e Delphine Seyrig

Giocato sul tempo, sul retro tempo, sui vari piani spazio-temporali, fu di sicuro ispirazione per La jetée, un cortometraggio di Chris Marker del 1962, che a sua volta informò di sé L’esercito delle 12 scimmie del ‘Monty Pithon’, Terry Gilliam, nel 1995.

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Enfin, una menzione, diciamo così, speciale, merita il piccolo grande film C’EST CA L’AMOUR, presentato nell’ambito delle Giornate degli Autori, primo lungometraggio della francese Claire Burger.

E’ un lavoro tutto suo: arriva dopo varie collaborazioni e lavori a più mani che le han fruttato, tra l’altro, una Caméra d’or a Cannes, nel 2014, grazie alla pellicola Party Girl, film d’apertura della sezione Un certain regard.
In parte certamente biografico, come spesso accade nelle opere della Autrice, anche qui si parte da vicende personali e reali: al centro una famiglia da poco disgregata.
Una moglie se ne è andata, alla ricerca di se stessa, dopo vent’anni insieme con un uomo da cui ha avuto due figlie, un’adolescente ed una giovinetta, ciascuna immersa nella propria crisi esistenziale.
Ma mentre loro sembrano vivere in maniera più lieve – benché solo in apparenza – il marito-padre non si dà pace, non è in grado di affrontare con serenità e da solo una paternità amatissima ma che lui avverte particolarmente pesante, pressoché ingestibile ed una pseudo – vedovanza non ‘desiderata’.
Film molto intimista, ripiegato sul senso della distruzione della famiglia, dapprima sommesso, poi deflagrante, implodente.
Tutto potrebbe andare verso la tragedia, tutto potrebbe davvero deviare in maniera irreversibile, poi pian piano la ‘normalità’ si ricostituisce o, per lo meno, pare volgersi verso il ‘quasi sereno’.
La disperazione lascia il posto alla speranza, meglio, al possibilismo verso una nuova vita da ri-comporre.
Ottime le performances, specie quella di Bouli Lanners, eccellente attore e regista belga, dosata la regia per un’opera prima riuscita e ‘risolta’, specie nella seconda parte.
Macchina a mano, a tratti, certo faticosa, ma atta a testimoniare il dolore, la sofferenza, il lutto interiore della separazione, il rimpianto.
E davvero notevole il commento musicale, specie il (più volte ripetuto) Andante Primo Mov. della Sinfonia 488 di Mozart.

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Ma si vorrebbe chiudere questa breve carrellata parlando brevemente di un docu di respiro internazionale  – così nelle nostre ‘migliori intenzioni’. 

Si allude a 1938 – Diversi , un documentario di Giorgio Treves.

Da pochi giorni è trascorso Rosh haShanah, il Capodanno ebraico: si è, infatti, entrati nel 5779. Ma ciò che in questo periodo si deve assolutamente NON DIMENTICARE DI RICORDARE è anche l’anniversario degli 80 anni dalla emanazione delle Leggi Razziali del 1938 – la data precisa è il 18 Settembre, del 1938.
Il bel documentario di Treves, presentato Fuori Concorso alla 75 a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, le rammemora molto bene, avvalorando con importanti testimonianze, filmati e fotografie quel tremendo evento.
Aveva scritto Umberto Eco: “Il fascismo può tornare e palesarsi nel più innocente dei modi: il nostro dovere è scoprirlo e puntare il dito ogni qualvolta ciò accada, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.
E infatti, anche nelle illustri testimonianze dei sopravvissuti ai lager presenti in pellicola – Liliana Segre, per citarne una – si comprende come tutto fosse precipitato nel più veloce e subdolo dei modi.

Liliana Segre

Molti Ebrei, come è noto, eran stati iscritti al Fascio, era assolutamente ‘normale’, anzi…

“1938, Diversi” è un documento di denuncia, di mònito – …affinché ciò che è accaduto non accada mai più, come avvertiva Primo Levi. Vuole ripercorrere ciò che implicò per la popolazione, ebraica e non, l’attuazione di quelle leggi e, in particolare, i sottili meccanismi di persuasione messi in opera dal fascismo. L’opera illustra anche la forte componente del razzismo subdolamente presente nel regime fascista fin dal suo inizio, per tradursi poi nella militarizzazione del popolo italiano, nell’esaltazione della romanità, nella conquista dell’Africa Orientale e infine nelle leggi anti-semitiche e nell’alleanza con Hitler.

Una grande consolazione si evince dalla pellicola, confermata, per fortuna da poco in un altro servizio apparso su Rai5: gli Italiani, a differenza di altri Europei, si differenziarono perché molte vite salvarono, in quei momenti, anche a discapito della propria.

Non accettaron mai, quanto ordinato dalle orribili Leggi Razziali!

Maria Cristina Nascosi Sandri

P.P. PASOLINI nel 1968 con i Giornalisti al Lido: un ricordo della Contestazione 50 anni dopo…
(Archivio ASAC)

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