La “pillola di Puppo”.
Quando ero bambino, nel quartiere genovese in cui sono cresciuto c’erano delle ombre su un muro, proprio sopra la sezione del PCI. I vecchi mi dicevano: seguile e vedrai. Io guardavo, e d’improvviso, come in un vecchio gioco della Settimana Enigmistica, vedevo un’immagine: il mento prominente, un elmetto. Benito Mussolini. Possibile? Erano passati trentacinque anni dalla fine della guerra.
Prima, lì c’era stata la Casa del fascio. I fascisti (astuti) avevano usato una vernice particolare, che tornava su. Più liscia rispetto alle pitture a calce o tempera del muro, non assorbiva il colore delle nuove coperture. Alla fine della guerra, i partigiani avevano riverniciato tutto. Ma non appena la copertura si sfarinava, per effetto delle piogge e del sole, riemergevano le antiche tracce. E allora via, una nuova mano di vernice. Per tutto il dopoguerra c’era stato questo balletto: il morto che afferra il vivo, dice Marx. Quell’ombra, che mi portava le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei, mi sembra dica qualcosa sull’Italia, su di noi, e sulla ricorrenza, appena trascorsa, del 25 aprile.

Ogni anno, è la fatale ripetizione della stessa vicenda. Una parte di Italia non festeggia questa data, pure fondativa per la nostra democrazia; la vive con fastidio, o la osteggia; perché pensa (a torto) che la Resistenza sia stata fatta solo dai “comunisti”, in nome di un ideale alternativo al fascismo, ma considerato altrettanto autoritario. O forse perché, sotto sotto, quella parte d’Italia guarda con inconfessabile simpatia a quello che fu il fascismo: al suo autoritarismo, al paternalismo verso le classi popolari; al nazionalismo, alla xenofobia, alla comodità di avere una sola idea del mondo, una sola opinione, qualcuno che decide per tutti.
Ma c’è anche una parte d’Italia, diametralmente opposta, che non si limita a festeggiare, come giusto e secondo me doveroso; ma ritiene di essere l’unica titolata a farlo, vive come un sopruso la presenza di presunti “abusivi”, vuole decidere per tutti quali bandiere ammettere e quali no.
Tra i rituali ricorrenti, il più insopportabile consiste negli insulti alla Brigata Ebraica, di cui pure è davvero complicato contestare il titolo a partecipare. Molti leggono la sua partecipazione attraverso la lente del conflitto israelo-palestinese; ma non c’entra nulla. Chiunque abbia portato alle celebrazioni del 25 aprile le bandiere di Israele o degli USA secondo me ha fatto un gesto inopportuno, considerata la situazione attuale, ma temo che le contestazioni non siano andate solo a chi ha portato queste bandiere; mi sembra un’interpretazione auto-assolutaria. La presenza della Brigata Ebraica è stata sempre attaccata, in passato, anche in momenti in cui la situazione mediorientale era meno drammatica. Come se il fatto di portare la stella di David implicasse un peccato originale: la responsabilità dell’esistenza di Israele, considerato (unico paese al mondo) privo del diritto ad esistere. « Forse perché è un paese nato male? Ma quale Stato, ora libero e sovrano, non è nato male? », scriveva Pasolini, nel 1967. Questo odio indiscriminato verso Israele in toto, verso i suoi cittadini o gli ebrei in quanto tali, otterrà purtroppo un solo risultato: spingere molti israeliani e anche ebrei della diaspora verso destra, verso le posizioni di Netanyauh.

Ho anche saputo di aggressioni, anche queste davvero vergognose e inqualificabili, a chi portava la bandiera dell’Ucraina, al grido di « via i fascisti dal corteo » (sic). Via i fascisti dal corteo? È questa l’ombra che riemerge, come sul muro del mio quartiere.
C’è molto di fascista, miei cari, non certo in chi porta una bandiera con la stella di David o i colori dell’Ucraina; ma nell’attitudine di chi scaccia qualcuno perché porta una bandiera a lui sgradita; di chi si elegge padrone del territorio e in diritto di decidere chi ha diritto di presenza e chi no. Una festa collettiva (quale è il 25 aprile) dovrebbe essere centrata sul perimetro comune (per quanto esiguo) che unisce persone, movimenti, storie diverse. Se ognuno pretende che tutti i suoi (legittimi, magari sacrosanti) valori diventino condizione indispensabile per partecipare, è evidente che un momento di condivisione diventerà sempre un pretesto per azzuffarsi.
E dire che in questo caso il territorio comune c’è: Il 25 aprile è la festa di chi si riconosce nella lotta di liberazione dal nazi-fascismo, che ha portato alla creazione di una democrazia (per quanto imperfetta) fondata sulla Costituzione. Valore che può accomunare persone con visioni distanti od opposte su altri temi come la NATO, il conflitto Israelo-palestinese, il sostegno all’Ucraina, la stessa storia repubblicana italiana. È un perimetro comune in cui possono riconoscersi socialisti, comunisti, liberali, cattolici, conservatori (sì: anche conservatori). E a questo perimetro comune vorremmo dedicare (se permettete) un giorno all’anno, uno su 365. Possibile che non ci si riesca? È stato giusto lottare contro il nazi-fascismo e costruire una (magari scalcinata) democrazia al posto di un regime autoritario ? Se rispondiamo sì a questa domanda, nessuno può contestare il nostro diritto a festeggiare con gli altri il 25 aprile. È questa l’unica discriminante. Domani verrà domani, e (non temete) avremo tutto il tempo di tornare ad azzuffarci sul resto.
Maurizio Puppo




































