A volte ci si innamora di un libro, e attraverso di questo del suo mondo, del suo autore o autrice – ma è possibile innamorarsi di una casa editrice? e come? Certo, ricordo di essere stato affascinato, da ragazzo, dalla Piccola Biblioteca gialla di Adelphi e da sempre provo un brivido di piacere a sfogliare un volume della Pléiade… Ma insomma, con la piccola casa editrice Triestiana, scoperta pochi mesi fa in occasione di una serata parigina dedicata a Trieste, mi si è acceso qualcosa di particolare che vorrei provare a raccontare, a spiegare, anche per segnalarla all’attenzione dei lettori, il che mi sembra doveroso.

Innanzitutto mi ha intrigato il progetto. Triestiana è stata fondata nel 2021 da Laurent Feneyrou e Pietro Milli, con il sostegno di qualche prezioso collaboratore (a cominciare dal generoso e fedele Michel Valensi, fondatore e direttore delle Éditions de l’Éclat), allo scopo di far conoscere la poesia di Trieste e dintorni al pubblico francese – ma come vedremo fra breve il suo raggio è molto più ampio – per mezzo di pubblicazioni monografiche. Certo, si dirà, Trieste è ormai alla moda, da almeno una quindicina d’anni la piccola città ai margini, letteralmente, della penisola italiana cui appartiene, è sempre di più al centro dell’attenzione. Basti guardare il turismo, che è cresciuto in modo esponenziale, e rischia come sempre di modificare troppo rapidamente alcuni fragili equilibri, con le navi da crociera che intasano il porto, soprattutto d’estate, i gruppi organizzati che saturano piazza dell’Unità e tutto il centro storico, i negozi usa consuma e getta, uno uguale all’altro, che si moltiplicano, la spiaggia di Barcola che comincia a competere con quella di Ostia, le code al Castello di Miramare etc. E poi ci sono la storia e la politica, con la controversa anche se necessaria istituzione del giorno del Ricordo nel 2004, concernente la tragedia delle foibe e dell’Esodo, e le polemiche che continuano ad accompagnarlo anno dopo anno. Infine, c’è quel che ci riguarda di più, qui: la letteratura, che in realtà di moda lo è stata da sempre, nel senso che a Trieste è di casa, per così dire, sin dall’inizio della sua storia otto-novecentesca, e ha continuato ad esistere, a svilupparsi, dai grandi classici come Italo Svevo o Umberto Saba, sino alla recentissima vincitrice del Campiello, Federica Manzon.

Ma ecco, al di fuori degli specialisti o dei locali, chi conosce l’incredibile produzione poetica di Trieste e dintorni, soprattutto in dialetto, a parte forse (forse!) i nomi dei grandi Biagio Marin e Virgilio Giotti? Voglio dire, chi li conosce non dico in Francia o in Europa, ma proprio in quella stessa Italia di cui Trieste, geograficamente, culturalmente fa parte? Chi conosce, per esempio, Fery (Ferruccio) Fölkel, con le sue Monàde, 33 poesie del Giudeo (1978)? Triestiana lo pubblica come suo secondo volume nel 2022 (Balivernes, 33 poèmes du Juif), a pochi mesi di distanza dal primo, sempre nel 2022, non a caso Giotti, e non a caso la sua prima opera, del 1914, il Piccolo canzoniere in dialetto triestino, tradotto con il titolo di Petit chansonnier amoureux. Se infatti Giotti ci immette da subito nella prospettiva appunto del dialetto (di Trieste), Fölkel ne mette in luce, con apparente paradosso, la portata internazionale, mescolandolo con l’italiano, il tedesco, l’ebraico e magari l’inglese: già perché Fery, come lo chiamava ungheresemente suo padre, anche se in realtà il suo nome di battesimo era Ferruccio, porta dentro di sé, sin dal cognome (e dal nome!), l’Ungheria avita, da cui la sua famiglia era arrivata a Trieste verso la metà dell’Ottocento, ma anche l’Austria e la Galizia, da cui verosimilmente viene il suo originario cognome ebraico, Funkelstein – insomma, il grande Impero austro-ungarico, di cui Trieste era il fondamentale sbocco sul Mediterraneo. Del resto Giotti è uno nome d’arte, il suo vero cognome era Schönbeck, di origine boemo-tedesca, sudeta, com’era un nome d’arte quello che aveva scelto per sé Aronne Ettore Schmitz, la cui famiglia paterna era ebreo-tedesca, con origini anche ungheresi, per sempre noto come Italo Svevo – è impossibile a Trieste, nel giro di un paio di generazioni, non ritrovarsi catapultato in universi extra-italiani (ma che hanno straordinariamente arricchito la cultura italiana), a cominciare ovviamente da quello sloveno che da sempre vive intorno e dentro la città. In questo senso, sempre non a caso – c’è una logica sagace nell’ordine in cui le pubblicazioni si sono succedute – il terzo volume, nel 2023, è Confine (1980) di Gino Brazzoduro, insieme a Oltre le linee (1985), rispettivamente tradotti come Frontière e Au-delà des lignes, seguito qualche mese dopo, sempre nel 2023, da La girlanda de gno suore (1922), La guirlande de ma soeur, dell’altro grande poeta dialettale – questa volta in gradese – Biagio Marin. Insomma, di nuovo due pubblicazioni in uno stesso anno, a pochi mesi di intervallo, con un autore più famoso e uno meno, anche se adesso in ordine invertito…
Torniamo dunque un momento a Confine, la cui traduzione Frontière è tutt’altro che anodina, nel senso che è se vogliamo un termine più potente, più ambiguo, proprio come il suo gemello italiano, “frontiera”: questa può infatti essere un limite, il confine appunto (che è sinonimo), il border, o può essere zona d’incontro, dove il conosciuto s’incontra con lo sconosciuto – per noi: per gli altri è l’inverso, siamo noi i loro sconosciuti – e si conoscono, si sporcano, si scambiano, si cambiano reciprocamente: frontier. È particolarmente significativo, in questa prospettiva, che Brazzoduro sia nato a Fiume, oggi Rijeka – che in croato significa fiume… –, là dove l’Istria diventa Dalmazia, che è forse il luogo che più di ogni altro racconta la storia d’incontro e di scontro della Venezia Giulia – Fiume dove appunto all’inizio del secolo scorso si parlavano lingue diverse a secondo delle attività che ci si trovava a svolgere, e si diceva: el più stupido omo parla quattro lingue… E Brazzoduro, che come dice lui stesso “aveva fatto appena in tempo a nascere… in [questo] luogo nevralgico dell’Illyricum” (cioè nel 1925, la città sarà annessa all’Italia nel 1924, per poi diventare yugoslava), non poteva che scegliere, per la sua poesia, l’italiano – ma non come lingua della patria, bensì dell’esilio, dell’erranza: egli infatti non si sente appartenere a nessun paese ma piuttosto all’umanità tutta e, significativamente, consacrerà una parte importante della sua vita adulta alla lingua altra di quel travaglaito territorio – o meglio dovremmo dire, a una delle lingue altre – lo sloveno, e alla cultura, con particolare attenzione ai poeti, che se ne è servito.

Ora, dentro quel travagliato territorio, è come se il progetto Triestiana avesse poeticamente e geograficamente disegnato una sorta di quadrilatero, le cui inseparabili estremità, oggi attraverso tre paesi (Italia, Slovenia, Croazia) sono formate da Grado, Trieste, Fiume, già nominate, e Gorizia, vera e propria città frontiera, attraversata com’è dal confine fra Italia e Slovenia (Gorizia / Nova Gorica), e luogo anch’esso importante per i poeti sin qui menzionati e per molti altri fra quelli proposti dalla casa editrice – in particolare è la città in cui è nato e ha principalmente vissuto Carlo Michelstaedter, anche lui di famiglia ebraica di origine tedesca, straordinario pensatore, e poeta, di quegli stessi straordinari anni di inizio Novecento, morto suicida a soli 21 anni, quasi si fosse incendiato nella sua radicale ricerca della verità e della libertà, incompressibile come l’infinito mare, che nel suo non tempo rivela l’assolutezza dell’attimo presente (così scrivendo ripenso a come lo racconta il suo amico Enrico Mreule, nella sapiente finzione del triestino Claudio Magris, Un altro mare): le sue poesie giustamente saranno pubblicate in questo 2026, insieme a una nuova raccolta (la terza) di Biagio Marin.
In secondo luogo, con il progetto e attraverso di esso, mi hanno conquistato, come si è già capito, i singoli libri, tutti e dieci quelli usciti sin qui (nel 2024 e nel 2025 sono stati infatti pubblicati tre libri per anno!), e aspetto impaziente quelli che si annunciano. La scelta dei nomi, per cominciare, famosi e meno famosi appunto, alcuni quasi sconosciuti al di fuori degli specialisti o dei triestinofili accaniti. Io stesso – lo confesso, a mio disdoro, ma anche a conferma di quanti tesori nascosti contenga la letteratura giuliana – non avevo mai letto La Buffa, di Giulio Camber Barni, straordinaria “epopea popolare”, come la definivano Umberto Saba e Bruno Meier, che a tratti, nei toni sobri e antieroici, antiretorici, mi ha fatto pensare a Lussu, anche se è meno, come dire, politicizzata, e soprattutto integralmente in versi (e in italiano, questa volta, non in dialetto). Non avevo neanche letto le opere contenute nel secondo volume consacrato a Gino Brazzoduro, pubblicato nel 2025: A Itaca non c’è approdo (1987) seguito da Tra Scilla e Cariddi (1989), entrambe, com’è evidente sin dal titolo, orientate in una prospettiva omerico-mediterranea, per tornare ancora ed ancora sull’impossibilità di un “ritorno alle radici” e sull’ontologica appartenenza del poeta a una sorta di “diaspora universale”. Trieste è fra il Carso e il mare, è persino banale ricordarlo, ma è meno banale ricordare che come per Fiume quel mare è lo stesso Mediterraneo della Grecia, e i legami fra le due culture, la triestino-giuliana e appunto la greca, sono storicamente più profondi di quel che oggi appare.
Piccola divagazione personale, che mi ha interpellato sin dall’inizio dei miei studi sulla Grecia antica, per quel che appunto riguarda la “vicinanza” con Trieste e i suoi dintorni. I Greci, con lo sguardo sempre rivolto verso la madre-patria, hanno cominciato a costruire la loro cultura nelle cosiddette colonie orientali, lungo le coste dell’attuale Turchia, e in quelle occidentali, nell’attuale Italia meridionale e Sicilia, come a ricordare che i margini sono più importanti del centro; i Greci, anche, per quel che riguarda la poesia (anch’essa fiorita innanzitutto ai margini), hanno sempre messo in evidenza l’importanza dei cosidetti dialetti. E poi c’è quel ricordo della mia prima giovinezza, di quando da Trieste partivano i battelli per andare a Patrasso.
Nello stesso senso – è il terzo motivo di innamoramento – va sottolineata la pregevole fattura dei libri, dalla qualità della carta alla raffinata sobrietà della linea grafica, con uno stile insieme uniforme e individualizzato, sin nei singoli dettagli, come se ogni libro fosse un prodotto confezionato a sé: colpisce ad esempio (è un dettaglio appunto) la scelta di iniziare i titoli con la minuscola: “petit chansonnier amoureux”, etc. Quindi, per quel che riguarda il contenuto, c’è la cura degli apparati di accompagnamento, le prefazioni, con la collaborazione di diversi specialisti o degli stessi autori, e insieme ad altre appendici spesso delle postfazioni, per la penna di Laurent Feneyrou: particolarmente suggestive, utili, dal mio punto di vista, quelle per i volumi consacrati a Biagio Marin (due) e a Gino Brazzoduro (due), perché lette in successione riescono, in un modo nel contempo divulgativo e profondo, a dare un’idea dell’inestricabile groviglio di morte, dolori, rancori ma anche a tratti speranze, utopie che ha caratterizzato la storia della Venezia Giulia… Infine ovviamente – e anzi dovrebbero essere nominate per prime – ci sono le traduzioni, sempre per mano di Feneyrou e Milli, in particolare quelle dialettali, che costituiscono l’autentico cuore del progetto.

Va da sé: tradurre significa, in generale, rendere possibile la fruibilità di un’opera in una lingua diversa da quella in cui è stata scritta e pensata. Con la poesia però il trasferimento diventa più arduo, se non impossibile, per via delle esigenze particolarmente elevate della sonorità e del ritmo: ecco allora che disporre la lingua di arrivo a fronte, come in questo caso, della lingua di partenza, permette al lettore di confrontarsi con l’originale, per accostare tali sonorità e ritmo al senso, in vista di una più profonda comprensione. Ora, mi sono rapidamente reso conto che la più grande distanza tra il francese e il triestino o il gradese fa risaltare e illumina, più di quanto non lo faccia il più vicino italiano, la forza di questi dialetti, li restituisce alla loro natura di autentiche lingue – com’è noto la differenza fra lingue e dialetti è spesso, soprattutto in Italia, più di natura politica che strutturale, la maggior parte dei dialetti trovandosi, con l’italiano, in un rapporto di cuginanza, o di fratellanza, più che di filiazione, e poi, per quel che riguarda i “dialetti” dell’area giuliana, in particolare il triestino, questi si intrecciano anche con le compresenti lingue slave, né mancano influenze del tedesco, del greco, dell’ebraico… Ma appunto l’italiano, come lingua traduttrice, involontariamente annebbia, addormenta il confronto, per via della “somiglianza”, e contribuisce involontariamente ad accentuare la marginalità dei dialetti-lingue giuliani, come se in qualche modo la potente lingua nazionale facesse loro ombra, li schiacciasse. Il francese invece permette meglio di assaporarne i tratti peculiari e, di fatto, li trasporta, li traduce appunto, nel cuore del nostro continente, riconsegnandoli finalmente alla loro vocazione che è, proprio perché locale, territoriale ma non nazionale, profondamente mitteleuropea. (Ecco perché scrivo quest’articolo in italiano, perché è innanzitutto al lettore italofono in terra francofona che mi rivolgo.) Per fare questo Laurent Feneyrou e Pietro Milli, che sono triestinofili più che specialisti di Trieste e dintorni (o almeno, non in senso stretto, canonico), si sono spesso con modestia avvalsi dell’aiuto di studiosi appropriati, o di ricercatori di madre-lingua, per confermare o affinare le loro traduzioni… Come sarà il caso, secondo quanto mi ha detto Milli, del volume, in preparazione per il 2027, consacrato al grande poeta di Rovigno Ligio Zanini, i cui versi sono scritti in istrioto, cioè la lingua appunto di Rovigno e dell’Istria sud-occidentale, l’unica a essersi formata in loco, nella dissoluzione della presenza Romana, precedendo dunque l’altra lingua romanza, l’Istroveneto, che si forma con l’arrivo dei Veneziani a partire dall’inizio del secondo millennio… Una vera e propria “altra” lingua insomma, per la cui traduzione Feneyrou e Milli hanno l’intenzione di farsi accompagnare dal filologo Rodoldo Zucco e da Libero Benussi, lui stesso poeta di madre-lingua rovignese.

Seconda, per me necessaria, divagazione personale. Ognuno di noi ha per quel che riguarda un’opera o un’intera letteratura, una o due frasi, o passi di riferimento che in qualche modo, nel proprio immaginario, gliela rappresentano tutta… Per me, se penso alla letteratura giuliana, ci sono, da quando li ho scoperti verso i miei trent’anni, due gruppi di versi di Biagio Marin e Ligio Zanini, che scorrono come paralleli gli uni accanto agli altri. I primi sembrano fuoriuscire direttamente dalle profondità del mare – scrive Marin: E ’ndéveno cussì le vele al vento/lassando drìo de noltri una gran ssia,/co’ l’ánema in t’i vogi e ’l cuor contento/sensa pinsieri de manincunia (e direi che il lettore italiano si può orientare senza bisogno di traduzione); e Zanini: Xi ouna batana peicia, /rasa sul mar e dibuleina, /la va sul pil del’onda /cume el cucal stà vilo/sul vento da garbein (nel ritmo istriota, nel suo vocabolario, c’è invece qualcosa di più misterioso, di più difficilmente accessibile senza l’aiuto di una traduzione: “È una barchetta piccola / rasa sul mare, fragile, / sbatte sulla cresta dell’onda / come il gabbiano sta a galla / sul vento di libeccio”). E poi c’è il secondo gruppo, con una vicinanza ancora più radicale, affratellante, entrambi i poeti respirando uno stesso umanesimo che nessuna prova ha potuto offuscare, e che illumina con poche parole il groviglio di cui dicevo prima: Marin (che aveva perso il figlio Folco in Istria, nel 1943, ucciso al fronte dai partigiani sloveni) dirà anni dopo in una delle sue Elegie istriane (Cololtri, si chiama, cioè “gli altri”…): I gera freli nostri su la tera,/i gera freli nostri su l’altar,/insieme a noltri i navegheva ‘l mar/da l’alba fin a sera (“Erano nostri fratelli…). Dice Zanini: Pubrateine, sigouro ti ta racuordi / del lughito che ti m’arivi / e dei veide ch’i t’incalmivo… – “Fratello, certo ti ricordi / del campicello che aravi per me / e delle viti che per te piantavo…”
Dulcis in fundo, anzi in cima, al centro, c’è la qualità culturale e umana dei due responsabili del progetto e traduttori, il loro percorso diciamo fuori dagli schemi. Feneyrou e Milli, francese l’uno, franco-italiano l’altro, sono entrambi musicologi, specialisti di musica contemporanea. Eppure, con un salto poco usuale negli ambienti accademici francesi come italiani, che funzionano piuttosto a compartimenti stagni (anche se musica e poesia per vocazione dovrebbero essere destinate a incontrarsi), hanno osato combinare la loro sensibilità musicale con la passione per la poesia triestina e poi, più in generale, giuliana – come dire, freschezza, originalità di sguardo, proprio perché non intrappolato nell’ortodossia universitaria, senza venir meno al rigore (Feneyrou del resto, le sue pagine lo testimoniano, può oramai essere considerato anche uno specialista di questa letteratura): con eccellenti risultati, appunto. Va notato, il che non è un dettaglio da poco, che Milli è originario di Padova, la cui parlata, come il gradese e il triestino, fa parte del gruppo dei dialetti veneti, anche se con un grado di vicinanza al veneziano più alto (anche il gradese in realtà, più conservativo del triestino, che fra i tre è quello più diciamo mescolato con gli apporti di altre lingue). L’uno, Feynerou, l’ho conosciuto solo attraverso le sue postfazioni (e le traduzioni, ovviamente), l’altro, Milli, l’ho incontrato di persona, per una lunga chiacchierata, in cui è stato questione di molte cose: di Trieste, come c’era da aspettarsi, delle sue letture balcaniche, delle grammatiche e dizionari su cui lavorano (una decina fra gradese e triestino: Renzo Bottin, Alberto Corbatto, Manlio Cortellazzo, Luigi Deluisa, Augusto C. Marocco, Mario Doria, Ernesto Kosovitz, Gianni Pinguentini, Enrico Rosman, Nereo Zeper…), ma anche della comune passione per l’Opera, dei brevi ma sapidi testi che scrive per l’Opéra de Paris (ne ho poi letto uno su due sinfonie di Mozart e Bruckner in programma alla Philarmonie), dei suoi lunghi studi di pianoforte e dei miei sul Mediterraneo antico, dell’amore che condividiamo anche per la Grecia e la sua letteratura, appunto, e delle frontiere, nei molti sensi del termine, delle culture che si incontrano e si mescolano, di tutto, mi verrebbe da dire, tranne di quello di cui più si parla fra amici da qualche anno a questa parte, spesso finendo in zuffa: dei conflitti, delle guerre, dei massacri che arroventano il nostro pianeta.

Nonostante la sua giovane età, Pietro Milli – e immagino il suo collega e amico Laurent Feneyrou esser fatto di simile pasta – mi ha fatto pensare a un intellettuale del secolo scorso: poliedrico e curioso, aperto, garbato, profondamente europeo. E il nostro incontro mi ha ulteriormente chiarito perché io mi senta così vicino a questo progetto editoriale. In questi tempi bui in cui viviamo mi chiedo spesso come sia possibile impegnarsi per opporre alla barbarie l’umanesimo progressista che è il nostro, ben consapevole che le forme della politica cui ci hanno abituato gli anni Sessanta e Settanta sono invecchiate male. Ecco, per le ragioni che ho cercato di spiegare, Triestiana mi sembra andare nel senso di quell’umanesimo e avere anche un valore positivamente politico. E in questa prospettiva sogno, per il dopo Zanini, che si allarghi ancora di più, si faccia ancora più audace, inserendo – sempre con il sostegno di specialisti e traduzioni in altre lingue – alcune opere della letteratura di “Trieste e dintorni” in lingua slovena. Per esempio quel Kosovel caro fra altri a Brazzoduro e che in Francia, a parte qualche rara poesia pubblicata in antologie o pubblicazioni universitarie, è praticamente sconosciuto.
Giuseppe A. Samonà
LINK suggeriti dalla redazione Altritaliani:
–Il sito della casa editrice Triestiana di Parigi
–Il catalogo delle pubblicazioni di Triestiana
–Trasmissione France Culture sui poeti triestini con Pietro Milli e Laurent Feneyrou
–Trieste e i suoi poeti. Speciale Saba e Giotti, 70 anni dopo
–Giulio Camber Barni: La Buffa. Poesia della Prima Guerra mondiale





































