Altritaliani
La manovra economica non riesce a definirsi, maggioranza spaccata su tutto e in piena confusione.

La politica fresca di giornata.

mercoledì 31 agosto 2011 di Nicola Guarino

In un mese la manovra economica è salita fino a novanta miliardi di euro. Occorrono scelte e decisione. Il governo dimostra ancora una volta la sua incapacità di decidere. La manovra prima che economica è politica. Mentre l’Europa insiste perché ci sia una manovra chiara e si riserva di analizzarla nel dettaglio, tra annunci, decisioni e ripensamenti quella del governo appare una politica fresca di giornata.

C’era una volta l’uova di giornata, fresco e da consumare in fretta. Il governo Berlusconi, in materia di manovra economica sembra aver inaugurato un nuovo tipo di politica: “La politica di giornata”. Sulla manovra non si fa in tempo a dare notizia delle decisioni della maggioranza che poche ore dopo si fa marcia indietro, si cambia tutto e spuntano nuove proposte e provvedimenti.

Di cambiamento in cambiamento, con questa musica, fatta di andante e toccate e fughe, ballano i mercati dove ormai la speculazione finanziaria ha trovato nella borsa di Milano il suo teatro più prestigioso. Riassumendo. In questa estate di “fuoco” si è passati dalla “manovrina” di 5 miliardi per poi rinviare furbamente ed irresponsabilmente alla prossima legislatura, ad una manovra di 40 miliardi e poi da 90 miliardi in tre anni (fino al 2013).

La questione di fondo che rende, incredibilmente, incapace questo governo di fare una manovra economica che è urgente ed ineludibile per l’Europa, che l’ha reclamato attraverso la famosa lettera di Merkel a Berlusconi e ancora oggi con interventi ufficiali della Commissione, è che una manovra economica è inevitabilmente una manovra politica, che richiede progettualità ed una visione chiara della strada da intraprendere per il prossimo futuro del paese. Orbene, questo governo in crisi di credibilità e di fiducia da parte dei cittadini, è l’espressione di un sistema dell’antipolitica che ha paralizzato la crescita del paese da oltre quindici anni, che si è preoccupato solo della conservazione dei propri privilegi, possibilmente consolidando quel sistema di caste che sono i veri azionisti di Berlusconi e l’emblema di quella cultura berlusconiana che paradossalmente è finanche precedente allo stesso Berlusconi. Espressione di quel dualismo italiano che fortunatamente e finalmente, appare in crisi, che guardava con favore ad sistema pubblico strettamente regolato e disciplinato contrastante ad un sistema privato che viceversa ama le deregulation e possibilmente i “favori” che garantiscano quei vantaggi che in un sistema di equità non sarebbero garantiti.

Riflesso di questa ipocrisia, il governo lacerato da numerosi conflitti d’interessi, non riesce a realizzare quella “quadra” (definizione del leghista Bossi) che sembra sempre dietro l’angolo ed invece risulta, ancora ora irraggiungibile. Sì, la “quadra” della manovra tra PdL e Lega Nord appare irraggiungibile, una chimera; perché il vero punto è che l’antipolitica si preoccupa solo del presente (è uno dei suoi tratti salienti) ed incapace di grandi visioni, di un progetto, di una ideologia per immaginare l’assetto futuro della società. Occuparsi solo della propria conservazione al potere era cosa possibile nel dopo guerra e fino alla caduta del muro, ma finita la guerra (quella fredda) è del tutto evidente che il nuovo e globalizzato assetto mondiale, libera le società da quel sistema di blocchi e non consente una perpetuazione del potere che non passi (nelle democrazie) per un consenso popolare e non semplicemente populistico.

La miopia politica della lega e l’irresponsabilità (su cui torneremo) di Berlusconi, costringono le scelte di manovra economica a meri calcoli elettorali. La già spaventata coalizione (dopo le sconfitte referendarie e le scissioni interne e l’arrivo degli inaffidabili “responsabili”), si preoccupa unicamente di non colpire con la manovra le presumibili sacche di propri elettori. Ecco allora che ogni idea, ogni proposta, è frustrata, da vari calcoli ed elucubrazioni. Si aumenta l’IVA (imposta sul valore aggiunto) di un punto? Sì, ma poi chi glielo dice ai commercianti, ai liberi professionisti, e agli stessi consumatori che vedranno rincarare il prezzo di beni e servizi? Allora una tassa sulle grandi rendite?

Berlusconi per favorire l’alta borghesia, e se stesso, abolì l’imposta di successione e quella sulle donazioni, come spiegherebbe ora questa tassa? Un contributo del 15% a chi ha usufruito dello scudo fiscale, con cui le rendite trafugate all’estero per sottrarle all’erario sono rientrate pagando allo Stato la più che modica imposta del 5%? Impossibile, il governo si è impegnato a far rientrare quei capitali (magari ormai di nuovo in fuga n.d.r.) senza avere null’altro a pretendere e in assoluto anonimato. Allora andiamo a colpire le speculazioni finanziarie che tanto sfracello stanno compiendo proprio alla Borsa di Milano. Infondo le rendite finanziarie sono tassate appena per il 12% , basti pensare che le persone fisiche in Italia hanno oggi una delle più alte tassazioni al mondo vedendo sfumare in tasse oltre il 43% del proprio guadagno.

Neanche questo convince. Si sostiene che con questo sistema l’Italia perderebbe il grosso delle transazioni finanziarie a vantaggio di altre borse. Bene. Si metta mano alla riforma delle pensioni? Impossibile, la lega conta nel nord su molti pensionati che certamente, non accetterebbero di diventare i vitelli sacrificali da immolare sull’altare di Roma. E, peraltro, obbiettivamente, colpire le pensioni senza una riforma complessiva del sistema pensionistico e quanto meno iniquo.

Allora nuovi tagli agli enti locali a cominciare dai piccoli comuni che possono essere assemblati in comuni più grandi, così riducendo le spese dell’amministrazione pubblica. Anche su questo punto insorgono, a buona ragione, i comuni che in sostanza sono oggi pressoché l’unico anello di congiunzione tra la politica e la società. Ed infatti, i comuni sono insorti con una storica manifestazione a Milano che ha visto riuniti i sindaci di diverso colore politico, provenienti un po’ da tutta Italia ed in particolare da quel nord che pur sempre è considerato la roccaforte dei due partiti di governo. Allora aboliamo almeno le Province (il più inutile tra gli enti concepiti e che grava con i suoi apparati per milioni di euro). Su questo punto si è ben evidenziata l’ipocrisia della politica.

Breve digressione.

Alla sua comparsa la Lega Nord, aveva fatto di questa abolizione uno dei suoi punti d’onore, ebbene, dal momento che si è conquistata qualche Provincia, immediatamente la Lega ha capito che sono buone per fare soldi e quindi il punto d’onore è diventato un puntino che può scomparire comodamente. Sulle Provincie ha sfigurato la stessa opposizione, se è vero che nel momento decisivo del voto su una mozione che avrebbe immediatamente abrogato le provincie, il PD si è astenuto. Se avesse votato a favore a quest’ora le Provincie non esistevano più. Non è la prima defaillance del PD e delle opposizioni in genere, anche altre volte su votazioni decisive, per mandare in minoranza il governo ci si è trovati con qualche assente di troppo, con qualcuno che al momento del voto a schiacciato il pulsante sbagliato.

Infine, con somma ipocrisia il governo dichiara che abolirà le Provincie, ma per farlo, ammesso che si faccia, occorrerà una legge costituzionale. In pratica non basterà questa legislatura e certi provvedimenti dopo l’elezioni si fa in fretta a dimenticarli.

Finanche il capito tagli ai costi della politica dal chiaro sapore simbolico e di esempio, è finito nel dimenticatoio di qualche cassetto del parlamento. E’ evidente che per quanto si potesse tagliare dalla politica, il contributo per una manovra che è seconda solo a quella storica di Amato che ci condusse in Europa, sarebbe ben piccola cosa, ma per una classe politica di nominati e non eletti, che ormai agisce senza il consenso degli italiani (se i sondaggi hanno ancora qualche valore), sarebbe stato un segnale d’indubbio valore morale e di effetto psicologico. Ma la più casta tra le caste (e non nel senso della purezza), è stata incapace finanche di questo gesto puramente simbolico.

Ecco perché, su queste premesse, la manovra economica non potrà che essere un pasticcio, l’ultima bozza ha finanche rischiato di far ricompattare i sindacati (unica operazione riuscita al governo n’è stata la divisione, sfruttando le contraddizioni interne al mondo sindacale), e ha determinato una sommossa generale che ha coinvolto diversi soggetti: la Confindustria che ha definito la proposta manovra, come depressiva; la Confcommercio, che ha detto che con questa manovra non ci sarebbe stato mai più crescita, rilevando che, sulla base di un loro studio, in Italia i consumi sono invariati dal 2001; La Corte dei Conti, che ha parlato di manovra sbagliata, probabilmente priva di copertura e deprimente per l’economia del paese; L’Anci (l’associazione che raccoglie i Comuni italiani) nel manifestare pubblicamente ha ricordato che già nell’ultima manovra gli enti locali avevano subito tagli durissimi e che il governo non può dire che non alza le tasse, se poi costringe gli enti locali ad alzarle per garantire i servizi necessari alla comunità; i magistrati che hanno parlato d’incostituzionalità della manovra che fa pagare solo a chi è del pubblico impiego, sottraendo da ogni partecipazione i tanti che evadono le tasse. L’abbiamo detto: “Vizi privati e pubbliche virtù”.

Eppure a fronte di 90 miliardi di euro per una manovra economica in tre anni, l’Italia ha perso nell’ultimo anno 70 miliardi di euro in corruzione (Fonte la Corte dei Conti), ogni hanno tra evasione fiscale e lavoro nero, quindi mancati contributi versati perde 147 miliardi di euro (altro che manovra economica) decine di miliardi di euro sono persi in disservizi, nel cattivo funzionamento di uno Stato che appare incapace finanche di amministrare la propria amministrazione, in sprechi e contributi per enti inutili e servizi non essenziali.

Qualunque manovra sarà un pasticcio, perché frutto di un governo che non ha autorevolezza, figlio di un sistema elettorale per cui gli italiani sono rappresentati da parlamentare non eletti da loro ma eletti dai segretari dei partiti. Un sistema politico allo sfascio e che va riformato da destra a sinistra passando per il centro.

Questo governo non può con autorevolezza chiedere sacrifici. L’avrebbe potuto se ci fosse stato un reale segnale di cambiamento, se come più volte abbiamo detto, Berlusconi si fosse fatto da parte, stritolato come è dalle sue vicende giudiziarie e personali e si fosse aperto un capitolo nuovo nella politica italiana. Se si fosse avviato quello svecchiamento della classe politica, auspicato già da anni ma mai veramente avviato. Irresponsabilmente Berlusconi, non ha ceduto, si è ancora limitato ad operazioni di facciata come la nomina del segretario del PdL, Angelino Alfano, che proprio in quanto nominato non può essere credibile neanche all’interno del suo partito. Berlusconi non cedendo cerca di protrarre una stagione politica che è ormai finita, tramontata da tempo, danneggiando quegli italiani che avevano creduto alle sue promesse da marinaio, di un’Italia rinnovata, modernizzata, dinamica, intraprendente, promesse e premesse tradite e con cui all’esordio di quella che fu definita la seconda repubblica, aveva spazzato via la “gioiosa macchina da guerra” con cui Achille Occhetto e la sinistra credevano di salire al governo del paese.

Se si possono nutrire dubbi sul Berlusconi imprenditore (specie alla voce dei suoi arricchimenti ed all’origine delle sue fonti di ricchezza) sul Berlusconi politico, a meno di non essere ciechi e prevenuti, dubbi non possono esservi.

Ha fallito.

Pur avendo più occasioni per governare e lasciare la sua impronta al paese, tutte le occasioni sono andate fallite. Niente modernizzazione, niente sburocratizzazione, nessuna economia liberale o dinamica. Chi oggi dall’estero viene in Italia non fa un viaggio nello spazio ma nel tempo.

L’Italia appare un paese fermo, rimasto agli anni ottanta, decrepito nelle strutture e sfinito nei sentimenti dei suoi cittadini, che oggi invocano a gran voce un vero cambiamento. Non avrà messo le mani nelle tasche degli italiani (personalmente a me non sembra) ma certamente le mani sugli italiani le ha messe dappertutto. Annientando la ricerca e lo sviluppo, facendo sfiorire le scuole e l’università, annichilendo la cultura (immensa risorsa del paese) al punto che nella nuova manovra non sono previsti tagli alla cultura, solo perché la cultura non ha più nulla.

Ha colpito l’impresa è il lavoro. Le imprese italiane oggi chiudono, non riescono a competere all’estero e se competono è solo perché ancora il “made in Italy” permette qualche rendita di posizione.

Ai giovani, che alla sua prima discesa in campo, tanto lo avevano sostenuto, ha regalato il 30% di disoccupazione in Italia (Unmilione e centomila disoccupati hanno meno di trentacinque anni) la più alta percentuale europea (fonte ISTAT).

La realtà è che questo 2011 che si riapre, dopo la pausa delle vacanze estive, ci racconta di un’Italia molto più consapevole e forse disincantata, che dopo i referendum e le pubbliche manifestazioni che li hanno preceduti, ha raggiunto un grado di coscienza e maturità che fa ben sperare nella definitiva eclissi di Berlusconi e del “berlusconismo”. Oggi non basta più apparire, oggi si torna a voler essere.

Oggi alle chiacchiere e alle eterne promesse si contrappongono una pressante richiesta di fatti concreti. Se al tempo dei costituenti e nell’immediato dopoguerra i partiti erano forse più avanti dei loro rappresentati, avendo e costruendo visioni e progetti politici, su cui poi lavorare con e per le persone, oggi la classe politica è di retroguardia, apparendo persa in un sistema culturale tra talk show e reality che francamente sono superati dagli eventi e dalla forza ferrea di una realtà, che forse non dai politici attuali ma dai cittadini è vissuta giorno dopo giorno sulla propria pelle e senza equivoci possibili.

Se uscissero di scena questo governo e questo premier, non ho dubbi che i cittadini, come negli anni della speranza, quando cadde la prima repubblica ed Amato chiese terribili sacrifici economici per accedere all’Europa, come allora, i cittadini risponderebbero con sofferenza ma anche con dignità e volontà. Gli italiani nel momento del bisogno non si sono mai tirati indietro e qualunque sacrificio sarebbe accettato nel nome di un futuro migliore.

Un governo senza dignità governa un popolo che con pervicacia cerca di salvare almeno il suo decoro.

Ma questa balbettante maggioranza dalla coscienza sporca, non può chiedere nulla a dei cittadini che già tanto hanno dato in termini di sofferenza e di generale precarietà. Questo governo avrebbe dovuto dimettersi ieri, oggi è finanche tardi.

"Quando ti accorgerai che, per produrre, bisogna ottenere l’autorizzazione di chi non produce niente; quando proverai che il denaro flue a chi fa commercio non di beni, ma di favori; quando ti accorgerai che molti si arrichiscono dalla subornazione e dalle influenze e non dal lavoro e che le leggi non ci protegono da questi e che, al contrario, sono essi che sono protetti contro di te; quando ti accorgerai che la corruzione é ricompensata e che l’onestà si converte in auto-sacrificio; allora potrai affermare, senza paura di sbagliarti, che la tua società é condannata."

Ayn Rand (filosofo russo)

(nelle Foto dall’alto in basso: Bossi e Berlusconi; una manifestazione per la vittoria nei referendum di quest’anno; la recente manifestazione dei sindaci a Milano contro i tagli agli enti locali).

Nicola Guarino


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