Parigi. Alla Maison d’Italie un dibattito sul dopo elezioni in Italia.

Anche se in ritardo, per il cambio d’impaginazione del sito, pubblichiamo quest’interessante resoconto dell’incontro svoltosi alla Maison d’Italie a Parigi. Un dibattito svoltosi alla Cité Universitaire : « Réflexion post-électorale ». Ospiti, fra gli altri, il giornalista Federico Rampini, Marc Lazar, Alberto Toscano, Michele Canonica, nonché Sergio Romano sia pure in video-conferenza.

Il superamento della contrapposizione novecentesca tra destra e sinistra nell’era della globalizzazione, tema da noi trattato nelle scorse settimane a seguito dei risultati delle elezioni del 4 marzo in Italia, fa parte delle varie riflessioni negli ambienti accademici e giornalistici sono stati sintetizzati a Parigi tra francesi e italiani dopo l’ufficializzazione di questi risultati.
L’interesse dei francesi per la situazione italiana si è subito manifestato (oltreché nella stampa) il 7 marzo a Sciences Po, in un incontro con Marc Lazar (tra i maggiori esperti francesi del nostro Paese), secondo il quale l’immigrazione dalle altre sponde del Mediterraneo non ha avuto un effetto minore della disoccupazione nel malcontento che ha spaccato il Paese in 3 frazioni politiche.

Il dibattito alla Maison d'Italie
Il dibattito alla Maison d’Italie

Egli ha ulteriormente espresso le sue riflessioni sull’Italia nell’incontro del 19 marzo con i giornalisti Federico Rampini de “La Repubblica” e Alberto Toscano (esperto corrispondente a Parigi di diversi giornali, nonché firma anche di “Altritaliani” ospitati dal Direttore della Maison d’Italie, Roberto Giacone e presieduto dal Presidente della “Dante Alighieri” di Parigi Michele Canonica. Sono intervenuti: Alessandro Giacone dell’Università di Grenoble (specialista della storia della nostra 1a Repubblica e dei rapporti italo-francesi dopo la 1a Guerra Mondiale) e, in video, il diplomatico Sergio Romano con la sua esperienze di storico ed editorialista del “Corriere ella Sera”.

Lazar ha ricordato che il PD ha vinto (oltreché all’estero) solo nei seggi dei quartieri borghesi come nel caso dei Parioli di Roma e negli ambienti ove predominano gli anziani e un livello d’istruzione più alto, mentre Salvini e la Lega, si sono imposti, in particolare, nelle ex regioni “rosse” (Emilia-Romagna) e in quelle che furono di “Forza Italia”. Dimenticata la secessione i leghisti sembrano oggi ispirarsi più che a Marine Le Pen, alla nipote Marion Maréchal Le Pen, più duttile per i motivi generazionali vis-à-vis di tutti i preconcetti con cui il nonno Jean-Marie Le Pen aveva fondato il “Front National” e la zia utilizzato fino alla campagna elettorale dell’anno scorso in Francia; e più duttile in quanto li difende nel contesto proprio della sua generazione, ossia con tutti i cambiamenti nei circuiti di comunicazione e globalizzazione che caratterizzano la generazione stessa e che sono stati determinanti (più delle classiche idee di destra e sinistra) nella vittoria del M5S nel rimanente terzo dell’Italia.

Allora, se destra e sinistra si contrappongono così sempre meno, paradossalmente lo fanno quando anche i voti più moderati di centrodestra si spostano ulteriormente a destra e quando quelli di sinistra finiscono col rimanere gli unici che difendono integralmente il liberismo; e (quasi) gli unici che si distinguono da una campagna elettorale in cui si sono mischiate immigrazione regolare e irregolare, nonche i termini come “eurocritico”, “euroscettico” e ogni altro “euronegativo” senza darne appropriatamente le rispettive giustificazioni.

Secondo Toscano: la spaccatura elettorale del Paese in 3, pur non offrendo garanzie di stabilità politica in futuro, non può essere neanche all’estero considerata più preoccupante del passato più drammatico dell’Italia, quando nonostante l’instabilità politica con le Brigate Rosse e il rapimento di Moro il Paese è andato avanti nel contesto dell’UE e delle alleanze occidentali di allora e di oggi. Né è più preoccupante del risultato di Marine Le Pen al 1° turno delle ultime elezioni presidenziali in Francia; o della parte (per quanto alla fine minoritaria) dell’estrema destra alle ultime elezioni legislative in Olanda, o di quella in Austria. Le stanchezze della democrazia o i suoi mancati adattamenti ai tempi di oggi sembrano comunque confermati o dagli astensionismi come quello delle ultime elezioni in Francia, o dal fatto che perfino in Spagna e Germania l’alternanza tra destra e sinistra è infine venuta meno con l’alleanza al governo tra i rispettivi partiti democraticocristiano e socialista, per gestire i rispettivi Paesi in presenza di nuovi partiti ivi sorti dal malcontento.

Più preoccupanti sono invece gli atteggiamenti come quello del candidato della Lega, vincitore e neo presidente della Lombardia Attilio Fontana quando parla di razza bianca da difendere: preoccupanti per la Lega stessa se vuole (come in parte le nuove generazioni lepeniste) affrancarsi dalle vecchie figure che l’hanno costituita, e per l’effetto sui nuovi “ragazzi del 99” elettori ai quali, se l’antifascismo dice poco (come ha osservato Canonica), il senso civico non deve dire meno (come ha auspicato il Presidente Mattarella) di quanto detto a quelli del secolo precedente sul fronte delle battaglie. La democrazia non può dunque che reinventarsi nel contesto europeo.

Le linea rossaTanto più di fronte alla geografia mondiale in continuo mutamento: “Le linee rosse” (titolo del suo libro edito da Mondadori nel 2017 e presentato il 20 marzo dalla Console Generale Emilia Gatto e da Canonica al Consolato a Parigi) dei confini hanno, secondo Rampini, peculiarità che nella globalizzazione sembrano distinguere più i regimi delle nazioni: Cina, Vietnam e Laos (come ora la Turchia) antepongono lo sviluppo economico alla libertà; l’India lo gestisce nello scontro di tutte le civiltà al suo interno; gli USA di Trump lo ricondizionano ai dazi e contingentamenti; la Russia di Putin cerca d’estenderlo in un contesto quasi zarista, nel senso che anche lì come in Cina i governanti non prevedono alternanze; e mentre così i nuovi colonialismi diventano quello degli investimenti della Cina nel petrolio angolano e altrove in Africa, Sud America, e quello della Cina stessa e del Giappone altrove in Estremo Oriente, nell’Europa con le frontiere cambiate anche negli ultimi decenni la Germania, anziché essere contenuta dall’UE, vi prevale.

Allora tanto la globalizzazione economica ha per reazione il contingentamento della democrazia, o la subordinazione al più grande, o (come ha scritto Guarino ricordando il ministro Tremonti) l’importazione di povertà e conseguentemente i populismi alla soglia dei governi, quanto proprio le diverse peculiarità di civiltà all’interno di queste linee dovrebbero invece ulteriormente integrarsi nella globalizzazione come risorsa economica oltreché culturale.

Il tripolarismo politico dell’Italia sarà anche per gli USA un laboratorio da studiare, come i suoi principali personaggi della Storia precedente la 2° guerra mondiale che vi sono entrati, o come i principali autori che oggi sono oggetto d’interesse lì?

Rimanendo difficile rispondere a questa domanda di Rampini, rimane invece facile valorizzare le osservazioni d’Alessandro Giacone: alle elezioni ha perso non solo consistentemente la sinistra, ma anche la destra, essendo i voti di Forza Italia passati non solo alla Lega ma anche al M5S.
La mancanza di dibattiti diretti tra le forze in campo e quella della designazione d’un leader per il governo da parte delle rispettive forze ha finito con il favorire da una parte coloro che non hanno voluto i dibattiti, e dall’altra coloro che in ordine di tempo hanno designato il rispettivo leader all’ultimo momento. Allo stesso modo in cui ciò non è proprio d’una democrazia moderna, non è comunque più proprio ai tempi attuali il sistema politico.

Anche secondo Sergio Romano la Costituzione, perfetta nel contesto post bellico di ricostruzione del Paese, non può più contenere un bicameralismo perfetto che serve ormai solo a raddoppiare i tempi delle leggi, e la parte della quota proporzionale alle elezioni serve solo ad allungarli. E’ dunque inutile rifare le elezioni con lo stesso sistema.

Allora per la stabilità della legislatura non rimane che trovare una formula di trasformazione dell’area del triangolo politico in quella del semicerchio delle Camere: quella dell’area del triangolo equilatero è “base X altezza diviso 2”, quella dell’area del semicerchio è “raggio X 3,14 diviso 2”. In comune hanno il “diviso 2”, ma si sono presentati in 3! Quanto al 3,14 ovvero il Π (p greco), secondo la Treccani è una formula “reale, irrazionale e trascendente”. Lo sarà anche quello della πολιτική (politica) alle Camere?

Lodovico Luciolli