Venezia 68. La-Bas nel sud degli immigrati.

Aldilà del Premio Speciale della Giuria a Crialese per « Terraferma », il tema dell’immigrazione e delle sue sofferenze, presente con più opere in questa edizione del festival, viene sviluppato in modo convincente in un film-sorpresa : “La-Bas”, di Guido Lombardi. La storia italiana è riletta nei 150 di “Piazza Garibaldi” a cura di Davide Ferrario: splendido montaggio di un percorso peninsulare. Una domanda lo accompagna: perché la nostra nazione non s’immagina un futuro? Perché dalla spedizione dei Mille ad oggi sembra tutto immutato?

LA-BAS, DI GUIDO LOMBARDI

La quasi lucana Esther Elisha commuove alla Mostra del Cinema

Esther Elisha (anche nel logo)Ha origini lucane Esther Elisha, la protagonista del film “La-Bas” di Guido Lombardi, inserito in questa 68. Mostra nella “Settimana della critica”. Il padre è del Benin, mentre sua nonna è di Potenza. Ha un colorito mulatto ed una bellezza non proprio tipica, quasi occidentale. Vive a Brescia ed ha finora maturato esperienze cinematografiche di tutto rispetto.

Attrice ormai affermata, ha recitato nel 2006 nel film “Last Minute Marocco” accanto a Valerio Mastandrea e Kesia Elwin; nel 2008 è nel cast del film “Il prossimo tuo” dove compare tra i protagonisti accanto a Maya Sansa e Diane Fleri.

In questo toccante film presentato al Lido, i protagonisti sono invece i giovani immigrati di colore, sfruttati nelle campagne di Castelvolturno, e trucidati dalla camorra il 18 settembre del 2008: a loro il film è dedicato. L’unico a salvarsi è il ventenne Yssouf (Kadèr Alassane). Ha la passione per il disegno e la scultura ed arriva a Castelvolturno pieno di speranza in cerca di uno zio che sembra abbia fatto i soldi. La maniera peggiore per farli è quella di allearsi alle bande camorriste che in Campania spacciano droga. E vendono corpi: dal caporalato alla prostituzione. Ed è proprio il ruolo di prostituta che la giovane Elisha vestirà, seducente e sofferta quanto basta per interpretare la violenza che si fa sui propri corpi. Il film ci conduce nelle povere abitazioni collettive dei disperati che vendono fazzolettini ai semafori, o che lavorano nelle campagne senza diritti a 15 euro al giorno. “Ma dove sono le abitazioni dei neri ricchi?” si chiede il giovane Yssouf. “Ci sono”, gli risponde un amico: “ma nelle prigioni”. E’ la vita da camorrista a far paura ai giovani neri? “No è la povertà a far più paura” spiega lo zio di Yssouf.

Un film realista giocato sulle opportunità mancate di questi giovani giunti da noi in maniera disperata, molti di essi scolarizzati e con sogni di progresso, proprio come i due protagonisti. Invece vengono inghiottiti dalla voracità e dalla nostra indifferenza.

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La-bas, di Guido Lombardi

Molti sono i film in questa Mostra che si stanno occupando di immigrazione. Almeno il cinema non li ha dimenticati.

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“PIAZZA GARIBALDI” DI DAVIDE FERRARIO

Venezia. Nella sezione « Controcampo italiano » è stato presentato il profondo
docufilm di Davide Ferrario “Piazza Garibaldi”. Ferrario ripercorre lo stesso
itinerario fatto dai garibaldini, riscoprendo l’Italia in un modo niente affatto scontato. Non c’è città italiana, o quasi, che non abbia una Piazza Garibaldi.
Da Bergamo, ribattezzata da Garibaldi “Città dei Mille” e, oggi, epicentro
della Lega e della secessione, fino in Sicilia, passando per il casertano dei casalesi, per omaggiare i martiri di colore trucidati dalla camorra tre anni fa.

Ferrario, risalendo dalla Sicilia fa tappa, dopo la Calabria dell’Aspromonte,
in Basilicata: prima a Nova Siri, dove incontra gli eredi del medico
garibaldino Battafarani, oggi imprenditori di successo. Poi fa tappa a
Potenza ed a Brindisi di Montagna dove filma il cinespettacolo “La storia
bandita”. Ed è qui che il regista approfondisce il fenomeno del brigantaggio postunitario, con la figura di Carmine Crocco.

Ferrario_piazzagaribaldi.jpg

Dalle testimonianze si evince una insoddisfazione per una “rivoluzione”,
quella garibaldina, che ha tradito in parte le aspettative
del popolo meridionale, lasciando inalterato lo stato delle cose e spostando
il potere dai borboni ai piemontesi. In Sicilia Ferrario non poteva non
toccare Bronte e della strage perpetrata da Bixio, di cui trattò nel suo film
Florestano Vancini.

Il film risulta essere anche un tentativo per comprendere gli italiani di
ieri e di oggi. Aveva forse ragione il poeta Umberto Saba a ritenere che una
nazione che ha per mito fondatore un fratricidio, quello tra Romolo e
Remo, non possa mai promuovere una rivoluzione che necessita invece di
un parricidio, l’uccisione del vecchio. Il regista tuttavia trova anche
un’altra spiegazione ai mali d’Italia, la nostra inveterata preferenza per la
teatralità rispetto alla realtà dei fatti.

Ferrario, regista dotato di forte senso civico, firma un docufilm necessario, specchio di un’Italia dove i giovani, una volta combattenti per un ideale, oggi non hanno speranze per il futuro, consapevoli di trascorrere la vita ad indignarsi per un’opportunità negata.

Chiara Lostaglio