La trappola del moralismo. Di che sdegno stiamo parlando?

Anche se a fatica e con contraddizioni, la società civile sembra reagire alla caduta di moralità del sistema berlusconiano. Si prevedono per il 13 febbraio numerose manifestazioni in Italia e all’estero a difesa della legalità e in sostegno alle conquiste delle donne. In tal senso vanno considerate anche le tesi di Lea Melandri, già presentate per la rivista on-line Gli Altri e che volentieri rilanciamo dal nostro sito. C’è materia per aprire un dibattito su temi come questi che la cronaca nera e rosa più che politica porta a riproporre.

Cittadine e cittadini che
manifestano davanti al
Quirinale il loro sdegno
per un premier che si
circonda di una corte di adolescenti
e si intrattiene con loro in serate
orgiastiche, un premier che a sua
volta interviene minaccioso contro
la magistratura e le questure che offendono
la dignità delle sue “ospiti”,
sbeffeggiandole, costringendole
a spogliarsi e perquisendole come
si fa solo con delinquenti e mafiosi.
E infine: appelli, manifestazioni,
paginate di firme esposte dai giornali
e dai siti internet per chiedere
le dimissioni di un Presidente del
Consiglio che si comporta come un
sultano. I vizi privati, soprattutto se
c’è di mezzo il sesso e se sono così
esorbitanti da fuoriuscire dall’intimità,
smascherano senza riguardo
le pubbliche virtù. Non che Silvio
Berlusconi ne avesse molte, abituato
a muoversi con disinvoltura tra
un versante e l’altro; si potrebbe
dire anzi compiaciuto a sicuro di
poter contare proprio sulla sua incontenibile
vena anti istituzionale
per un consenso di massa.

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Ma Ruby, l’ultima in ordine di
comparsa nella passerella delle frequentatrici
abituali delle ville berlusconiane,
e la schiera delle “condomine”
di via Olgettina, come lei
ben remunerate per i servigi resi al
premier, potrebbero essergli fatali.
Katia G., la protagonista del romanzo
comico di Alessandra Faiella,
avendo fatto del suo Lato B “da
urlo” una “perfetta macchina da
guerra” contro l’uomo potente che
si serve delle donne a suo piacere,
una volta portata a termine la sua
impresa eroica-erotica, esclama:
«Sarà stata una gran troia, ma ha
liberato un paese». Fuori dall’umorismo
sarcastico di Faiella, è questo
a cui mira l’ondata di sdegno montante?
Cioè che a dare il colpo di
grazia al governo Berlusconi siano
i corpi delle donne – l’uso e abuso
che ne è sempre stato fatto, la storia
secolare dello “scambio sessuoeconomico”
– di cui in Italia non
sembrano essersi accorte finora né
la cultura né la politica? Là dove
non è riuscita l’opposizione parlamentare,
a cui non sono mancate
certo le occasioni politiche per liberarsi
di un primo ministro ritenuto
a ragione un pericolo per la
democrazia del paese, dovrebbe
dunque essere un “fattore” ritenuto
tradizionalmente “non politico”,
non indagato, e fatto oggetto
di attenzione solo quando serve – e
cioè il privato, la sessualità, la mercificazione
del corpo femminile – a
portare fuori dal baratro.

Tenuto conto dell’ignoranza pressoché
totale in cui è stata lasciata
finora l’analisi del rapporto uomodonna,
come problema politico di
primo piano, la messa sotto silenzio
della consapevolezza, dei saperi,
delle pratiche nate dal movimento
delle donne e riguardanti le
ricadute del sessismo sulle istituzioni
pubbliche, non ci vuole molto a
capire che a prevalere nelle manifestazioni
di indignazione sarebbero
stati gli stessi ragionamenti che
finora hanno impedito, sia pure in
modo diverso, di affrontare la conflittualità
tra i sessi. Primo fra tutti
il concetto di “privato”, visto ancora
come il luogo “altro” della sfera
pubblica, che può, mantenendosene
prudentemente o pudicamente
separato, proteggerla da passioni,
comportamenti poco presentabili,
o, al contrario, minacciare di invaderla,
contaminarla, incrinarne
l’autorevolezza. Di qui l’interminabile
diatriba fra chi pensa che la
privacy non debba essere toccata,
e di chi invece ne fa, all’occasione,
un arma per mettere in difficoltà
l’avversario. Salvo dimenticarsene
subito dopo.

Che il privato sia la vita personale,
le relazioni primarie attraverso cui
passa la formazione di un individuo,
l’impronta che prendono fin
dall’infanzia i ruoli contrapposti e
subordinati l’uno all’altro del maschio
e della femmina – ma anche
della biologia e della storia, dei
sentimenti e della ragione – resta
una verità sepolta, insieme a quella
rivoluzione delle coscienze che è
stato il femminismo degli anni Settanta.
È così che Pierluigi Bersani
può dire candidamente che lui non
chiede di «disquisire su questioni
sessuali», mentre non esita a servirsene,
come dimostra l’accoglienza
calorosa alle “parole pesanti” del
cardinal Bertone, all’ “autorità
morale” della Chiesa che, come
sappiamo, ha sempre avuto nel
controllo della sessualità un ruolo
primario. Più laicamente, ma anche
più drastica nel liquidare il problema
uomo-donna, è stata Nadia
Urbinati: non ci troviamo di fronte,
ha scritto su Repubblica (21.1.2011),
a una questione morale o di peccato,
ma di “competenza” a svolgere
funzioni che richiedono un contenimento
saldo delle emozioni, in
particolare del desiderio sessuale,
messo sullo stesso piano di “fattori
viscerali”, come la fame, la sete, il
bisogno di evacuare.

Torna la tesi di Veronica Lario: un
uomo “che non sta bene”, affetto
da una patologia individuale, comportamenti
compulsivi che lo rendono
inadatto a rivestire una carica
per la quale serve, come dice Urbinati,
lucidità “cognitiva e pratica”.
Che lo si consideri un campione
assoluto o una vittima del suo stesso
machismo, si resta comunque
intrappolate dentro quella personalizzazione
della politica che è, al
medesimo tempo, lo zoccolo duro
del successo di Berlusconi e il terreno
franoso che potrebbe ingoiarlo.
Di certo, nessuno può illudersi
che, insieme al suo potere si eclissi
l’immaginario sessuale che fa da
supporto alla civiltà maschile dominante
da secoli, e che le donne
stesse hanno inconsapevolmente
fatto proprio.

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È per questo che l’appello alla moralità,
che ha preso forme diverse
– dai richiami soft di Napolitano a
comportamenti “più sobri”, al rispetto
dell’etica pubblica, fino alle
condanne più esplicite del tipo “si
vergogni” – è destinato a riscuotere
adesioni immediate e trasversali
agli schieramenti politici, ma anche
a confermare ambiguamente
pregiudizi esistenti e duri a morire.
Un’idea di libertà sessuale malintesa
e storpiata dalle leggi di mercato,
una rivoluzione del linguaggio
che ha dato la stura a un universo
verbale tenuto finora sotto controllo,
coesistono oggi con residui di
una morale cattolica che vede nel
sesso il peccato originale della specie
umana. La sessualità sembra
che offenda la legge divina più della
guerra, della fame, dello sfruttamento
e di qualsiasi altra ingiustizia
sociale. La deriva scandalistica,
quando al centro della riprovazione
morale ci sono comportamenti
erotici, è prevedibile, così come
l’oscillazione ambigua tra sdegno e
voyeurismo.

È la sequenza imbarazzante dei
messaggi contraddittori che sono
passati insistentemente negli ultimi
giorni, alternando voci concitate di
disapprovazione morale con corpi
femminili seducenti, destinati a
muovere desideri, invidie, segrete
complicità col “peccatore”. A parte
qualche eccezione, la campagna
che si è andata allargando intorno
ai risvolti penali del caso Berlusconi-
Ruby, non ha avuto per le giovani
donne implicate negli intrattenimenti
del premier il riguardo
che ci si sarebbe aspettati nel momento
in cui si invoca da più parti
una “rivolta” a difesa della dignità
delle donne. Trasformate in merce
di scambio, oggetti di piacere, trastullo
del sovrano, ma pur sempre
donne che hanno scelto di essere
in quel luogo, di fare della loro
bellezza una fonte di guadagno. Si
può dire che scegliere non significa
di per sé essere libere di scegliere.
Ma questo è un ragionamento
molto diverso dal definirle sbrigativamente
“vittime” o volgarmente
“puttane”, dal proiettare su di loro
l’umiliazione che le donne hanno
subìto per secoli in quanto donne,
o dall’attribuire alla loro civetteria
l’origine prima del degrado morale
di una società.
L’insofferenza nei confronti del
governo Berlusconi, e in generale
l’imbarbarimento che ha prodotto
la confusione tra politica e spettacolo,
tra stile di vita personale e
ruolo pubblico, tra merito e gradevolezza
estetica nella scelta di parlamentari
e ministri, può anche darsi
che trovi nella sbracata, boccaccesca
scenografia dei passatempi del
premier, nel suo modo di pensare
le donne felici di offrire i loro servigi
erotici in cambio di doni, denaro
e carriere, l’occasione per un
fronte comune trasversale a tutte le
forze politiche, a donne e uomini.
Ma non si dia a una mobilitazione
giusta e augurabile per impedire la
perdita di fondamentali conquiste
democratiche, il vessillo di una crociata
contro il corruttore sessuale di
minorenni, o l’imprimatur di una
“rivolta” delle donne contro il potere
che le ha tenute storicamente
in una condizione di marginalità.
Finché lo sdegno non si estende a
tutti gli aspetti del privilegio e della
violenza maschile – da quella manifesta
degli stupri e degli omicidi
domestici, a quella che passa non
vista nella disuguale responsabilità
famigliare di uomini e donne, nelle
discriminazioni sul lavoro -, dovrebbe
venire il sospetto che delle
donne ci si preoccupi quasi sempre
solo quando servono.

Questa vicenda la dice lunga su quanto si sia immiserito il femminismo
dal momento che si è attestato su piccole conquiste di emancipazione –
leggi di parità o di tutela – anziché continuare nella ricerca di
un’autonomia di pensiero, rispettoai modelli interiorizzati, e arrivare
ad imporre, in tutti i luoghi in cui le
donne sono presenti, un’analisi del
sessismo, delle sue molteplici implicazioni,
economiche, politiche, culturali.

Lea Melandri

Articolo già pubblicato su glialtrionline.it

Venerdi 28 gennaio 2011