Le radici dell’Europa

La guerra in corso e che vede coinvolte Israele con gli USA e l’Iran con gli Hezbollah in Libano, nonché indirettamente e collateralmente i paesi del Golfo, aprendo la complessa partita dello stretto di Hormuz, ha una sola reale spiegazione geopolitica, certo l’accomodamento e la sicurezza israeliana ma soprattutto la riorganizzazione, finita l’epoca politica (resta tuttavia l’economia globale)  di un mondo globalizzato, lo scopo è proprio la riorganizzazione per blocchi di influenza del mondo.

Tra i tanti temi che in questo momento storico vanno a proporsi, ce n’è uno che ci riguarda direttamente, quello dell’Europa. Ossia, il ruolo del nostro vecchio continente e specificamente dell’Unione, che se ha saputo, pur tra mille contradizioni e veti, disegnarsene uno, a proposito dell’annosa guerra russo-ucraina, oggi viceversa, la stessa fatica enormemente ad incidere su questo nuovo e pericolosissimo conflitto che va estendendosi giorno dopo giorno.

Inevitabilmente, in questa fase, gli analisti si domandano quale sarà il futuro della UE, ancor più se lo chiedono coloro che furono i più fieri sostenitori di un progetto che dopo secoli di guerre unisse il continente nel nome della pace.

L’Europa unita sconta il suo peccato originario di essere stata concepita in primo luogo come unione monetaria, non si è avuta alcuna attenzione a quella sintesi culturale e politica che sarebbe stata premessa necessaria per una costruzione unitaria e condivisa.

Addirittura, al crollo del muro di Berlino, ci fu la corsa della Commissione, allora retta da Romano Prodi, all’inclusione di quei paesi dell’est, che profittando del crollo della dittatura comunista dell’Unione Sovietica, ambivano al nostro modello occidentale e democratico. Si favorì così l’ingresso di numerosi paesi dell’Europa orientale, paesi che, finita la buia epoca dell’impero sovietico e ritrovata la libertà, videro nell’Europa un’opportunità per ricostruire con gli aiuti della Commissione il loro sistema paese. Questi più che da una sincera vena europeista furono mossi da un’altra, fieramente nazionalista. È stato il caso di paesi come la Polonia, l’Ungheria, la stessa Romania, un nazionalismo che ben si può comprendere ripercorrendo la storia di quei paesi.

Nel circo Barnum della costruzione europea, ci fu finanche il tentativo, invero della Gran Bretagna, di includere nella sempre più numerosa lista di partecipanti anche la Turchia. Fortunatamente questa operazione fallì, evitando così all’Europa un ulteriore problema di convivenza. Peraltro, con ironia della sorte, gli stessi inglesi, dopo aver spinto per questa “bella idea”, successivamente uscirono con la Brexit dal progetto europeo.

Gli errori in sede di costruzione della UE sono stati tali che ormai appare necessaria una riconsiderazione fondativa di questo soggetto, per evitare un sempre più imminente fallimento dell’intera costruzione con conseguenze geopolitiche difficilmente prevedibili.

Romano Prodi

Come giustamente ricorda l’europeista Sylvie Goulard nella sua ultima opera: “Grande da morire”: https://altritaliani.net/uneuropa-grande-da-morire-il-nuovo-libro-di-sylvie-goulard/

È necessario un profondo ripensamento che consenta non solo di avere delle dinamiche interne più agili e democratiche (il veto ancora oggi impedisce qualsivoglia concreta azione politica all’Unione), ma occorre anche ripensare alla stessa composizione europea, oggi fin troppo varia, vasta ed eterogenea.

In primo luogo occorre definire i punti comuni della nostra Europa,  certamente i valori della modernità espressi nella evoluzione della cultura del diritto che dalla rivoluzione inglese e poi da quella americana e poi da quella francese, espressione dello sviluppo del pensiero contemporaneo illuminista, che sono alla base di quel relativismo che ci hanno portato allo sviluppo di un pensiero liberale e scientifico padre della nostra idea di progresso, prima tecnico e appunto scientifico ma poi sociale, culturale e politico.

Tuttavia, non si può disconoscere che una buona parte dell’Europa si è costruita su un sistema di valori umanistici che sono figli di una cultura cristiana che si può declinare in tutte le sue variabili presenti nel territorio europeo: cattoliche, protestanti finanche ortodosse ma che hanno un denominatore comune proprio nei valori che ne sono portanti e che sono state di riferimento, come sempre accade a tutte le religioni, nei processi educativi familiari e pertanto nella creazione dei valori condivisi nella società.

L’affermazione di questi valori culturali prima ancora che religiosi nulla toglie all’aspirazione laica dominante nella gran parte delle forze politiche che oggi amministrano, con enormi sofferenze, l’Europa.

Il fatto di essere laici non impedisce di avere come riferimento i valori del cristianesimo che sono pregnanti nella cultura delle nostre società. Vale la pena ricordare anche se scontato che laico non significa ateo.

L’esempio si ha proprio in Italia, ma la cosa può valere anche per altri paesi della comunità.

Nessuno può negare la laicità italiana, testimoniata da tanti casi in cui il legislatore e poi lo stesso popolo italiano hanno affermato la loro libertà da precetti religiosi, si pensi alle leggi sul divorzio a quelli sull’aborto e tanti altri casi in cui lo Stato e la società hanno dimostrato distanza dai precetti e dai comandamenti religiosi, tuttavia chi può negare che nei suoi simboli il presepe, la croce nei luoghi pubblici, non affiorino quei tratti del cristianesimo che sono comuni alla educazione, alla cultura e quindi in definitiva alla tradizione popolare della nostra società, a prescindere anche dai gusti politici ed elettorali che l’animano.

È bene ricordarlo, perché in corso vi è una guerra di civiltà che oppone il modello occidentale ad altri modelli culturali figlie di altre storie culturali e religiose. La Cina che dalla rivoluzione maoista, ma ancora oggi, come testimoniano le disposizioni di quel governo  dello scorso anno, hanno fatto dell’ateismo la priorità, imponendo finanche corsi di rieducazione contro le religioni, finendo così per riprodurre un modello consumistico solo apparentemente occidentale mantenendo una costruzione culturale che forzatamente esclude qualsivoglia sentimento religioso. Oppure all’opposto, i paesi arabi con le loro teocrazie islamiche, proiettate storicamente alla conquista degli infedeli, come del resto predicava il suo condottiero Maometto.

Tanto detto tenendo conto che proprio la fine della globalizzazione politica, ma non economica, sta sviluppando processi di esodo con l’immissione copiosa di immigrati portatori di altre civiltà, che con difficoltà accettano di integrarsi nei nostri modelli sociali.

Si guardi, ad esempio, alla crisi della Francia dove si discute anche sulla perdita non solo dell’identità francese ma finanche della difficoltà di preservare la propria lingua sempre più impoverita dalla mancata integrazione dei nuovi arrivi, spesso proprio di cultura araba e religione islamica, un monolite con regole sociali e comandamenti religiosi che urtano violentemente contro quel modello culturale francese profondamente libero e liberale.

Una guerra fatta con l’ostentazione politica oltre che religiosa di simboli e stili di vita che creano spesso un latente se non addirittura conclamato clima da guerra di modelli di vita con disturbanti effetti per tutta la comunità.

Certamente, l’Europa non può prescindere dal suo modello progressista che trova la sua forza dall’avvento del pensiero laico degli ultimi secoli ma anche dalla dinamicità del cristianesimo e dai suoi valori umani che sicuramente hanno favorito questa idea di società progressista e inclusiva in contrasto con altri modelli più ascetici e meno inclusivi e dove di fatto la legge è sottoposta e dipendente da testi sacri, come nel caso dell’islamismo.

Se quello in Iran, infondo è l’ennesimo capitolo di una guerra di civiltà incorso da tempo e che oppone il nostro modello occidentale a quello di altre civiltà, allora occorre anche riflettere sulla necessità di difendere la nostra storia dal pericolo di una contaminazione e sottomissione a modelli sociali e culturali che non ci appartengono.

Proprio per questo l’Europa nel suo ricostruirsi deve tenere presente la sua storia e quali sono le sue radici alla ricerca di un’omogeneità fra tutti non solo politica ma anche di identità culturale.

Per noi europei, finita l’epoca della globalizzazione, il tema non è chiudersi nei propri nazionalismi, ci si può e ci si deve aprire alle altre realtà politiche e culturali, confrontandosi e conoscendosi sempre più, ma naturalmente dopo che si sia accettata l’identità comune di questa nostra nuova Europa.

Nicola Guarino

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Nicola Guarino
Nicola Guarino, nato ad Avellino nel 1958, ma sin dall’infanzia ha vissuto a Napoli. Giornalista, già collaboratore de L'Unità e della rivista Nord/Sud, scrittore, avvocato, direttore di festival cinematografici ed esperto di linguaggio cinematografico. Insegna alla Sorbona presso la facoltà di lingua e letteratura, fa parte del dipartimento di filologia romanza presso l'Università di Parigi 12 a Créteil. Attualmente vive a Parigi. E’ socio fondatore di Altritaliani e anche scrittore ("Tutto qui" - Graphe.it ed., è uscito nel 2024).

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