Cominciamo il mese di marzo con l’esame della raccolta poetica di Emanuela Dalla Libera, Le stagioni dell’ebbrezza (Puntoacapo editrice, 2025). In questo libro prevale un intreccio tra due parole, metafore di due dimensioni esistenziali: il tempo e il vento. Ne viene fuori una poetica che sottolinea la natura inesorabile del tempo che scorre portando via i ricordi, e trasformando le cose, laddove il vento prova a raccogliere ma, a volte, contribuisce a cancellare memoriali dispersi.
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Emanuela Dalla Libera nata a Vicenza, laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Padova, diventa docente di scuola superiore. Da alcuni anni ha lasciato le nebbie della pianura per il sole della Maremma toscana, dove vive buona parte dell’anno, circondata dai boschi, dagli animali e dal mare, dedicandosi alla poesia. Ha ottenuto premi e riconoscimenti in numerosi concorsi di poesia nazionali. Ha pubblicato racconti e poesie in varie antologie e ha al suo attivo cinque raccolte poetiche: Lo sguardo altrove (Gilgamesh, 2017), Sedimentare il tempo (Gilgamesh, 2020), Infinito andare (Il Convivio, 2022), Canto per voce sola (Macabor, 2025), Le stagioni dell’Ebbrezza (Puntoacapo, 2025).
Conosco Emanuela Dalla Libera da un po’ di tempo. Ci siamo incontrate in diverse occasioni di lettura di poesia e presentazione di libri. Lei è originaria di Vicenza, una città che ho nel cuore perché ci vive un carissimo amico, una persona deliziosa e, devo dire che deliziosa è anche Emanuela che mi è cara, allo stesso modo, per vari motivi ma, in specie perché, insieme al marito, si è trasferita in un casale in Toscana, nel comune di Suvereto che non solo è molto vicino alla mia cittadina di nascita, Piombino, ma è anche il luogo dove è nata la mia mamma. Dico questo fatto del trasferimento perché la sua poesia sembra davvero immersa nella natura dell’alta Maremma, con gli ulivi che diventano i guardiani di tanta ricchezza di flora, oltre che immersa in una dimensione temporale che incrocia il passato con il presente, e naturalmente anche i luoghi dell’infanzia e della giovinezza.
Le stagioni dell’ebbrezza
La dimensione del tempo è una delle più frequentate in poesia, e il rapporto tra ciò che è stato e ciò che è – a volte anche ciò che sarà – è una questione su cui i poeti insistono molto, nella ricerca di legami che portino a una connessione dei fatti della vita, delle esperienze, del modo di vedere e sentire le cose che accadono come se fossero, inevitabilmente, tutte connesse tra di loro. Ed è il trascorrere inesorabile del tempo che riempie gli scritti dei nostri maggiori poeti: Ungaretti in Sentimento del tempo parla proprio di questo, associandolo alla sensazione di fragilità umana e alla consapevolezza di una sua finitudine spesso consonante con la natura, con il paesaggio e con la memoria; Montale ci dice di come la memoria si associa al senso di vuoto che il passare del tempo provoca (Satura); per Antonia Pozzi la trasformazione che il tempo opera sulle cose, separandoci da ciò che amiamo, si incarna nel sentimento della malinconia e dell’ineluttabile… solo per fare qualche esempio.
Anche Emanuela Dalla Libera non sfugge alla tentazione di affrontare il tema e di interrogarsi, tramite la poesia, su ciò che realmente si lega proprio al trascorrere del tempo, legame che sembra diventare non solo evidente ma anche necessario, quasi ossessivo se pensiamo che, andando a contare quanto compare la parola tempo all’interno di questo suo nuovo libro, si raggiunge la notevole somma di settanta volte: settanta volte, un numero davvero elevato, più elevato del numero stesso delle poesie che lo compongono. Ma c’è un’altra parola che ricorre frequentemente tra i versi e che è, innegabilmente, connessa con la prima, la parola vento che compare ben quarantasei volte. Dunque che legame c’è tra il tempo e il vento? In particolare come si confrontano/intersecano questi lemmi all’interno della poesia dell’autrice e a ciò che ci vuol dire? L’intreccio che si crea tra il tempo e il vento – specie se così frequentato all’interno di una raccolta – evidenzia una poetica che sottolinea, lo abbiamo detto, proprio la natura inesorabile del tempo, un tempo che scorre portando via i ricordi, trasformando le cose, laddove il vento si fa metafora di vita ma anche di memoriali dispersi.
Ma l’opera, Le stagioni dell’ebbrezza, affonda le sue radici in primis in quella che è l’età stessa dell’ebbrezza, ovvero la giovinezza, un’età in cui tutto sembra scorrere piano ma in realtà non è così, perché quell’età passa in un lampo. Vuoi che si affronti in riva al mare, come desiderio di scoperta di nuovi orizzonti, vuoi che si affronti piantando le radici sulla terra, se pure sempre nell’inquietudine esistenziale di una ricerca che porti altrove, la giovinezza è l’età in cui tutto sembra possibile, in cui l’asprezza della vita ancora non si è rivelata appieno, concentrandosi solo sulla corsa incontro alla volontà di esistere: Ebbra, ho vissuto troppo in fretta/troppo mi ha carpita la voluttà del mare/nel fragore di orizzonti sulla terra/da scoprire. La giovinezza, il tempo, i cambiamenti legati anche alle vicende della natura… in certi passaggi del libro l’autrice sembra arrendersi all’evidenza che questa connessione conduce ad un unico risultato, quello di una perdita che non è recuperabile. Eppure nel ricordo, a cui si affacciano tanti momenti vissuti, la mente ha conservato le immagini, i profumi, i colori, gli stessi luoghi e il sentire che resta, quale sentinella emotiva, riuscendo a contare, ad accumulare, a far sì che ogni cosa possa continuare ad essere presente, nelle: spoglie dei giorni mentre il pensiero della morte si fa più lieve e il morire diventa solo un altro giorno della vita.
La raccolta è comunque pervasa anche da altri sentimenti che contribuiscono a dare profondità alla poetica dell’autrice: la malinconia, il rimpianto, la coscienza di un’impossibilità di recupero di ciò che è stato, che è trascorso, che è passato… certo, un evento improvviso potrebbe cambiare il corso delle cose, e far accadere ciò che ognuno si aspetta che accada… forse si potrebbe leggere, tra le righe, qua e là un sussulto, intravedere uno spiraglio, una speranza che non sia solo vana. E questo è, senz’altro, il dono che Emanuela Dalla Libera fa ai suoi lettori: tra testi melodiosi e lessico accurato, la musicalità di certi passaggi apre al significato più profondo di una gioia di vivere che cede il passo al tormento, di una luce che sopraffà il buio, di una voce che piano, piano si introduce nel silenzio e canta le sue passioni.
Un libro leggero, una versificazione lieve, un senso comune che ci rende l’autrice quale penna interessante nel panorama poetico attuale.
Alcuni testi da: Le stagioni dell’ebbrezza
A volte, mentre vado camminando
A volte, mentre vado camminando
sul poggio tra gli ulivi, la macchia
fitta e il cielo chiaro, sento una quiete
prendermi di nulla; un vuoto di memoria
e di fatica e come un’onda lenta
accompagnarmi al fianco, un suono
di silenzio, un moto lieve d’aria.
E in questo mio andare cieco
alla deriva; in questo mio vivere
schivo della folla; non ha più spazio
il tempo, accarezzo andando
la scorza antica di un ulivo,
il ramo arcuato di una quercia,
il fiore nato in una crepa.
E sciogliendo alla mente l’ombre
e all’anima i confini, sento piena
la vita nell’ebbrezza di un momento;
nel vento una carezza, e nello stormire
tenue delle foglie; nel flettersi dell’erba
e degli steli, il dolore scivolare dalle mani,
svanire nell’azzurro ogni soffrire.
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Come accadeva un tempo
Ora che resta di te l’assenza
vorrei che fossimo, madre, ancora
insieme, come accadeva un tempo
attorno al tavolo nelle sere fragili
d’autunno, tra suoni di gesti antichi
e il fruscio del vento sui balconi,
e con le mani stanche ringraziare
il pane, guardare il sole sciogliersi
di là dal fiume oltre la collina,
un lume scarno a rischiarare il viso,
nascondere nell’ombra l’incertezza
del domani e nel silenzio gli agguati
del destino. Vorrei che avessimo ancora
profumo di primavera dentro agli occhi
e così aspettare giorni incisi su sentieri
tracciati alla rinfusa, tornare alle albe
che offrivano la vita, alle stagioni
che disegnavano ritorni, al sigillo del sole
sulla terra. Vorrei non temere l’inverno
che geme sulla soglia, che altre parole
ci portasse il tempo, che verdeggiasse
ancora al ramo la tua foglia.
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Leggère le mie parole
Leggère le mie parole nella sera,
scivolano dai rami storti degli ulivi
nell’erba umida di voci, rimbalzano
sui sassi dove si annidano le lucertole
al morire delle estati, sciogliendo
dalle ore del mattino le braci di pensieri
inceneriti, gli sguardi storpi lungo i margini
del tempo e, come pecore all’ovile,
addormentano le sagome incerte dei gesti
disseminati nel perimetro del giorno.
Leggère le mie parole nella sera,
distillano il tormento offerto dall’esistenza,
nel vento sfiatano l’eccesso di rumore
chiudendo pagine sgranate con pazienza
e al buio che tracima affidano la danza
di una cantilena lenta, in una sfocata
riga la trama di ogni pena.
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Ora che antichi e nuovi canti
Ora che antichi e nuovi canti
cesellano l’aria soffice di primavera
e lungo i cigli e sulle alture fiori
ricamano tra l’erba filigrane,
ora che la luce esplode fino all’orizzonte,
inondando di colore nuovo il mare,
di nuovi sensi il palpito del mondo,
ora torna impetuosa la vita a reclamare
ascolto, a riempire inarrestabile ogni vuoto
di mistero. Ha voce trepidante l’attesa
del domani, volge lo sguardo dove è nudo
ancora il giorno, dove libero corre il tempo
di assaporare il mondo mentre l’ombra
circonda i passi e conta i battiti uno a uno,
per poi spegnere le ore sul quadrante
e lasciarle in silenzio, dipartire.
Morire è solo un altro giorno della vita.
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Epilogo
Non so se a me sarà data un’Itaca
in cui tornare, se stanchi gli occhi
anelerò l’approdo dove fu per me
il primo respiro, dove una lenta sera
aspetterò al tempo che rimane.
Forse c’è un’Itaca in fondo
ad ogni cammino, un porto
alla fine di ogni mare, un luogo
in cui trovar riparo per rimirare
il compimento della sorte,
un’isola che tutta ci comprenda,
giaciglio di origine e divenire,
terra di passioni e patimenti,
anfratto di pensieri e desideri,
dove hanno i giorni il sigillo dei ricordi,
dove in cerchio si chiudono le notti.
Bologna, febbraio 2026
Cinzia Demi
IL LIBRO : La stagioni dell’ebbrezza
https://www.puntoacapo-editrice.com/product-page/le-stagioni-dell-ebrezza-emanuela-della-libera




































