Altritaliani
Oltre la polvere

Settentrione, di Louis Calaferte

Edizioni Neri Pozza
martedì 13 aprile 2010 di Flora Botta

Una genesi stravolta. Crocefissa per l’eternità nell’incipit di Settentrione, dalla prosa fluente di Louis Calaferte. Scrittore francese, nato a Torino nel 1928, il quale attraverso l’impetuosa confessione autobiografica traccia, fin dalle prime pagine del suo romanzo, la via verso il nord. Verso Nora, la Nora sfigurata davanti allo specchio dove spira l’occhio cupo di Ibsen. Nora, “la donna”. Matrona del sesso, passaggio verso “l’Opera”, il romanzo della sua vita. Settentrione non poteva che cominciare bruciando, stravolgendo. Con riferimento, o se si vuole, nel ... rispetto, certo paradossale, dell’ inimitabile incipit biblico. E... nel rispetto di un vero genio, quale è Calaferte. « Il compito dell’artista è quello di rovesciare i valori costituiti, di fare del caos che lo circonda un suo ordine che sia il suo proprio, […] l’artista deve raccontare la vita, anche a costo di apparire eccessivo, brutale, provocatorio [1]. »
« Un livre doit tout bouleverser, tout remettre en question », scriveva Cioran.

Settentrione nasce per l’appunto dal caos, dalla durezza della vita in fabbrica, nella quale Calaferte fu operaio ordinario, e dalla scelta non meno dolorosa di farsi mantenere dalla sua Nora, « l’olandese mistica dotata di una vagina scultorea », di vent’anni più grande di lui. O di vagabondare in cerca di un albergo per la notte, a sperare poi nella clemenza degli amici che gli avrebbero offerto un letto e, quando si era fortunati, perfino un piatto caldo. Espedienti che lo oppressero con rinnovata forza e che lo allontanarono per mesi dalla sua unica immane aspirazione: quella di scrivere. « Ho fame. Fame di parole, di frasi, di paragrafi, di pagine, di punteggiatura, di libri, di sogni a occhi aperti, di personaggi. Fame di Verbo. Fame di Vita. Vivere la mia vita ». Ma sarà anche questo, un passaggio obbligato, una discesa agli inferi per riemergere poi dalle tenebre con razzie prosaiche capaci di far esplodere i valori ricevuti, le ipocrisie comunemente e consapevolmente accettate. Calaferte, detona nel e con il verbo per restituire a se stesso l’occhio totale. Quel chirurgico sguardo corporeo che incide il mondo per possederne l’essenza, prenderla fra le mani, sentirla pulsare e farne la propria legge, a sua immagine e somiglianza. Per diventare esso stesso Dio, il Dio di se stesso, piuttosto. Decaduto dal mondo delle idee, dal platonismo aspirante un mondo irraggiungibile, dal romanticismo anelante l’impossibile, egli, al contrario, non aspira ad altro che alla vita. «Vivere. Vivere. Essere la vita. Impossessarsi del mondo come di un bene personale, e goderne, liberamente. Spogliarsi, gonfiarsi, sfinirsi di vita e arrivare nudo fino a Dio. Dio che forse non è altro che l’estremità di sé ».

Sguardo fatto verbo e carne di un mondo depredato dalla trascendente immagine di Dio. « Il mondo è femmina, come la creazione». Eppure Dio « magnifico e ingombrante. Col suo occhio di ghiaccio. Tondo, statico, smisuratamente profondo », quel Dio cristiano, eredità occidentale, che lo trascina con violenza verso un’esperienza sessuale fine a se stessa, benché prepotentemente detronizzato, perdura “immanente” in tutta la sua opera. S’insinua nello stile, nella lingua, nella vita. S’insinua perfino nel sesso, brutale, salvifico. Sesso bestiale e selvaggio. Onnipresente sesso. Dio e sesso, assoluto e carne, spirito e corpo. Dilemma calafertiano. Antitesi aspra, umana, sfinente, che si risolve infine nella vita.

Michel Devillers

Il linguaggio, in questo senso, non può che essere feroce e sfrontato, anarchico e a volte perfino scurrile. Espressione altresì di una sofferenza che non gli dà tregua. Ricerca incessante di sé nella smania di lettura, nella febbrile sete di scoperta e di conoscenza. Nella fascinazione per altri uomini, scrittori a loro volta, vissuti in epoche diverse, ma ancora vibranti nei libri, « come se dovessero fornirmi la chiave di me stesso ».
Calaferte dalla sua posizione, quanto mai scomoda alla società del suo tempo [2] , lancia una sfida contro il mondo moderno. Cinquant’anni infatti sono trascorsi da quando Settentrione venne alla luce eppure il nostro mondo, quello di oggi, non sembra essere per nulla cambiato. E forse nemmeno le nostre speranze così come gli amici con i quali scegliamo di condividere la nostra vita. « Tipi che mi assomigliano […]. Che credono indefettibilmente nella loro stella che dimentica di accendersi. Nel miracolo che non si decide ».
Egli vede e descrive con accurata precisione i meccanismi perversi della società occidentale, capitalistica precipitosa caduta nel nulla, affastellamento di frette metropolitane e perdite di memoria. Pagine profetiche, che fissano il presente e annunciano il futuro.

Se avessi letto queste stesse righe ignorandone la data di stesura, avrei potuto benissimo pensare che fosse stato un autore contemporaneo a scriverle: «Il mondo intero ha fretta, il mondo intero è in libertà provvisoria fra mezzogiorno e le due, il tempo di mandar giù un boccone, di far finta di mangiare, lo sguardo inchiodato all’orologio, fare presto, fare in fretta […] Il mondo intero si precipita nei ristoranti […] Tutti ossessionati dall’ora, l’ora che arriva. Che fugge. Presto sarà ora. E’ già ora. E’ ora. Non è più l’ora. E’ passata l’ora ».

Non vi pare di averla vista anche voi questa immagine? E quante volte? Mai? Poche? Oppure tante, reiterate volte?.
Ciò malgrado non è tutto perduto. Resta ancora qualche sussulto dell’anima di fronte all’inatteso. L’azzurro immenso della vita. Rilucente contemplazione della bellezza dell’attimo. Del fascino femminile. Del suo mistero. « Lei ha gli occhi aperti[…] Non piove più. Fumiamo la stessa sigaretta […] Il tempo non ha più nessuna consistenza […] siamo tranquilli, non ci conosciamo. Non c’è ragione perché questo torpore abbia fine[…] Adesso la nostra vita ha le pareti di questa stanza come confini ».

Detto questo, non vi resta che leggerlo. Trecentossessantasei pagine d’analisi violenta, raccontate con onestà avvincente. E seppure il realismo spietato di alcuni dettagli sulla sua vita sessuale, tanto quanto quelli della sua visione del mondo possano disgustare, a niente vale questa nausea, se non si riconosce a quest’opera il giusto valore umano e intellettuale. Opera, forse ancora oggi, immeritatamente rimasta nell’ombra.
« Creare significa denunciare. Isolarsi. Tagliare i ponti. Essere contro. La rivolta, il disprezzo, lo scandalo, l’ermetismo, l’eccesso o il delirio caratterizzano la manciata di libri che ammiriamo. I luoghi che gli uomini, di quella levatura hanno abitato e solcato in profondità nella loro vita diventano per lungo tempo inutilizzabili. Ci costringono a emigrare da noi stessi. Ad andare a vedere al più presto la condizione del terreno nelle vicinanze. La loro missione salvifica in questo mondo consiste in un lavoro spietato di scavo. Ecco il cratere che mi lascio dietro in eredità. Sotto l’ammasso di detriti si nasconde, sonnecchiante, la scintilla di ogni rinnovamento. Aprite gli occhi e, a vostra volta, perpetuate la vita!».

Flora BOTTA

19/03/2010

[1Tropico del cancro, Henry Miller, 226, Edizioni Mondadori, I Classici Moderni, 1998

[2Il libro, infatti, pubblicato nel 1963, venne ritirato dalle librerie per il suo contenuto “pornografico” e riapparve solo nel 1984.


Home | Contatti | Mappa del sito | | Statistiche del sito | Visitatori : 1773 / 3999625

Monitorare l’attività del sito it  Monitorare l’attività del sito culture et CULTURE  Monitorare l’attività del sito Oltre la polvere   ?

Sito realizzato con SPIP 3.0.21 + AHUNTSIC

-->