Altritaliani
Letture e sapori d’estate

Il rituale antico della transumanza. A mio padre, Salvatore il mandriano.

lunedì 1 agosto 2016 di Armando Lostaglio

E’ tempo di transumanza. Come ogni anno, da secoli, in questo periodo si ripete per le strade notturne il rituale antico della transumanza, antico per la tradizione lucana, un retaggio di una civiltà che si misurava con l’attitudine al lavoro, al sacrificio.

Un dolce tintinnio di campane dai suoni più diversi ha attraversato la notte sonnolente, rompendo il silenzio di chi è già dormiente. Questa strada, da sempre, porta ai pascoli montani, proviene dalla Puglia e porta fino ai territori di San Fele, di Ruvo, verso il Santuario di Pierno, o verso Monticchio e il Vulture. Quel dolce tintinnio ha tirato giù dal letto decine di persone, bambini soprattutto, attoniti ad osservare questa lenta processione che inizia nella notte dei secoli, con la civiltà dei pastori e dei nomadi, e giunge fino a noi grazie al lento scorrere del tempo, al seguito delle vacche, dei buoi, dei vitelli, centinaia di esemplari condotti con parsimonia e pazienza dalla pianura alla montagna, e poi, al volgere delle stagioni, dalla montagna alla pianura.
Pensi alle vacche in Puglia?”, diceva un vecchio adagio popolare che si addice ancora oggi a chi è sovrappensiero.

Ebbene, alla Puglia andava il pensiero di quei comuni mandriani, di quei “foresi” che il tempo misuravano con le lune e con le stagioni; un po’ come accadeva ai più famosi mandriani di oltreoceano, ai “cow-boy” che, nel bene e nel male, hanno lasciato il segno nella storia in quelle lontane terre. I nostri mandriani vivono ancora oggi nella solitudine e nell’anonimato; non crediamo siano stati mai girati film sul loro conto; conservano un dignitoso silenzio, rotto solo una volta all’anno dal tintinnio dei campanacci al collo delle ancor più sventurate bestie. Che conducono quà e là, attraversando strade d’asfalto, cittadine e campagne, un periodo che va dalla prima decade di giugno e termina con la festa di Santa Caterina, il 25 novembre, quando l’inverno preme ed è tempo di tornare in pianura, ove garantire miglior vita, pascolo ed acqua al bestiame.
Si ritorna in Tavoliere, in terra di Foggia, in Capitanata o nei tenimenti fra Cerignola, Canosa o nei lucani territori di confine, Lavello e Venosa, nella tenuta di caccia dei Bruscese.

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Foto di Massimo Alari

Quando si partiva dalle pianure lavellesi di Gaudiano o da Rocchetta scalo, si potevano fare anche quattro giorni e quattro notti continue di cammino, con le mandrie e a cavallo della giumenta”. Gli occhi gli brillavano quando ci raccontava di queste migrazioni antiche, ma che, nella sua voce, assumevano tutto un sapore contestuale. Era un uomo anziano, aveva allora quasi tutti gli anni del secolo, ma la memoria inossidabile lo rendeva vivo, incredibilmente vero. Salvatore (mio padre) aveva trascorso quarant’anni in questo mestiere “che non è un mestiere, è una specie di missione, una prova continua con se stessi, fra se stessi e le leggi della natura”. Ci faceva capire. “Si partiva dalle Puglie e si toccava la montagna di Rapone o il bosco di Pescopagano e poi via per Laviano o per Contursi (quando siamo in provincia di Salerno). Deviando invece per Calitri (Avellino), in altri due giorni e due notti, si poteva arrivare al Campo di Summonte, ai piedi del veneratissimo Santuario di Montevergine. E qui si è in territorio d’Irpinia, terra molto simile alla montagna lucana, sia come vegetazione che nei costumi e nelle tradizioni; identico è il modo di lavorare il latte.
Quando si è in cammino, l’unica speranza che viene coltivata è quella di raggiungere la meta, e conveniva camminare con le mandrie più di notte che di giorno, perché la calura del giorno poteva provocare la dispersione degli animali più giovani, sempre alla ricerca di acqua e di frescura".

Salvatore era originario di Melfi, ma erano più gli anni che aveva vissuto a Rionero, ai piedi del Vulture, montagna che conosceva praticamente “come le proprie tasche”, dalla Frasca alle Fontane “dei Piloni” o “del Lupo” e “dei Faggi”.
A Melfi venivano in molti, cinquant’anni fa, dalle comunità di montagna, da San Fele, da Pierno, da Pescopagano, e per ottenere il diritto di territorio per il pascolo, veniva stipulata la cosiddetta jus civica che, dopo sei mesi, dava diritto alla cittadinanza e quindi a poter pascolare le proprie mandrie.

Salvatore raccontava storie di sofferenza con una tale vitalità da rendere partecipi alla sofferenza chi lo ascoltava. Era coinvolgente perché, nonostante i patimenti, quel lavoro lo amava: quel contatto continuo con la natura, e poi l’arte casearia, i formaggi e i latticini, spesso lavorati a forma di cavalluccio e stelle marine. C’era arte anche in questo mestiere, che mestiere non è: è una missione al cospetto del cielo, della sua clemenza o delle intemperie.

Ora, da lassù, guarda andare ancora su e giù per le colline lucane le mandrie, in quella processione antica che il tempo accompagna, nell’elogio della lentezza, con i buoi, le vacche e i vitelli, gli asini e i cani. E in fila sparsa ci sono quegli uomini, che Salvatore conoscerà ancora bene. In quella processione senza tempo, in una dura esistenza affiorata per qualche istante, grazie al tintinnio irregolare, discontinuo di quei campanacci suonati nella notte.

Quei sacerdoti del silenzio che lasciano dietro una scia di odori, quasi come incenso, riaffiorano per ricordarci quei versi di Nikos Kazantzakis:

Abbiate cura degli animali, delle mucche
delle pecore
degli asini
Credetemi, anch’essi hanno un’anima,
sono esseri umani.
Solo che hanno il pelo lungo
e non sanno parlare;
sono uomini di un tempo remoto…

Armando Lostaglio


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