Altritaliani

La scomparsa di Cesare Segre, filologo pioniere della lingua e della letteratura italiana.

mercoledì 26 marzo 2014 di Gaetanina Sicari Ruffo

Come non rendere omaggio alla figura di Cesare Segre, uno dei più grandi studiosi italiani, recentemente scomparso, a Pavia, che ha aperto nuove strade alla frontiera della critica e della linguistica nella cultura nazionale?

Quasi tutti gli intenditori delle patrie lettere hanno conosciuto il suo nome e la sua attività e provato la sensazione di trovarsi di fronte ad un maestro, austero sì, ma straordinario perché, partendo dalla tradizione è riuscito a percorrere itinerari impensabili, creando nuovi sviluppi d’interpretazione e d’analisi dei testi che sembravano stendersi all’infinito come una miniera sotterranea feconda di varietà di significati.

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Cesare Segre

Per lui ci sono diventati familiari le parole strutturalismo, semiotica, semantica, non perché non esistessero prima, ma per l’uso intelligente che ne ha fatto, applicandole come strumenti ai testi con la perizia d’un chirurgo che sa come curare e guarire i corpi.

La sua carriera professionale

Cattedratico dell’Università di Pavia, non aveva bisogno di spostarsi per comunicare il suo profondo studio, ma si faceva conoscere attraverso i suoi saggi diffusi in Italia ed all’estero con quel personale intendimento che esprimeva il suo amore per la scoperta di nuovi metodi, intesi a storicizzare e rinvenire profonde risonanze e consonanze interpretative.
Accademico della Crusca e dei Lincei, ha insegnato prima a Pavia, dove ha pure diretto il Centro di Ricerca dello IUSS, successivamente a Trieste, ed è stato visiting professor presso le Università di Manchester, Rio de Janeiro, Harvard, Princeton, Berkeley. Ha collaborato a numerose riviste da “Paragone” a “Strumenti critici”, a “Studi di cultura italiana”, a ”Cultura neolatina”.

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Maria Corti

Ho molto apprezzato le sue teorie per le mie letture ed il mio insegnamento anche grazie alle relazioni ascoltate da Maria Corti, sua collaboratrice e collega (gli altri molto vicini a lui erano i Prof. Mattioli e Isella), che condivideva le fatiche della ricerca e delle scoperte. Lei spesso veniva a sud a rendercene partecipi e permettere a quanti la seguivamo d’esplorare come Colombo, un nuovo mondo, ameno di verità prima sconosciute.

Le lezioni del maestro Segre erano e sono consegnate ai testi maggiormente noti, pubblicati da Einaudi: I segni e la critica (1969), Le strutture e il tempo (1974), Dove va la critica letteraria (1993), Tempo di bilanci. La fine del Novecento (2005). Esse puntavano all’individuazione dei segni linguistici per creare un complesso sistema diacronico e sincronico di molteplici livelli di lettura nella trattazione di ogni autore, come una mappa identificativa del suo registro lessicale, retorico-stilistico, storico-letterario, culturale-ideologico. La conoscenza non restava in superficie come una scelta opzionale di gusto e di sensibilità, ma diveniva scientifica attraverso una rete di nessi sottesi al testo che era la fonte.

Philologus in aeternum si definì Cesare Segre in un’intervista immaginaria pubblicata su “Belfagor”, per ribadire la sua innata volontà di ricerca sempre in fieri, mai soddisfatta dei traguardi raggiunti. E per chi fa questa professione veramente, essa diviene quasi un habitus mentale, come l’ha definita Luciano Canfora, filologo antichista, in Filologia e Libertà: “la più eversiva delle discipline”, che consente “l’indipendenza del pensiero e la libertà”. Anche “La Stampa” di questi giorni, nel presentarlo, ribadisce questo concetto e ne fa un emblema contro i tempi della crisi attuale.
Consapevole di questa verità, a febbraio, aveva voluto festeggiare con gli amici la pubblicazione da Mondadori, collana I Meridiani di Opera critica, un compendio che sarebbe stata la sua ultima fatica e quasi un testamento personale.

Egli poteva ben dire di avere esplorato tutto il Novecento nelle sue pieghe più segrete, spingendosi ad identificare persino l’oltre nel testo: Fuori dal mondo. I modelli nella follia e nelle immagini dell’al di là, una zona d’ombra della mente nella quale trovava forme e segni raramente spiegabili razionalmente.
Ma il suo autore preferito restava l’Ariosto delle cui opere curò tutte le edizioni critiche come pure quelle della Chanson de Roland, altro testo magico, polisemantico. Il terreno per lui di maggior ricerca e soddisfazione infatti era quello che conservava una polifonia di registri e di voci.

L’essere ebreo lo mise senza dubbio nella condizione di comprendere la sofferenza di questo popolo e di portar sempre dentro di sé quella compartecipazione al dolore e quell’acuta sensibilità che furono le compagne della sua vita. Nella sua giovinezza (era nato nel 1928 a Verzuolo in Piemonte), visse per lunghi anni nascosto, per non essere catturato durante la persecuzione ebraica, nel collegio della Madonna dei Laghi ad Avigliana e solo negli anni Ottanta riuscì a scrivere della dolorosa vicenda di Primo Levi di cui fu amico.
Una sorta di sua autobiografia si può leggere nel saggio: “Per curiosità” (Einaudi 1999).

Per questo forse si spiega la scelta della filologia come disposizione del suo animo a capire la società, cui è strettamente legato il suo studio, ed a scoprire insistentemente verità e giustizia.

Gaetanina Sicari Ruffo


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