Da quando le ideologie del Novecento sono finite, in Italia si è passati dalle convinzioni politiche ideologiche difese strenuamente, quasi fossero un atto di fede religiosa, alla politica personalizzata che è priva di grandi visioni e progetti e a volte carentissima anche semplicemente sul piano programmatico, verso questa si vota solo per simpatia e antipatia.
Si sa queste ultime sono estremamente volatili e pertanto se nella prima repubblica un’oscillazione in positivo o in negativo di uno 0,5 per cento dei voti era vissuto da un partito come un trionfo o un’autentica débâcle, oggi i partiti fanno i conti con gli umori di elettori sempre più scarsi e disincantati, che spesso alle urne nemmeno ci vanno più.

Il passare dall’altare alle polveri è divenuta una prassi costante per tutta la classe politica sia che fosse al governo o più comodamente all’opposizione.
Di certo, una gran parte della responsabilità è dovuta alla stessa classe politica, che ha perso autorevolezza e carisma, si aggiunga che autorevolezza e carisma li hanno perse anche tante altre “categorie” si pensi all’informazione che si divide in destra e sinistra rifacendosi ad origine e a radici sempre più secche del proprio vissuto.
Si pensi alla Magistratura che fa politica pro o contro il governo, pro o contro le opposizioni a seconda del proprio referente politico o di potere. E già, perché anche la destra e la sinistra, finite le ideologie, sono diventati luoghi, spazi da occupare, a volte anche abusivamente, per rendersi identificabili verso un corpo elettorale che si dichiara (quanto per caso vota) di destra o di sinistra senza nemmeno avere ben chiaro che cosa queste posizioni significhino più.
È la crisi della democrazia, bellezza! Si direbbe parafrasando un noto film in bianco e nero.
Il punto è che nessuno più domanda una magistratura che sia super partes, nessuno si aspetta un’informazione corretta che cerchi perlomeno la verità sui fatti di cui parla o sparla, nessuno più si attende una politica che abbia coerenza e che sia attenta alle esigenze della comunità.
Ormai impera la volubile simpatia o antipatia per i personaggi politici o meglio per le aree politiche in cui si sono collocate.
Per questo, a proposito dell’ormai imminente voto referendario sulla divisione delle carriere dei giudici, il problema non è più se sia giusto o meno il merito del referendum ma chi vota SI e chi vota NO.
Poco importa che negli anni e a fatica si sia arrivati a una riforma garantista per il giusto processo, è grave che oggi nella nostra democrazia, abbia poco conto che le posizioni processuali del Pubblico Ministero e dell’avvocato difensore non siano paritarie e che il giudice giudicante, che dovrebbe essere davvero una figura terza, questo per garantire eguaglianza tra accusa e difesa, appartenga invece alla stessa famiglia della Pubblica accusa.
È come se nel derby tra Milan e Inter l’arbitro fosse un dirigente degli interisti, ci sarebbe perlomeno da sospettare sull’imparzialità di quell’arbitraggio.
Così anche se la Meloni, diversamente da quanto fece in passato Renzi, ha già precisato che la vita del governo non dipende da questo referendum, il solo fatto che la riforma proposta provenga da un governo di centrodestra induce immediatamente la sinistra a votare contro e i loro elettori più fedeli (a cosa poi? Sarebbe bello saperlo) ad assumere la postura del cane di Pavlov, per cui votano anch’essi No, a prescindere.
Poco importa che la divisione delle carriere in magistratura fu uno dei cavalli di battaglia della sinistra tra gli anni Settanta e Ottanta, quando allora si voleva liberare i giudici dall’obbedienza al potere, affinché potessero agire unicamente per amore di giustizia.
Erano altri tempi, non esisteva ancora il populismo (di sinistra e di destra), si era meno moralisti e più morali, si era meno giustizialisti e più giusti.
Io mi chiedo e lo chiedo a quanti si lamentano, contro una magistratura che è serva delle correnti politiche che vede dipendere le proprie carriere, non dalla professionalità o dal merito ma da beghe di corridoio e da intrighi di corrente, se hanno capito qual è il merito della riforma su cui si è chiamati a esprimere il proprio consenso o dissenso.

Si gioca sporco, si fa credere, a seconda delle convenienze, che la magistratura dopo il referendum sarà più o meno libera, occorrerebbe un elettorato che fosse lui sì libero, dalla disinformazione che induce a credere che il referendum sia pro o contro il governo Meloni, mentre così non è. La riforma, è bene ricordare, è stata partorita dal Parlamento e il Parlamento nella nostra democrazia esprime la volontà popolare.
Volontà popolare che è essenziale ancor più in un referendum confermativo, qui non si vota per Fratelli d’Italia o per il Partito Democratico o le 5 Stelle. Votare NO per andare a quel servizio alla Meloni o votare Si per fregare la Schlein o Conte è stupido, si vota per un’altra cosa.
Si vota per una magistratura libera, per un processo equo e che non sia condizionato e affinché il derby Milan – Inter abbia davvero un arbitro super partes.
Nicola Guarino



































