Altritaliani

"Ma le mie zie di Voghera non cantano Fratelli d’Italia", di Giuseppe Culicchia

giovedì 24 settembre 2009

Con un’intervista ad Alberto ARBASINO iniziamo un viaggio attraverso i libri che "hanno fatto gli italiani", formando il nostro immaginario, descrivendo e rappresentando identità e carattere di popolo e nazione. Alberto Arbasino non ha dubbi: «E’ dall’inno di Mameli che bisogna cominciare».

Bene. E allora, visto che ormai manca poco al 150° anniversario dell’unità di un’Italia forse un po’ meno unita di quanto desideravano i padri della Patria, cominciamo da lì.

«Io li capisco i calciatori e i presidenti della Repubblica, che cantano solo i primi due versi».

Davvero?

«E certo. La seconda strofa, con quel “Noi siam da secoli / calpesti, derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi”, è giustissima, per carità, ma come si fa a cantarla? Finché lo dice Levi Strauss di qualche tribù remota, va benissimo. Ma quando mai la tribù se lo dice da sé, addirittura nell’inno nazionale? Il fatto è che abbiamo sempre avuto un complesso d’inferiorità nei confronti di francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli. E continuiamo a dipendere dai giudizi espressi sul nostro conto da testate immancabilmente prestigiose. Oddio, le lotte intestine fanno parte della nostra storia, vedi Guelfi e Ghibellini, Capuleti e Montecchi. Ma certe cose è meglio non sbandierarle. E’ imbarazzante».

A ben vedere però anche la prima strofa qualche pecca ce l’ha.

«Be’, “Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa” andava bene ai tempi del Duce: la politica africana appartiene al fascismo. Per tacere della quarta strofa, dove “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”. E quella “vittoria / schiava di Roma”? Come si fa a sostenere una cosa del genere dopo l’8 settembre?»

Già, ma le celebrazioni, ancorché austere, incombono. E c’è chi ha paventato cementificazioni, mentre altri minacciano contestazioni.

«Io citerei anche le mostrificazioni. E le vandalizzazioni? Dove le mettiamo? In realtà, si tratta di imitazioni. Solo da noi i muri sono ancora pieni di sfregi e graffiti. Altrove non lo si fa più. Per forza: è una moda vecchia di cinquant’anni. A New York hanno iniziato nei Sixties. E Basquiat è morto vent’anni fa. Ma l’imitazione non ha confini, si imitano di volta in volta i piromani e gli omofobi, e anche i lanciatori di sassi dai cavalcavia. Basta che ne parli la tivù, e subito ci si accoda al trend. Per tornare alle contestazioni, visto che la Mostra del Cinema si è appena chiusa dopo i soliti clamori, si pensi a quella della Biennale di Venezia nel famoso Sessantotto. Sa chi aveva vinto il Leone d’Oro l’anno prima? Buñuel, con Belle de Jour. E tra i partecipanti c’erano Pasolini con l’Edipo e Visconti con Lo Straniero tratto da Camus. Il sistema produceva e premiava Buñuel, Visconti, Pasolini. Però bisognava contestarlo. Quindi tutti in piazza San Marco contro i celerini, tra orchestrine e gelaterie. Ricordo Ungaretti, Moravia, Piovene, entusiasti della rivolta. Ma il sistema non erano anche loro? Quando racconto queste cose, di solito i giovani ridono».

Per l’autore che più di ogni altro nel dopoguerra ha descritto gli italiani con sguardo da antropologo, la nostra identità sta proprio in questo genere di cose.

«Al Nord come al Sud passando per il Centro ci si scopre uniti per l’appunto dal complesso d’inferiorità, da vandalismi e da teppismi, da imitazioni e da trasgressioni, oltre che da divisioni anche feroci. Altro che corsi e ricorsi. Sono queste le nostre eterne caratteristiche nazionali».

Catalogate a dovere nei suoi libri, si pensi non solo a «Fratelli d’Italia» ma anche a «Un paese senza» e a «In questo Stato», oppure a «Paesaggi italiani con zombi», o ancora al recente «La vita bassa»: capitoli di un lungo racconto sull’identità italiana.

«Ho sempre cercato di scrivere in presa diretta. Ecco, una cosa è cambiata: quando eravamo poveri, tutti più magri, più bassi e malmessi, irriconoscibili rispetto a oggi, c’era più gentilezza. Era una cosa umana, spontanea, che derivava in ogni ceto da un’educazione istintiva ormai scomparsa. Ci si offriva le pagnottelle portate da casa. Ma lo dicevano già gli antichi romani: le ciliegie di una volta erano migliori. Perciò evito da tempo la tentazione della nostalgia. Si tratta solo di fare paragoni obiettivi e realistici tra quello che c’era e quello che c’è. E basta vedere come sono ridotte le città, le spiagge, il cosiddetto territorio».

E i libri degli altri? Quali sono quelli che hanno formato o che avrebbero dovuto formare gli italiani?

«Libri? Quali libri? Da noi, complice la scuola, I promessi sposi non l’ha mai letto praticamente nessuno. D’Annunzio al massimo dello splendore veniva preso un po’ in giro dai ceti colti: Il piacere era roba da signorine snob. E Leopardi? Il Discorso sui costumi degli italiani lo conoscevano in pochissimi, e pensare che lui aveva intuito tutto standosene chiuso in casa a Recanati, incredibile. No, piuttosto le opere e i loro libretti, che per gli italiani sono stati l’equivalente dei grandi romanzi dell’Ottocento per i francesi o per gli inglesi, o dei musical di Broadway per gli americani. Certe arie si ascoltavano alla radio, le canticchiavano tutti. Davano vita a espressioni d’uso quotidiano: da “la donna è mobile” a “un bel dì vedremo”. A Voghera le bambine venivano battezzate Norma e Tosca. All’epoca certo c’era una cultura liceale media che prevedeva la lettura di Dante e Carducci. Ma alle riviste popolari, dalle prime file la sera della prima ai posti in piedi per l’ultima replica, tutti capivano Totò che cantava L’Orlando Curioso e Wanda Osiris che faceva Renzo e Lucia con Macario. In scena si citavano Dante e Omero, e la gente rideva al momento giusto. Invece, per quelli nati a fine Ottocento, l’opera divenne una cosa rionale, da guitti, superata. Anche per Gadda e Palazzeschi era uno zum-pa-pà. Non a caso quando negli anni Cinquanta ero universitario a Milano i biglietti per la Scala si compravano dieci minuti prima dello spettacolo, anche per la Callas o Karajan. I divismi e i fanatismi arrivarono dopo, grazie anche a Visconti e a Strehler».

E il provincialismo? Che posto ha nella definizione dell’identità italiana?

«Un tempo la piccola borghesia era terrorizzata dai cambiamenti anche minimi. Le sciurette si angosciavano moltissimo. Ora invece sono aggiornatissime, alternative e soprattutto all’estero ci si preoccupa della figura che si fa in quanto italiani. E torniamo al complesso d’inferiorità. Basta leggere le lettere ai giornali: da noi sono frequenti quelle della serie «un amico straniero mi fa notare che» eccetera. Ma all’estero non accade mai di leggere lettere in cui si fa presente che un amico italiano ha osservato qualcosa. Del resto chi sono gli italiani conosciuti nel mondo? Sarti, cuochi, calciatori, comici, cantanti, mafiosi. Se si viaggia in Asia, anche in posti sperduti, ci si sente dire: “Italiano? Valentino Rossi”. Prima c’era Pablito. Gli scrittori non li conosce nessuno, penalizzati dalla lingua a cominciare da Gadda, che si impadronì in modo prodigioso di un dialetto romanesco dalle venature abruzzesi oggi sconosciuto ai giovani zombi televisivi. E i pittori? E gli altri artisti? E i musicisti?»

Sospira, Arbasino...

«Eh, il provincialismo. E poi il campanilismo. Pensi che nell’inno di Mameli a un certo punto si dice: “Dall’Alpi a Sicilia / dovunque è Legnano”. Ricordo che a Voghera ribattevano: eh no, Legnano è Legnano, e Voghera è Voghera».

Amen.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 19 settembre)
La Stampa.it/Libri/Giovedi 24/9/2009
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