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Gastronomia e regioni

Sorbillo, una celebre e prolifica dinastia di pizzaioli napoletani.

sabato 18 agosto 2012 di Mario Carillo

A Napoli, passeggiando lungo le stradine di Spaccanapoli, zona umile e allo stesso tempo brulicante di vita e di testimonianze storiche, culturali, non può sfuggire in Via Tribunali, nel decumano superiore, attigua alla Chiesa delle anime del Purgatorio, l’antica pizzeria Sorbillo.

Ad attirare l’attenzione dei viandanti, turisti e indigeni, la porta a vetri del ristorante con affisso, alla rinfusa, ritagli di giornali italiani e stranieri risalenti agli anni cinquanta e, tra questi, uno del più antico quotidiano di Napoli, Il Roma che a firma Giuseppe Di Bianco riporta la singolare storia dell’allora proprietario con il titolo: “Interpella gli avventori in latino il celebre pizzaiolo”. Il sommario ancora più significativo: “Più che alla sua indiscussa arte di manipolatore di pizze squisite, Luigi Sorbillo deve la sua fama all’avere avuto ventuno figli in ventotto anni di matrimonio”.

La cosa ancor più sorprendente scorrendo l’ampio servizio a quattro colonne, ormai sbiadito dal tempo, è che il padre del prolifico pizzaiolo, Giuseppe, ricco commerciante di pellami, ebbe trentasei figli da quattro mogli, nove da ognuna, insidiando da vicino il primato di Priamo, l’ultimo Re troiano, personaggio dell’Iliade che ebbe 50 figli, fra cui Ettore e Paride e fu poi ucciso da Pirro, figlio di Achille.

Dei trentasei figli, ognuno prese la sua strada, Luigi, classe 1907, a 17 anni trovò lavoro in una pizzeria del Carmine e, messo da parte un discreto gruzzoletto, decise di aprire un suo esercizio in Via Tribunali. Nelle prime ore del mattino pizza "oggi a otto". Ripiena di mozzarella, ricotta, salame e pepe, fritta in olio bollente, era detta cosi perché il cliente aveva la possibilità di pagarla entro otto giorni. La sua fortuna fu anche perchè la zona pullulava di studenti universitari del vicino Policlinico che di certo non mancava l’appetito.

A venti anni conobbe una bella ragazza, Carolina Esposito: un anno dopo convolarono a giuste nozze con il chiaro intento di mettere al mondo una squadra di calcio e, magari qualche riserva. Luigi che non ricordava bene se era stato il ventisettesimo o il trentesimo dei figli, ripensava sempre con affetto e stima l’anziano genitore: un vero uomo, dedito alla famiglia e al lavoro e volle seguirne le orme. Al settimo figlio nato nel 1936, il nuovo nucleo familiare entrò di diritto a far parte delle “belle famiglie italiane”, riconoscimento assegnato alle famiglie numerose.

Pur potendo usufruire del beneficio di non rispondere alla chiamata alle armi come riserva, nel marzo del 1942 fino al 1943, volle riprendere la sua vecchia divisa grigioverde presentandosi al 40.mo Fanteria di Cava de’ Tirreni. Ma anche in quel periodo trovò il modo di non interrompere la consuetudine, mettendo al mondo altri due pargoletti. Soltanto nei primi anni del dopoguerra, il ritorno in famiglia e le difficoltà di far ripartire l’attività commerciale, rallentò la voglia di procreare e, dal 1947 al 1953, le nascite divennero con suo disappunto biennali. Unico rammarico, lui tifoso della squadra azzurra, di Vinicio e di Pesaola, aver messo al mondo tredici figli maschi, ma nessuno con il bernoccolo della pedata.

Il collega Di Bianco racconta che entrando nella pizzeria, la prima cosa che nota, due parole scritte a grandi caratteri rossi e blu su un cartello poggiato sul banco di marmo inondato di farina: “Siste Viator”. Si tratta – aggiunge – di un vero e proprio editto gastronomico che il Sorbillo rivolge al viandante: “Quo Vadis, Domine?”

La dinastia dei Sorbillo continua con la terza generazione, a pochi passi dalla storica pizzeria che vanta articoli del New York Tribune e riviste gastronomiche, quella di Salvatore con il figlio Gino, targata 1935 con attestati e diplomi; poco più avanti, Esterina gestita dal nipote Gino; altri componenti della numerosa famiglia sono emigrati al Nord aprendo tipici locali con forno a legna, facendo lievitare la pasta molto lentamente, addirittura il giorno prima per consumarla all’indomani, e facendo arrivare dalla Campania, olio, pomodoro e mozzarella. Solo con una crescita adeguata la pizza è veramente made in Napoli, commenta uno dei nipoti, Gino che ha presentato la sua tesina sulla celebre famiglia all’esame di scuola superiore.

Mario Carillo


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